«Chi dorme sogna e chi sogna piglia pesci d’oro»
Donna vita libertà nell’arte di Pippa Bacca

Sirio Magnabosco, Pippa Bacca in una strada di Istanbul, 2008. © Sirio Magnabosco

L’arte e la vita avevano un confine molto labile nell’esistenza di Pippa Bacca, donna vissuta fuori dall’ordinario e anche per questo straordinaria, ma non devono però essere confuse. Pippa voleva che fossero solo le sue opere a darle il riconoscimento di artista. Poi c’era la sua vita.
Pippa Bacca è una delle cinque figlie di Elena Manzoni di Chiosca, sorella di Piero Manzoni, l’autore delle scatolette di merda d’artista di cui tutti sappiamo, ha respirato aria permeata di arte fin dalla sua nascita e non è certo una artista improvvisata. Se pure nel quotidiano Pippa abbia agito in modo non convenzionale, penso per esempio al suo vestire sempre di verde, al convivere con le sue cinque personalità e alle performance continue nella sua pratica artistica è organizzata e meticolosa, programma, organizza, studia, progetta.
Quello che a me rimane, in estrema sintesi, degli Innesti di Pippa Bacca sulla collezione nelle sale di Palazzo Morando, a Milano fino al 7 settembre, sono tre parole potenti e feconde: donna vita libertà.
Al centro della vita e dell’arte di Pippa Bacca, che solo all’anagrafe è Giuseppina Pasqualino di Marineo, una delle cinque personalità di cui quella di Pippa Bacca incarna appunto l’artista, c’è un universo femminile che sempre muta e sempre si trasforma, in continua relazione di fiducia nei confronti del prossimo e quindi del mondo. Eva Adamovich che pure troviamo in mostra ritratta da Camilla Micheli insieme a Pippa, è l’alter ego che fa la curatrice (anche) della Fondazione Pippa Bacca. Tutto si interseca.

Pippa Bacca e Eva Adamovich, Ritratto presunto di Pippa ed Eva, 96 x 125 cm, 2007 di Camilla Micheli.
Foto di Laura Davì

Una fotografia del 2008 di Sirio Magnabosco accoglie i visitatori nella sala d’ingresso del Museo: ritrae Pippa a Istanbul che di spalle si allontana in abito da sposa verso il sole. La stampa mostra i segni del tempo ma mantiene una forza premonitrice, quasi una previsione di quanto di lì a poco sarebbe accaduto all’artista.
Pippa vive l’infanzia e l’adolescenza con le sorelle e la madre, dopo il divorzio di lei, in una famiglia cattolica praticante di sole donne che in una disposizione all’altro di piena fiducia gira in autostop per l’Italia e per l’Europa. Per quanto strano possa essere per gli altri, per Pippa l’autostop era pratica normale e ha continuato a esserlo fino alla fine. Dal 2003 inizia a scattare foto alle persone che le offrivano un passaggio (cosa che invece la madre non aveva mai fatto) e nel 2004 presenta Più oltre una serie di fotografie ritagliate a forma di mezzi di trasporto, reali e fantastici, «per dimostrare la meraviglia che ci circonda: gli esseri umani!» Ritaglia i ritratti come barche aerei ma anche come astronavi e navicelle spaziali, mantenendo vivo un immaginario infantile giocoso e gioioso, una poesia incantata, un’apparenza di semplicità che porta a interrogazioni complesse.
Troviamo una barca tra i ritratti dipinti di grandi milanesi del passato.

Pippa Bacca, Più oltre (barca), 2004, fotografia ritagliata, 24 x 16 cm. Famiglia di Pippa Bacca
Foto: Matteo Zarbo – © Famiglia di Pippa Bacca

Da qualche anno Pippa utilizza le forbici per realizzare le proprie opere: ritaglia carta di diversi tipi formati e colori e la trasforma eliminando il superfluo, creando nuove forme. La scultura è l’arte del levare, diceva Michelangelo.
Le forbici, al contempo strumento della levatrice che assiste alla nascita di una nuova vita e taglia il cordone ombelicale dal grembo della madre e strumento di Atropo, la Parca che recide il filo della vita, colei che non si può evitare, sono sempre simbolo di trasformazione. Tagliano, liberano, separano e ci ricordano la nostra vulnerabilità.
C’è una grande ricchezza e stratificazione nell’apparente semplicità delle opere di Pippa Bacca e dell’ironia profonda.
Nel 2001 Pippa Bacca aveva ritagliato la serie Equilibri dove trova a ogni essere umano, singolo o in coppia, maschile o femminile incorniciato in rettangoli di cartoncino rosa azzurro verde rosso la forma di equilibrio possibile che rimane dopo il suo sapiente uso delle forbici. Ognuno ha il suo, semplice. O forse no.
Già nel 1999 e nel 2000 aveva realizzato una serie di opere di carta ritagliata da copie di banconote raffiguranti animali e oggetti pericolosi. Uno squalo, uno scorpione, una siringa, un cannone. Un serpente, dotato di potere di vita e di morte con il suo veleno, tenta con la sua lingua biforcuta già dai tempi del Giardino dell’Eden. Dove sta il pericolo? Nel serpente o nel denaro? O forse siamo noi? «Queste opere, nella loro portata concettuale, permettono all’artista di opporre infinite varietà contradditorie, portando chi le guarda al dubbio, fino alla consapevolezza di una crisi, di un dissidio o dell’incostanza di un giudizio aprioristico supinamente accettato. La loro virtù sta nella loro modestia, non indicano infatti la verità assoluta, ma inficiano, falsificano alcune delle molte verità relative che ci circondano, incrinano le mura di Gerico delle formule cristallizzate e tastano il polso con determinazione ai processi dello psichismo soggettivo e sociale». (Gianluca Ranzi)

Pippa Bacca, Serpente n. 4, 2000, carta ritagliata, 31 x 5 cm. © Famiglia Pippa Bacca

Il Paradiso Terrestre è nei ritagli di un librino delle Edizioni Pulcinoelefante realizzato con Alberto Casiraghi nel 2004 e intitolato Eva. Le scene sono iscritte in un uovo (ancora un simbolo femminile e di creazione) e vedono Adamo Eva la mela e il serpente insieme, in una serie di diverse rappresentazioni, tra mitologia religione e divertimento.
Si collega agli antichi miti anche la serie Mater Matuta del 2000, divinità romana, venerata come protettrice delle donne, specie delle partorienti, in origine dea dell’aurora, che separando la notte dal giorno è anche simbolo della nascita della coscienza e di un nuovo inizio, una prova di resurrezione. Stratificazioni, dicevo. Di ispirazione sono le Matres Matutae del Museo Campano di Capua, sculture votive in tufo con i figli in braccio, tra cui se ne distingue una riconosciuta come Dea Madre che tra le mani ha una colomba e un melograno, pace e fertilità. Sono sei le opere di Pippa Bacca in carta di colore pieno ritagliata, ognuna diversa, ognuna madre di un numero di figli differente, ognuna singolare e universale donna e madre. Statuarie nella loro bidimensionalità sono in dialogo con una scultura di donna di Vela.

Pippa Bacca, Mater Matuta, 2000, carta rossa ritagliata, 21 x 24 cm. Famiglia di Pippa Bacca
Foto: Bruno Bani – © Famiglia di Pippa Bacca

Le Sirene sono invece ritagliate da carta leggera, carta velina forse. Condividono lo spazio con una statua in ghisa proveniente dal Ponte delle Sirenette al Parco Sempione. Queste creature fantastiche metà donna e metà pesce fluttuano nel mare leggero della loro carta fina e incantano con un aspetto che riporta alle favole e all’infanzia, quando non si distingue il limite tra la finzione e la realtà.

Pippa Bacca, Sirena, 2005 c., carta verde ritagliata, 26 x 21 cm. © Famiglia di Pippa Bacca
Sirena in dialogo con una statua in ghisa proveniente dal Ponte delle Sirenette al Parco Sempione.
Foto di Laura Davì

Cosa è vero e cosa è apparenza? Cosa naturale e cosa artificiale? Ancora una volta sotto una forma semplice Pippa Bacca porta lo spettatore a interrogarsi su questioni ontologiche. Con le sue Mutazioni chirurgiche non interviene più sui fogli di carta ma opera direttamente sulle foglie degli alberi. Parte da una foglia e la modifica con le forbici facendosi creatrice di un nuovo elemento diverso e impossibile in natura. Da foglia a foglia ma solo in apparenza perché nel frattempo è cambiata la sostanza.


Pippa Bacca, Mutazione chirurgica (acero), 2004, foglia ritagliata, 13 x 16 . Famiglia di Pippa Bacca.
Foto: Bruno Bani – © Famiglia di Pippa Bacca

Le due parti di un melograno aperto sono tra le mani di Pippa a Istanbul in un’altra fotografia di Magnabosco. «Un dono di qualcuno che aveva incontrato lungo il cammino» mi racconta il fotografo in una conversazione telefonica che abbiamo avuto poco tempo fa. Gli ho chiesto se avesse piacere di dirmi qualcosa di Spose in viaggio, la performance itinerante in autostop che Pippa Bacca ha iniziato con Silvia Moro l’8 marzo e che Sirio ha seguito in parte. «Cercavo foto che fossero senza tempo, che non avessero l’immediatezza del reportage, e questa del melograno è frutto della mia ricerca di immagini più simboliche che descrittive».

Sirio Magnabosco, Pippa Bacca a Istanbul, 2008. © Sirio Magnabosco

«Pippa era allo stesso tempo molto determinata e molto gentile, aveva il cuore fuori – dice Sirio Magnabosco – aveva quasi un’innocenza nel modo in cui guardava il mondo con quei suoi occhioni ma anche forza coraggio e determinazione: non è facile trovare tutte queste caratteristiche insieme in un’unica persona». Si erano incontrati alla prova dell’abito che Manuel Facchini allora direttore artistico di Byblos aveva disegnato su indicazioni delle due artiste e poi aveva fotografato la partenza da Milano.
Le due artiste erano scettiche all’idea di avere un fotografo al seguito del loro cammino: avevano il timore che potesse modificare la performance, prosegue Magnabosco. Perché di questo si trattava, di lavoro, sia pure artistico. Un progetto a lungo studiato, organizzato, pensato, sentito, una gestazione di due anni che ha visto Pippa studiare anche l’arabo. Un lavoro faticoso e impegnativo anche emotivamente, un messaggio di pace portato da due donne vestite in abito da sposa, bianco, da utilizzare ogni giorno al contrario di un tradizionale abito usato il solo giorno del matrimonio, da sporcare nel viaggio e da lavare con liscivia ottenuta dalle ceneri di oggetti cari alle persone che avevano risposto a un appello di Pippa di mandarle qualcosa di importante e di amato. Le relazioni, il dialogo, la performance, l’arte, la vita, la fiducia, la libertà, la pace, le donne.
«Spose in viaggio in paesi che avevano vissuto la guerra voleva essere nelle intenzioni di Pippa un messaggio di pace, di inclusione, di condivisione di storie legate alla guerra e alla pace e alle donne, al loro ruolo nella società. Pippa dava fiducia alle persone e la esprimeva anche attraverso l’autostop, aveva empatia, desiderava la solidarietà tra le donne, un legame, un’unione, la condivisione di una situazione complessa e comune. Provava compassione e rispondeva a sguardi o commenti poco socievoli fermandosi a parlare con le persone incontrate per strada, cambiando la situazione ostile in accoglienza. Non cercava l’elemento di shock ma il motivo di incontro, credeva profondamente a questo progetto e al suo simbolismo» ricorda Magnabosco.
Il progetto di Pippa consisteva nell’attraversare undici Paesi che erano stati afflitti da guerre da poco terminate, da Milano a Gorizia attraverso i Balcani fino a Gerusalemme, in un viaggio in autostop indossando sempre un abito da sposa bianco di cui erano state realizzate da Facchini due copie: una indossata dalle due artiste avrebbe raccolto i segni delle esperienze vissute, una sarebbe rimasta immacolata in attesa del loro ritorno per un confronto. In una sala di Palazzo Morando due manichini, uno con l’abito mai indossato da Pippa che attende il suo ritorno, l’altro nudo: l’abito indossato non è mai tornato.
«Il viaggio è da sempre un mezzo ed un fine, è una scelta di vita o per alcuni l’unico modo possibile di vivere; è la metafora della vita stessa. Viaggiare con mezzi poveri mette in relazione il viaggiatore con la popolazione locale; viaggiare in autostop, fa sì che uno straniero si metta nelle mani di altri viaggiatori, ma ancora più spesso dei locali o di chi dello spostamento ha fatto il suo mestiere.
La scelta del viaggio in autostop è una scelta di fiducia negli altri esseri umani, e l’uomo, come un piccolo dio premia chi ha fede in lui».
Tutto il progetto era carico di simbolismo e idealità anche il disegno stesso dell’abito da sposa di Pippa composto da tre parti: una mantella, una giacca sfiancata e un’ampia gonna con strascico.

La copia dell’abito da sposa indossato da Pippa Bacca durante il suo viaggio esposto in mostra accanto al manichino vuoto che simboleggia l’altro abito mai tornato. Foto di Laura Davì

Pippa aveva voluto una gonna a forma di giglio composta di undici veli numerati da un ricamo come fossero pagine istoriate (undici come i paesi che avrebbe attraversato), ricami tratti da simboli delle bandiere dei Paesi da attraversare (la luna della Turchia, il cedro del Libano, la scacchiera croata), una mantella a due veli che sarebbe servita da copricapo e da telo con cui asciugare i piedi delle ostetriche che avrebbe incontrato durante le performance della Lavanda dei piedi già organizzate lungo il percorso.

Sirio Magnabosco, Pippa Bacca lava i piedi a un’ostetrica a Istanbul, 2008. © Sirio Magnabosco

Carichi di simbolismo anche questi incontri con le ostetriche attraverso il rito della lavanda dei piedi di cui parla Giovanni nel suo Vangelo:

3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. (cap. 13)

La pace nel fare, anche piccole cose, in un passo per aprirsi agli altri, con l’umiltà del cammino e del pellegrinaggio, in cerca di un dialogo tra Oriente e Occidente, forma evangelica di ritrovare una nuova rinascita. Così contemporanea ancora oggi, Pippa Bacca. Penso alle tante persone in movimento che compiono in questi anni il percorso inverso a quello delle Spose in viaggio, dal Medio Oriente alla Turchia lungo la Rotta Balcanica fino in Italia e in Europa in cerca di vita e di libertà, ai loro piedi piagati, al loro sacrificio interrotto ai confini.
In mostra vediamo fotografie di lavanda dei piedi realizzate da Maja Slavec a Lubiana.
Pippa aveva deciso di indossare scarpe bianche con il tacco simbolo di femminilità ma anche fastidiose e scomode «perché essere donna e madre, come il cammino che ognuno di noi può fare per costruire la pace, richiede anche del sacrificio».

Pippa Bacca è stata violentata e uccisa il 31 marzo 2008 poco lontano da Istanbul.
Il bianco si muove tra gli opposti.
Un ultimo “innesto” completa la mostra: nella Galleria dei busti, si accende To shine (to Pippa) di Cosimo Piovasco di Rondò, alter ego nell’universo di Pippa di Marco Brianza. L’opera è costituita da una catena di lampadine a incandescenza che rimarranno accese per tutta la durata della mostra fino a quando, una a una, esauriranno il proprio ciclo vitale, in un tempo e momento non prevedibili. Ogni ora una macchina fotografica automatica immortalerà l’opera, registrando anche i cambiamenti della luce naturale. Una installazione che ricorda Pippa nella fugacità degli attimi di cui è composta la vita, che si fa memoria nel presente che finisce ogni istante e ogni volta può essere ricordata, diversa e uguale.

Cosimo Piovasco di Rondò (Marco Brianza), To shine (to Pippa Bacca), 2009-2025, lampadine a incandescenza, luce naturale, fotocamera digitale, computer, Collezione dell’artista

La mostra si sviluppa con innesti di 50 opere anche poco conosciute e mai esposte di Pippa Bacca nelle sale di Palazzo Morando. Tra quelle che non ho citato ci sono Il ventre di mia Madre, Naviganti, le Boule de brouillard che testimoniano l’amore dell’artista per la città di Milano, Nato dal ruscello, In principio era il verbo (dedicata a Vanni Scheiwiller) e Sono innamorata/o di Pippa Bacca.

 

Pippa Bacca: Innesti
a cura di Mirco Marino e Rosalia Pasqualino di Marineo
Palazzo Morando | Costume Moda Immagine, fino al 7 settembre 2025

 

Il sito di Pippa Bacca