Carmen Schabracq – The Mothers I Wear

© Carmen Schabracq, Dream traveling (2025). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

c’è quello che non capisco
ed è che io non ho inventato quella ragazza
lei ha forzato la sua esistenza in me
rose scurissime germinando nella memoria
le donne intrecciandosi i capelli e profumandosi le ascelle
l’odore del sesso che matura
e nei quartieri ebrei alti e bassi nascosti nelle mattine di Segovia
le storie d’amore delle ragazze ebree e dei cavalieri cristiani
ancora in agguato dai ponti
e i racconti della Haggadah che crescono
mentre aspetto insonne nei corridoi degli aeroporti
nei paesaggi di neuroni quasi sulla soglia dell’oracolo di Delfi
c’è solo una prima e unica risposta
non c’è spiegazione immediata
solo l’incisione
e mia madre e alcune amiche giocano a bridge
e fumano una sigaretta dopo l’altra
e il profumo delle signore si mescola al bianco
scurisce […]

(Gloria Gervitz)

I versi riportati in apertura, colti in un fiume ininterrotto di parole, appartengono a Migraciones (1976-2020), opera di una vita, quella di Gloria Gervitz (Città del Messico, 1943 – San Diego, 2022), poetessa messicana di famiglia ashkenazita, figlia di migranti russi e ucraini di origini ebraiche. In quest’opera monumentale, l’“io” poetico si costruisce come un corpo stratificato, intessuto di memorie familiari, di lingue (lo spagnolo che convive con echi ebraici, yiddish ed echi liturgici), di immagini visionarie e di silenzi. L’identità non è mai unitaria, ma una materia fluida che si apre al passato e alla sua trasmissione nel presente. «Todo lo que soy es lo que he heredado», scrive Gervitz, ovvero tutto ciò che sono è ciò che ho ereditato, rimarcando l’influenza di una genealogia che si dipana lungo la linea femminile di figlie, madri, nonne, progenitrici celebrate nelle loro presenze e nelle loro assenze, nella vitalità dei desideri come nelle ferite dell’esilio. Il poema di Gervitz intreccia ricordi intimi e ritualità collettive, come quando scrive «Y llueve mientras mi abuela reza el rosario / y llueve mientras dicen el Kaddish por mí / y cada día estoy más lejos y no sé qué hacer / no puedo salir de mí.» Qui la preghiera cattolica e il Kaddish funebre si sovrappongono come stratificazioni di memoria, restituendo la condizione diasporica come tessitura plurale, un dialogo continuo tra mondi, religioni e genealogie. Migraciones diventa così un poema-corpus, un archivio vivente in cui le voci delle antenate risuonano, dando corpo a un io che non appartiene solo a se stesso, ma a chi lo ha preceduto e a chi lo seguirà.
È da questo orizzonte che possiamo guardare al lavoro di Carmen Schabracq, olandese di nascita, ma le cui origini migranti si intrecciano idealmente con quelle della poetessa messicana, forgiando un comune sentire che emerge nella loro arte. Nelle sue opere la memoria non è un deposito statico, ma un’eredità che ha una sua forma e un suo peso che ci accompagna quasi come un abito, che ci veste e ci protegge, da cui il titolo di questa mostra, The Mothers I Wear. Indossare le proprie madri, siano esse reali o simboliche, vuol dire riconoscere la propria genealogia come una materia incarnata o, meglio, come un archivio personale ma condiviso da trasformare e rilanciare nel proprio presente. Se Gervitz modula le parole per dare voce alle antenate, Schabracq si affida ai materiali e alle iconografie (i tessuti, i pigmenti, le corna, i cavalli, la pelle) per lo stesso scopo, entrambe trasformano l’eredità in forza vitale: una memoria abitata, indossata o pronunciata, che non guarda al passato con nostalgia ma apre al futuro.

© Carmen Schabracq, Golden-horns (2025). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

La mostra presentata negli spazi milanesi di Red Lab Gallery, la prima personale dell’artista in Italia, riunisce un corpus di lavori che includono opere di nuova produzione. Tra queste, emerge Golden-horns (2025), in cui ritroviamo Carmen autoritratta con indosso il costume tradizionale della regione di Axel, nelle Fiandre della Zelanda, in omaggio alla propria discendenza femminile. I riccioli dorati che spuntano dalla cuffia in seta o cotone con pizzo e bordo ricamato di perline che ricopre i capelli e la collana di corallo rosso, lunga e composta da più file, evocano la forza di un’eredità che intreccia identità personale e memoria familiare. C’è poi quel gesto ambiguo in cui si ritrae, del mangiare, o forse rigettare, crostacei, il cibo interdetto nella tradizione ebraica, introducendo una frattura simbolica di grande intensità: il nutrimento può farsi rifiuto, l’eredità trasformarsi in conflitto, le appartenenze sovrapporsi e scontrarsi in un reticolo complesso di significati. Sullo sfondo, il mare agisce come elemento di origine e appartenenza, distanza e connessione: spazio di memorie familiari e, insieme, di altrove possibili.
La scelta dell’autoritratto attraversa l’intera produzione di Carmen Schabracq, declinandosi nei diversi media che l’artista sperimenta, quali pittura, tessile, ceramica, installazione, fotografia e performance. Il suo corpo e il suo volto diventano segni di un’eredità genetica intrecciata agli incroci culturali che l’hanno plasmata. In questa prospettiva, l’autoritratto non è mai semplice restituzione di sé, ma gesto performativo: un “io” che si traveste, si spoglia, si trasforma in atto collettivo, facendo dell’identità personale un palinsesto di appartenenze, metamorfosi e memorie. Qui si inserisce il tema della maschera, che per Schabracq non è occultamento ma moltiplicazione: un “io” che si sdoppia e si frammenta, con un’eco pirandelliana che richiama la condizione di chi porta addosso molti volti. Questa tensione ritorna più volte nella sua ricerca, in cui l’autoritratto diventa dispositivo di metamorfosi, luogo in cui il corpo individuale si apre a genealogie e memorie collettive.

© Carmen Schabracq, Ex-voto II , ceramic masks 19×12 (2024). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery
© Carmen Schabracq, When Roots Start Riding Horses (2024). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

In When Roots Start Riding Horses (2024), le radici iniziano a “cavalcare”, trasformandosi in corpi e volti che compongono la figura di un cavallo. L’animale, evocato dal cognome stesso dell’artista (Schabracq, dal francese chabraque o gualdrappa in italiano, la copertura decorata per la sella), diventa così emblema di un ritratto collettivo in cui si riconoscono i volti dei suoi familiari. Il cavallo non è qui una metafora astratta, ma è un corpo fatto di genealogie o un archivio vivente, se vogliamo, che tiene insieme memorie, desideri e assenze. In Piece of a Life Tree (2024) l’artista si autoritrae come tessuto, riprendendo l’analogia già evocata della gualdrappa, ma anche come pelle senza corpo, riallacciandosi a una lunga tradizione iconografica di autoritratti. L’opera dialoga con il San Bartolomeo michelangiolesco, dove lo scultore si autoritrae nella pelle scuoiata del santo, e con il mito di Marsia, figura dell’artista punito e scorticato, cui Tiziano diede il proprio volto ne La Punizione di Marsia (1570–1576). In tutte queste immagini, come nell’opera di Schabracq, la pelle non è mero involucro, ma un archivio sensibile che trattiene memoria, dolore e identità.
La ceramica Medusa Blu (2025) è un omaggio esplicito alla Testa di Medusa (1929) di Arturo Martini, un volto femminile che diventa icona apotropaica, immagine insieme respingente e seduttiva, sospesa tra eredità classica e reinvenzione contemporanea del femminile. Questo dialogo con la ritualità arcaica riaffiora anche in una serie di opere che rievocano la tradizione degli ex voto antichi e medievali sotto forma di uteri e vagine modellate, reliquie carnali che trasfigurano il corpo femminile in offerta e memoria, segno al tempo stesso di vulnerabilità e di forza generativa.

© Carmen Schabracq, I am a Mother now (2024). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery
© Carmen Schabracq, Ring of Fire (2024). Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

Il richiamo esplicito al sesso femminile apre all’altro grande nucleo di ricerca di Schabracq, legato al concetto di matrescenza, introdotto dall’antropologa Dana Raphael negli anni Settanta per descrivere il complesso processo di trasformazione fisica, psicologica e identitaria che accompagna l’esperienza della maternità. Non una semplice funzione biologica, ma una soglia esistenziale: un passaggio che investe corpo, relazioni e immaginario, rimettendo in discussione i confini del sé. È un processo che ferisce il corpo per generare nuova vita. «I’ve carried you on my back, feeling your weight, and oblivion aches in me like a wound», ritornano, forti, le parole di Gervitz. Carmen traduce questa condizione liminale in opere come I am a Mother now (2024), in cui si autoritrae incinta, e Ring of Fire (2024), che immortala il momento del parto: un istante di dolore estremo ma anche di apertura radicale, in cui il corpo diventa soglia e passaggio, ferita e nascita insieme. Qui la maternità non è rappresentata come idillio o sacrificio, ma come vulnerabilità generativa, come momento in cui il corpo femminile si riconosce e si reinventa attraverso la propria lacerazione. La matrescenza, dunque, non si configura come destino predeterminato, ma come condizione di attraversamento che tiene insieme fragilità e potenza, memoria ed eredità, biologico e simbolico.
Nella sua ricerca, Carmen Schabracq, si confronta con il tema della memoria e della metamorfosi, costruendo un corpo plurale che si mostra vulnerabile ma potente. In Schabracq la memoria non è mai nostalgia, ma forza in atto: radici che cavalcano, corpi che si fanno maschere collettive, genealogie che vibrano come un canto. Ogni opera non chiude, ma apre: alla metamorfosi, al futuro, al corpo plurale delle madri indossate.

 

LA MOSTRA

The Mothers I Wear – Carmen Schabracq
dal 24/09/2025 al 15/11/2025
a cura di Leonardo Regano
Red Lab Gallery – Milano