Darsi tempo, saper aspettare, per trovare nei piccoli gesti cose più grandi

Frame tratto da Il Castello, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2011. Tutti i diritti riservati

Sergio Di Giorgi, critico cinematografico, si è occupato spesso nella sua vita di cinema documentario non solo nei suoi scritti critici, ma anche come organizzatore di sezioni ad esso dedicate in rassegne e festival, durante eventi culturali, nell’ambito di iniziative formative organizzate dall’Associazione Nazionale Formatori – AIF e, in tempi più recenti, nelle sessioni di pratica del social dreaming (vedi qui). Tutte occasioni nelle quali il cinema è stato utilizzato come veicolo di approfondimento.
Nel continuare l’opera di diffusione di suoi testi legati all’analisi di queste visioni e contestualmente alla creazione dell’archivio a lui intitolato, pubblichiamo un’intervista alla coppia di registi D’Anolfi-Parenti, realizzata all’epoca dell’uscita del loro film Il Castello, nel 2011.
L’intervista è stata pubblicata per la prima volta sul numero 513 della rivista Cineforum (Ndr).

Nell’arco di pochi anni, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti hanno dato vita a un sodalizio, non solo artistico, che ha già realizzato tre opere assai illuminanti sull’Italia di oggi: I promessi sposi (2007), Grandi speranze (2009), Il castello (2011). Sono tre documentari che indagano il rapporto tra le persone e i cittadini, da una parte, l’Autorità e il Potere, dall’altra, ed esplorano i diversi strati, dai più superficiali ai più nascosti e profondi di cui si compone ogni cultura, dunque anche la nostra. Un viaggio, quello di D’Anolfi e Parenti, ora dentro ora fuori del nostro Paese (ma da ultimo, con Il castello, al tempo stesso dentro e fuori il nostro Paese) che ha anche il merito di far incrociare spesso gli sguardi – e i rispettivi immaginari – tra noi e loro, gli “stranieri”.
Il viaggio ha inizio con I promessi sposi tra i simboli e i linguaggi della burocrazia impiegatizia, come sempre per lo più ottusa e ignorante, e le narrazioni dell’ipocrisia clericale con cui si scontrano – tra uffici municipali e parrocchie di cinque città diverse, del sud, del nord e del centro Italia – coppie in procinto di sposarsi, anch’esse assai differenti (quasi sempre coppie miste, per razza, età, background sociale). Prosegue poi con Grandi speranze, che pone sotto esame i riti e i cosiddetti valori dell’impresa italiana: i due registi inseguono infatti, tra l’Italia e la Cina, alcuni giovani imprenditori nostrani (figli d’arte, ma ancora ignari della crisi incombente), i quali – tra seminari motivazionali dove si forgiano i “leader del futuro”, velleitari tentativi di investimento, frustranti e improbabili riunioni di lavoro con i collaboratori cinesi – rivelano un imbarazzante mix di arroganza e inconsapevolezza culturale. Infine, giunge a una sfida più alta, quella che con Il Castello li ha spinti a trascorrere un anno intero dentro l’aeroporto internazionale di Malpensa, mostrandoci le procedure, per lo più ripetitive e ossessive, del controllo e della sicurezza messe in atto dai loro numerosi agenti, civili e militari. Così, i due finiscono per analizzare un’altra dimensione culturale oggi assai cruciale – anche sul piano delle scelte sociali, economiche, organizzative – come il rapporto con l’incertezza: dunque con quanto devia dalla norma, dallo standard procedurale, dal conosciuto e dal prevedibile, ed è per ciò – persona o cosa o idea che sia – diversa, innovativa, o piuttosto, strana, o straniera.
Insieme, in questi anni, D’Anolfi e Parenti hanno esplorato luoghi e istituti sociali come forse nessuno tra i filmmaker italiani contemporanei, rivolgendo la propria attenzione più che alle forme, alla “meccanica” del potere: strutture, processi, meccanismi interni. In questo hanno voluto e saputo applicare la lezione del loro autore di riferimento, il grande e sempre attivo documentarista statunitense Frederick Wiseman, che ha dedicato la sua opera a raccontare dall’interno diverse istituzioni del suo paese (manicomi criminali, ospedali, tribunali, caserme, ma anche le famiglie e le scuole), cercando di svelarne gli aspetti violenti e irrazionali. Nel solco del “cinema d’osservazione”, D’Anolfi e Parenti hanno affermato una poetica visiva e una idea di messinscena personali e rigorose, cercando di evitare ogni collusione con, o peggio ancora, ogni identificazione emotiva dello spettatore: attraverso, tra l’altro, un uso marcato di piani-sequenza o della camera fissa, posizionata però quasi sempre in modo obliquo o ‘sulla soglia’, o di immagini non di rado filtrate da vetrate, specchi, e altri display. In questo senso, il loro è uno sguardo lucidamente ‘saggistico’ senza mai essere neutro o disincantato, piuttosto sempre pronto all’ironia, a volte scoperta, spesso più ambigua e sottile (ironica è del resto anche la scelta di celebri riferimenti letterari per i titoli dei loro film); uno sguardo dunque, a detta loro, politico proprio in quanto ironico.

Trailer Il Castello, diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2011. Produzione Montmorency Film.
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Sergio Di Giorgi – Non so quale sia la vostra opinione al riguardo, ma a mio avviso  Il castello presenta un livello ben maggiore di difficoltà e complessità rispetto alle prime due opere, sul piano sia narrativo che stilistico: penso alla scansione del film nelle quattro stagioni dell’anno, a una camera e a un montaggio comunque più mobili nel cercare e nell’alternare i punti di vista, al lavoro sul sonoro, ma anche sulle pause e i silenzi, in un film che è in effetti assai meno parlato degli altri due, e dove l’ironia mi pare lasci spazio a uno sguardo più assorto e malinconico.

Massimo D’Anolfi, Martina Parenti – In realtà, crediamo che tra i tre film siano più le costanti, e non solo sul piano produttivo, che le differenze. Certo, per Il castello,  la natura del soggetto – la scelta di raccontare un luogo complesso e una frontiera molto ambigua, sfuggente, spesso ingiusta – ci ha permesso una maggiore esplorazione sul piano della ricerca stilistica, in particolare sull’immagine. Del resto, su 90 minuti, 70 sono praticamente senza parole. Se rivediamo il film e lo paragoniamo agli altri due, forse è vero che ci siamo un po’ incupiti. Ma già il terzo episodio di Grandi Speranze (quello che mette in mostra le difficoltà o i veri e propri ‘incidenti’ di comunicazione interculturale di un giovane imprenditore italiano in Cina, ndr),  sia per lo stile che per la vena malinconica che lo pervade era quasi un prologo de Il castello. E comunque Grandi speranze a sua volta era meno ironico e allegro de I promessi sposi, dove l’ironia, quasi una chiave da commedia, era più programmatica, e dove avevamo poi  trovato una figura come Don Emilio, un sacerdote che a Pescara è un personaggio pubblico e che tiene da tanti anni dei seguitissimi corsi pre-matrimoniali. C’è da dire che sì, dopo I promessi sposi abbiamo voluto alzare il livello dell’asticella, della sfida. Quel film ci era anche riuscito un po’ troppo facilmente, e allora forse abbiamo deciso di cambiare direzione. Comunque, anche ne Il castello ci sono diversi momenti ironici, pensiamo agli uomini della sicurezza che imitano i versi degli uccelli, o alle scene dei controlli sugli animali da parte dei veterinari in camice bianco; altre cose che avevamo  girato, come gli episodi del controllo di valuta, con tante persone che nascondono le banconote nei posti più imprevedibili, erano molto divertenti, ma poi abbiamo preferito non inserirle nella versione finale, perché non legavano bene con l’andamento narrativo e con la tonalità complessiva del film.
Forse quell’ironia che nei primi due film ci era servita come uno strumento qui era più difficile da usare, la realtà era più complessa, era più difficile trovare la giusta posizione, la giusta distanza.

Frame tratto da I promessi sposi, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2007.
Tutti i diritti riservati
Frame tratto da I promessi sposi, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2007.
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SDG – Nemmeno il vostro amato Frederick Wiseman ha mai pensato di mettere in scena un aeroporto intercontinentale, voi siete stati là addirittura per un anno intero. Come è nata l’idea e che tipo di film avevate in mente?

MDA, MP – Molte cose non le abbiamo decise a priori, in realtà scriviamo davvero il film mentre lo facciamo: questo è stato da sempre il nostro approccio. In partenza il nostro soggetto è sempre scarno, ci serve per chiarirci un po’ le idee e per trovare un qualche sostegno produttivo. È un lavoro al tempo stesso di accumulo e sottrazione: accumuliamo molto all’inizio, poi man mano lavoriamo per sottrazione. La scelta dell’aeroporto è stata per noi casuale, ma sicuramente è il frutto di un processo creativo interiore e si è rivelata davvero interessante proprio rispetto a questo nostro approccio: l’aeroporto è il luogo per antonomasia della procedura, qualsiasi evento segue una procedura precisa. Invece, il nostro intento e la nostra sfida erano, anche qua, stare in mezzo ai meccanismi per trovare le crepe della procedura, le crepe del Potere. Come nella scena dell’astice che cerca di uscire da una scatola che il veterinario non riesce a chiudere. Per noi si tratta di una simbolica piccola crepa.

Frame tratto da Grandi speranze, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2009.
Tutti i diritti riservati
Frame tratto da Grandi speranze, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2009.
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SDG – Ma come siete riusciti a entrare prima e poi a orientarvi dentro un’organizzazione così complessa?

MDA, MP – Abbiamo chiesto i permessi, pensavamo che non ce li avrebbero mai accordati. Invece la SEA ci ha detto subito sì dopo pochi giorni, e ci hanno assegnato una persona addetta a seguirci. Ma non avevano fatto i conti con la quantità di tempo che noi avremmo investito e che invece l’aeroporto non si poteva permettere di ‘perdere’ andando dietro a noi. In breve tempo, siamo rimasti soli. D’altra parte, a volte può essere utile e interessante “assecondare” il narcisismo di chi ha il potere – come è successo con i giovani imprenditori per Grandi Speranze – perché anche questo può creare un’apertura, può svelare appunto le crepe. Abbiamo avuto la fortuna, o forse lo abbiamo fatto un po’ per istinto, di iniziare le riprese con la figura del caposcalo (ovviamente è un ruolo h24 e quindi erano persone diverse che si alternavano). È la figura-chiave dell’aeroporto, anche se sta in un piccolo stanzino parlando sempre al telefono. Attraverso questa figura abbiamo capito l’organizzazione e il funzionamento di tutto l’aeroporto, cosa facevano i vari reparti e le persone che vi lavoravano. Ma nel film non c’è il caposcalo, ci sarebbe stato magari se fosse accaduta una disgrazia. Nei nostri film non c’è la ricerca dell’evento irripetibile, la costruzione del film segue altre strade. È sempre una questione di metodo: la capacità di attesa che ci consente di cercare e di trovare nei piccoli gesti delle cose più grandi senza avere bisogno di climax narrativi.

SDG – In effetti, la capacità di darvi tempo e di “stare in attesa” nei luoghi sembra una costante del vostro lavoro e anche del vostro metodo.

MDA, MP – Sì, per noi che siamo piccoli, il tempo è l’unica forza: la costanza, il saper aspettare senza spazientirsi restando anzi sempre fiduciosi che qualcosa prima o poi arriverà, se non sai cosa arriverà, o che quelle cosa che conosci e attendi arriverà.

SDG – Saper “presentarsi all’appuntamento”, per citare il titolo dell’edizione italiana di una raccolta di saggi di John Berger. Anche all’incontro con persone speciali, come accade, sempre ne Il castello, con Diego, e soprattutto, con Milietta.

MDA, MP – Innanzitutto vogliamo chiarire che noi, prima di girare, chiediamo sempre i permessi alle persone, che possono dirci di sì o di no. Detto questo, sì, Diego e Milietta sono due figure fondamentali del film e in qualche modo incarnano, anche se in maniera opposta, il nostro approccio. Diego (un giovane paraguayano che viene scoperto a trasportare ovuli di droga, ndr) è un incontro casuale e breve, tutto avviene in quel momento, ti giochi tutto là. In quei mesi a Malpensa abbiamo visto e ripreso molti di questi cosiddetti “ovulatori” ma nel montaggio abbiamo scelto Diego per tante cose che lui assommava in sé: la sua faccia, lo sguardo, i piccoli gesti come il suo modo di alzare il bavero del colletto che ci ricordava molto il personaggio di Pickpocket di Bresson. Milietta invece è una donna di circa 75 anni che per scelta “abita” nell’aeroporto da sei anni; vive in una sua bolla, per lo più notturna. È una cittadina italiana che è stata respinta dalle Mauritius dove vorrebbe tornare, ma i cavilli burocratici non glielo permettono. Malpensa è il posto più vicino a dove lei vorrebbe andare. La sua è dunque una rivolta tanto silenziosa quanto dignitosa. È sicuramente una figura eccezionale, anche rispetto ai film precedenti, pensiamo a Don Emilio de I promessi sposi o agli imprenditori di Grandi Speranze, che si mettevano in scena in spazi pubblici. Milietta invece ha fatto di un luogo pubblico per eccellenza il suo spazio più privato, la sua casa; però è consapevole del fatto che non è la sua casa, che lei è un’ospite, in certo senso una clandestina, e quindi tratta tutto con la massima cura.

Frame tratto da Il Castello, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2010
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SDG – In questo senso Milietta rappresenta forse la ‘crepa’ del sistema più profonda nella quale vi siete imbattuti. E mi sembra una figura emblematica del vostro approccio, anche sul piano etico, al cinema documentario. Ma come siete riusciti a entrare in relazione con lei?

MDA, MP – La sfida era quella di ottenere la sua fiducia. Con persone come lei conta soprattutto l’onestà: la prima cosa che le abbiamo detto è che non doveva farsi illusioni sul fatto che tramite il film sarebbe potuta tornare alle Mauritius, e che anzi avremmo fatto il possibile per non crearle ulteriori problemi. La prima cosa che invece lei ci ha detto è stata: “Non sono una barbona”. C’è un episodio che ha rappresentato la svolta del nostro rapporto con lei: è stato quando un giorno non funzionava il fornellino, la presa all’interno del bagno dell’aeroporto era guasta, e Milietta non si volta verso di noi, ma, come se nulla fosse, va fuori a cercare un’altra presa funzionante: in quel momento abbiamo capito che la fiducia c’era, e che lei sarebbe stata un personaggio importante del film. Allora abbiamo filmato anche altre cose, la tintura dei capelli, il lavaggio dei panni, la chiesa, la sua uscita all’esterno dell’aeroporto.

SDG – E per contro, nel vostro aeroporto non si vedono i normali passeggeri, o gli equipaggi, o i duty-free, insomma chi attraversa questo luogo in maniera frettolosa…

MDA, MP – L’idea era quella di fare un film su un luogo che è un luogo corale, ma dove normalmente si passa molto rapidamente, senza attenzione, cercando invece delle vite, delle storie, nella loro verità.

Frame tratto da Il Castello, film documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2010.
Tutti i diritti riservati

SDG – Milietta è una figura vera e reale, anche se parla solo con i suoi gesti, sembra quasi un personaggio di finzione, come se noi spettatori, almeno questo è accaduto a me, volessimo sapere di più, del suo passato, del suo futuro, penso proprio in particolare a quella sequenza in cui la vediamo uscire fuori.

MDA, MP – Quella sequenza è stata una eccezione anche per noi, che non chiediamo mai alle persone di fare qualcosa di diverso dai loro gesti abituali. Lei quasi ogni sera, per suoi motivi personali, legati a ricordi ma anche come un gesto di raccoglimento e di preghiera, va a fare una breve passeggiata appena fuori dall’aeroporto. A noi non piaceva filmarla in quel posto che non restituiva la forza del suo gesto; allora una sera le abbiamo chiesto se voleva andare in un altro posto, sempre appena fuori dell’aeroporto che lei non conosceva, ma che per noi traduceva meglio il suo raccoglimento; lei ha accettato e il posto le è molto piaciuto. Ora è diventato uno dei suoi spazi preferiti.

SDG – Veniamo agli aspetti produttivi. Voi difendete la vostra autonomia, dalla scrittura alla realizzazione, e anche per questo i vostri sono film “low budget”. I tanti premi ricevuti da Il castello potrebbero cambiare qualcosa?

MDA, MP – È vero, facciamo tutto da noi, dalla scrittura alle riprese al montaggio finale. L’ unico collaboratore esterno per il suono e le musiche è il compositore Massimo Mariani. Ma non è solo per esigenze di contenimento dei costi di produzione, è una scelta profonda e ragionata: crediamo che sia giusto così ed è il nostro modo ideale di fare film. In questi anni abbiamo avuto come costante l’aiuto della Lines, per gli ultimi due film anche quello di Rai Cinema, e comunque, dal 2008 abbiamo deciso di fare una società nostra. L’espressione “basso costo” oggi ci sembra paradossale e anzi a volte demenziale: spesso si fanno film documentari in due, tre mesi, però non si paga nessuno e si dice “ho fatto un film a basso costo”, quasi fosse un’etichetta di prestigio. Il castello è stato fortunato, ha vinto numerosi premi, è stato acquistato in tanti paesi, Finlandia Polonia, Repubblica Ceca, in Corea. Noi abbiamo la consapevolezza di aver fatto il nostro dovere, ma pensiamo anche che i film sono fatti per essere visti dal pubblico, non per girare solo i festival specializzati. In questo senso constatiamo un “fallimento”.

SDG – Eppure, lo scorso marzo, siete riusciti a sbarcare in una sala, sia pure indipendente ed “eccentrica” come il Mexico di Milano. La sera della prima – che era anche un evento particolare, organizzato per la presentazione del nuovo numero della rivista online Filmidee – la sala era sold out; poi siete rimasti per un paio di settimane in programmazione, ma pomeridiana, serale solo il lunedì, peraltro con discreti risultati. Nonostante il proliferare di produzioni e di festival specializzati, il documentario in Italia non riesce ad approdare in sala, se non in casi sporadici e eccezionali.

MDA, MP – Purtroppo è così. In Svizzera, in Francia, in Canada, i documentari arrivano in sala. L’Italia, come è noto, non è un paese per documentaristi, è un problema di fondo del nostro sistema cinematografico. Eccezioni come la nostra, riuscire a essere visti in una particolare sala milanese, non servono a invertire la tendenza, anche se certo siamo stati contentissimi di incontrare un vero pubblico. Ma, a essere onesti, il peggioramento sul piano produttivo e soprattutto della distribuzione si avverte in tutta Europa, nonostante la qualità media dei documentari sia ancora molto elevata. In realtà a imporsi è un modello di documentario – basato principalmente su interviste e ricostruzioni – che è un format più televisivo. È questo che sta diventando l’unico linguaggio codificato e riconosciuto e chi sta fuori da questo modello è come se non esistesse.

SDG – Nonostante questa consapevolezza, mi sembra che anche per il vostro prossimo progetto abbiate deciso di continuare in “direzione ostinata e contraria”.

MDA, MP – Non ci piace parlare dei film prima di averli finiti. Ti diciamo solo che al Festival di Trieste abbiamo vinto il Premio Corso Salani per lo sviluppo, e che proveremo a raccontare un luogo di guerra in tempo di pace e che lo spazio del film sarà un poligono sperimentale nel sud-est della Sardegna.

IL FILM

Il Castello, documentario, Italia, 2011, 90’
Regia, sceneggiatura, montaggio: Massimo D’Anolfi, Martina Parenti
Musiche: Massimo Mariani
Fotografia: Massimo D’Anolfi
Produzione: Montmorency Film (in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Lines)

Presentato in anteprima mondiale al Festival Internazionale Vision du Reèl di Nyon e invitato in tutti i maggiori festival internazionali di cinema, il film ha ottenuto numerosi premi tra i quali ricordiamo: il Premio Speciale della Giuria al Festival Internazionale Hot Docs di Toronto, il Premio Speciale della Giuria all’EIDF di Seoul, Premio per la miglior fotografia agli International Documentary Awards di Los Angeles, il  Premio Speciale della Giuria a Italiana.Doc e il  Premio Avanti al Torino Film Festival, il premio AAMOD Doc/it Award, il Premio Arci Doc a Visioni Italiane di Bologna, il Premio Miglior Documentario a TremblayTerre di Cinema.
Il film è stato venduto in tutto il mondo: oltre all’Italia in Canada, Finlandia, Polonia, Messico, Israele, Francia, Germania, Corea tra gli altri.