Juan Emar oltre la soglia del romanzo

Juan Emar, Maternidad, 1953, guazzo su legno

Una classe dirigente, una intellighenzia ristretta a un pugno di famiglie, un mondo ripiegato su se stesso, lontano dall’Europa, eppure segnata dal sogno di essere europei. Parigi, l’afrancesamiento, l’essere più francese dei francesi: il sogno segreto delle grandi famiglie e degli intellettuali latinoamericano – nel Settecento, nell’Ottocento, nel Novecento.
Álvaro Yáñez Bianchi, Pilo per i familiari e gli amici, è nato a Santiago del Cile nel 1893, nel seno di una di queste famiglie doviziose dove le madri o le nonne dicono al neonato, e poi al bambino che presto rivelerà la sua precoce intelligenza: «da grande sarai Presidente della Repubblica».
È anche per sfuggire a questo possibile destino che Pilo si immagina pittore. Yo soy pintor, afferma. Sono un pittore. Ha diciassette anni. Di malavoglia il padre paga scuole di disegno e pittura.
Anni intensi, tra Santiago e Parigi, tra il Cile e la Francia, in un andirivieni del quale forse è giusto trascurare i dettagli. Circoli d’avanguardia, salotti, mostre. Donne diverse accanto a Pilo. Figli vengono alla luce.
Ma Parigi non basta, i salotti di Santiago non bastano. Come pittore ha un certo successo – ma non cessa in fondo di considerarsi un dilettante. Le chiusure del mondo parigino delle gallerie e dei mercanti sono difficili da scalfire. L’ambiente artistico cileno è legato ancora a una polverosa accademia.
Pilo è annoiato, insoddisfatto. Cerca una ragione di vita. Si sente un artista, ma è alle prese con una vocazione inespressa, che genera un senso di disagio e frustrazione. Cerca la sua forma espressiva.

Juan Emar, La bête, senza data, guazzo su legno

AVVERSARIO

L’artista cerca avversari, antagonisti. Ne ha bisogno. In modo da potersi definire per differenza. In modo da scaricare sull’avversario, feticizzato, le pulsioni distruttive, liberando così dalle brutture il proprio terreno creativo.
La produzione estetica si nutre anche di rancore. Il proprio dispetto nei confronti di un mondo di artisti e di critici che non si mettono in gioco è ispirazione e urgenza.
Per un artista visivo forse è più difficile costruire la propria opera per opposizione, come confutazione di un avversario. Chissà sia anche questo il motivo per cui Emar è transitato dalla pittura alla scrittura.
Per Pilo, il bersaglio, l’antagonista, è Alone.
Hernán Díaz Arrieta, coetaneo di Pilo, è un isolato, solitario, per venticinque anni ligio funzionario della Pubblica Amministrazione, autodidatta. Una feroce passione per la lettura lo porta a essere critico letterario e recensore. Con lo pseudonimo di Alone inizia nel 1921 a scrivere cronache letterarie sulla Nación, il quotidiano fondato da Eliodoro Yáñez, babbo di Pilo.
E intanto Pilo, con il nome di Jean Emar, dal 1923 al 1925 cura per lo stesso quotidiano la  pagina Notas de Arte, alla quale collaborano tra gli altri Neruda, Pablo de Rokha, Alberto Rojas Jiménez.
Diversissimo l’approccio: le pagine di Jean Emar sono fuochi di artificio, scambi di opinioni lontane  tra di loro. Alone è invece solitario schedatore, catalogatore indefesso, severo magistrato di un Tribunale Letterario al cui giudizio nessuno sfugge.

A sinistra Hernán Díaz Arrieta (Alone) considerato il più influente critico letterario cileno. A destra Álvaro Yáñez Bianchi (Pilo – Juan Emar) artista e scrittore cileno

Le cronache letterarie di Alone, puntuali e uguali a sé stesse, proseguiranno poi dal 1938 al 1978 sul Mercurio, il più autorevole quotidiano cileno. E intanto Jean Emar si allontana dalla pittura. Torna a essere più cileno che francese, e quindi corregge Jean Emar in Juan Emar. In realtà è una lenta gestazione. Ci vogliono almeno vent’anni perché la vocazione si trasformi: da pittura a scrittura. Con il nome di Juan Emar dice: «soy escritor, y como tal me realizaré», afferma alle soglie dei quarant’anni.
Nel 1935 pubblica a proprie spese Miltín 1934, un romanzo volutamente illeggibile e pieno di risentimento. In quello sconcertante guazzabuglio testuale Alone appare come personaggio.
«Todo lo del señor Alone me aburre. Es como una planicie interminable, sin árboles, sin arroyos, sin seres, sin ondulaciones, sin cielo. (…) Sin un foco central que sujete y mantenga en su sitio los contornos». «Qualsiasi cosa del signor Alone mi annoia. È come una sterminata pianura, senza alberi né corsi d’acqua, senza esseri viventi, senza ondulazioni, senza cielo. Senza un fuoco centrale che assoggetti e mantenga al loro posto i contorni».
Il senso del gioco è presto detto: Alone è lettore capace di leggere qualsiasi testo e di estrarne una sintesi, un resoconto. Alone è il critico letterario che scheda e incasella.
La singolare tenzone consiste, per Emar, nello scrivere un romanzo che quell’indefesso recensore che è Alone, capace di leggere e recensire qualsiasi testo, non possa né veramente leggere né recensire.
Scrivendo Miltín, da dentro Miltín, Emar si rivolge ad Alone sfidandolo: «prova a riassumere questo testo»; «prova ad annetterlo a un genere, a una scuola»; «prova a trovarvi un senso». Vinta così nell’immediato la sfida con Alone, Juan Emar è pronto ad avventurarsi oltre la soglia, el Umbral, di una letteratura che Alone non potrà capire, non potrà recensire.
Juan Emar, chiuso in casa a scrivere a penna, e poi a copiare a macchina, pagine che forse nessuno leggerà. Nessuna certezza. Letteratura come spazio di possibilità.

DICE A SE STESSO: NE HO FIN SOPRA I CAPELLI

Ne ho fin sopra i capelli, estoy hasta la coronilla. Sono stufo. Estoy harto. Basta. Non non ne posso più. La misura è colma. È un troppo che stroppia. La soglia è stata superata, el umbral rebasado.  Álvaro Yáñez Bianchi, ora Juan Emar, non ne può più di un mondo letterario abitato da burini e da venditori di fumo, un mondo dove la meschinità è pari all’ignoranza, mondo chiuso a riccio nella difesa di ridicoli interessi di bottega. Un mondo dove non conta l’autore, il creatore di mondi possibili, il romanziere o il poeta, un mondo dove contano solo recensori mossi dall’invidia, dal risentimento, dal rancore. E critici inaciditi, sadici, pomposi quanto vuoti. E editori che fingono di essere al servizio della cultura ma che badano invece solo al soldo.


Juan Emar, Abecedario, guazzo su cartone, 1949

Io, giura a se stesso Juan Emar, non voglio mai più avere a che fare con questa gentaglia. Se questo è il mondo letterario – il mondo delle case editrici, delle terze pagine, dei quotidiani e delle riviste letterarie – io, scrittore, proprio perché scrittore, esco da questo mondo, mi allontano. Mi chiuderò in un altrove inaccessibile.
Il mondo letterario pretende di imporsi allo scrittore come ambiente necessario. Dice l’editore: solo io posso fare di te un autore. Dice il recensore: solo per mio tramite avrai i tuoi lettori. Dice il critico: solo io posso darti la fama. Perciò la scrittura nota al pubblico sarà solo la scrittura passata al vaglio di editori, recensori, critici. Ma chi scrive per intimo bisogno, per proprio piacere, davvero non può fare a meno di subire questo ricatto? Io, dice a se stesso Juan Emar, d’oggi in poi non lo subirò. Andrò oltre la soglia, oltre el umbral – oltre quella terra di nessuno nella quale si finisce per trovare un compromesso: quel terreno dove recensori e critici, bontà loro, accettano quel poco di nuovo che i loro stomachi sensibili sono in grado di accettare; quel terreno dove lo scrittore accetta di dar prova di umiltà, sottomettendosi al giudizio, accettando di considerare il proprio testo difettoso, bisognoso di essere emendato.
Dice Juan Emar a sé stesso: non accetterò più compromessi, andrò oltre, quale che sia il prezzo, oltre la terra di nessuno, mi chiuderò in un mio mondo, e non importa se sarà un mondo di solitudine, forse di desolazione, abitato solo da me. Per scrivere quello che voglio, come voglio.
Pur di potermi dedicare, libero da aspettative e da giudizi alla mia scrittura, accetterò il rischio che la mia scrittura resti segreta, il rischio che ciò che ho scritto muoia con me. Anche il lettore postumo, in fondo, può essere troppo esigente, può privarmi della libertà: mi rifiuto di tener conto, d’ora in poi, dell’opinione di qualunque lettore.
Scriverò un romanzo. La scrittura del romanzo mi accompagnerà d’ora in poi per ogni futuro giorno della mia vita. Non importa se il romanzo che scriverò non sarà letto da nessuno. Non importa nemmeno se risulterà, pagina dopo pagina, quaderno dopo quaderno, nel corso del tempo, illeggibile anche per me stesso. Avrò comunque vissuto ogni giorno della mia vita come scrittore, alla faccia di editori, critici e recensori e lettori.
Sarò un’altra persona. Mi darò un nuovo nome. Abbandonerò quel cognome che mi rende ricattabile, quel cognome che mi fa essere uno di loro. Il mio nuovo nome sarà perenne testimonianza del mio essere altrove, del mio rifiuto del vostro mondo, del mio averne abbastanza di voi editori e critici e recensori. E lettori. Il mio nome parlerà del mio averne fin sopra i capelli, hasta la coronilla. Álvaro Yáñez Bianchi, conosce bene il francese, lo ama per certi versi più dello spagnolo. Ne ho fin sopra i capelli, j’en ai par-dessu la tȇte, j’en ai marre. Je n’ai marre. Mi chiamerò Jean Emar, anzi, Juan Emar.
A metà del cammino della sua vita passa oltre la soglia, el umbral. Al di là della soglia ci appare Juan Emar, autore della propria opera, e personaggio, anche, del romanzo che sta scrivendo.
Juan Emar non sa, non vuole sapere cosa accadrà dopo la propria morte. Lascia cinquemilatrecentodiciotto pagine dattiloscritte. Attraverso queste pagine si candida a essere ricordato.

Juan Emar, Nosferatus, guazzo su cartone, 1949

MASSICCIO, CALVO, MUTO

Sono poche le scene esterne all’Umbral, precedenti al superamento dell’umbral, importanti da ricordare. Forse solo una.
1935. Álvaro Yáñez Bianchi, Pilo, che si sta trasformando in Juan Emar, Juan Emar che è ancora in parte Álvaro Yáñez Bianchi, Pilo, partecipa al salotto letterario di Vicente Huidobro. Ricorda uno dei presenti, Volodia Teitelboim: «Se discutía con acentos arrebatados; pero Juan Emar callaba». Si discute animatamente, ci si ruba la parola, ognuno deve dire la sua a costo di alzare la voce. Ma Juan Emar resta silenzioso. «Macizo, resueltamente calvo, amable dentro de su retraimiento», è l’opposto del padrone di casa, «exuberante, narciso, siempre atento a la reproducción de su gloria y a la defensa de su papel en la poesía contemporánea».
Ribadisce Teitelboim: Juan Emar si collocava agli antipodi, chiuso nella sua «semimudez voluntaria».
In quel salotto, quella sera, Juan Emar, massiccio, risolutamente calvo, chiuso nel suo volontario mutismo, così diverso dall’esuberante, narciso Huidobro, consegna agli amici copia dei suoi tre libri editi in quell’anno, a sue spese. Ayer, Miltín, Un Año.

Juan Emar, Autroritratto, 1949

SCRIVERÒ E SCRIVERÒ E SCRIVERÒ

Juan Emar, agli inizio degli anni Quaranta, ha già in mente l’opera, e la stessa vita che lo attende. Ma intanto, appena iniziato a scrivere, si trova nella necessità di dar nome all’opera, al progetto che è ormai anche il progetto della propria vita futura. «Ante la necesidad de colocar un título», di fronte alla necessità di mettere un titolo, me ne viene in mente uno: El Umbral. Mi sento, né più né meno, fermo sull’umbral, sulla soglia.
La soglia: «hacia atrás es una extensión iluminada; hacia adelante la oscuridad».
Alle spalle una estensione illuminata. La civiltà, la cultura, la storia. Le luci della casa. La vita già nota. Ciò che si sa e che appare giusto e vero e che si dà per scontato. La luce della conoscenza. Guardando in avanti, l’oscurità. In questa oscurità Juan Emar sceglie di avventurarsi. Ciò che è oscuro, che non è stato ancora detto e non si sa dire, non si sa come dire. «Quiero decir que este ‘adelante’ – hoy oscuro – podría ser la solución o – si no la hay de verdad – la explicación de lo ya recorrido».
Adelante: “in avanti”, “più in là”. Avverbio che indica sia il movimento che il futuro. Un davanti oggi ancora oscuro – ignoto, tenebre, teso ancora da scrivere – potrebbe essere la soluzione de lo ya recorrido: di ciò che è stato già percorso – il percorso della penna sul foglio, l’eventuale ripercorre quei segni da parte del lettore.
Juan Emar pone la solución, soluzione, al posto della explicación, spiegazione. Se non ci può essere vera soluzione – che è pretendere troppo dinnanzi al mistero della scrittura – potrà esserci almeno spiegazione. Lo spagnolo explicar, più vicino dell’italiano spiegare al latino explicare, ci parla con precisione del “venir fuori”, dell’uscire non solo dal pliegue, la piega, ma, guadando all’etimo, dal plex. La radice indeuropea è plek, intreccio, da cui anche implicito. L’intreccio e l’implicito non si spiegano veramente tornando sul testo già scritto. Né attraverso le note e i commenti che potrebbe apporre il critico o l’interprete. L’intreccio e l’implicito si spiegano solo scrivendo ancora.
Questo è il progetto che Juan Emar formula con terribile precisione, già nella seconda pagina. Appena ha iniziato a scrivere. E già Juan Emar sa che si accinge a un cammino che dovrà durare tutta la sua restante vita. Viaggio iniziatico. La luce alle spalle.
Pensiero profondo, ricorsivo. Quiero decir que este ‘adelante’ voglio dire che questo ‘davanti’ – oggi oscuro – potrebbe essere la soluzione. Potrebbe: nessuna certezza. Progetto, speranza, non fiduciosa certezza. O, se non c’è una vera soluzione, questo ‘davanti’, sempre oscuro, sarà la spiegazione del cammino già percorso. In questa oscurità va cercato il senso della luce che illumina il passato, il senso di ciò che, avendolo già vissuto, ci appare dotato di senso. Ci appare: ma l’illuminazione è solo uno dei sensi possibili. L’oscurità è la possibilità di nuovi sensi. L’illuminazione è energia dispersa, già usata, entropia. L’oscurità è spazio di possibilità. L’estensione illuminata ci serve solo per darci la direzione: a cosa dobbiamo dare le spalle. Mentre guardiamo en adelante, in avanti.
La soglia, el umbral, si sposta con noi. Così Juan Emar cammina sempre en el umbral, e ci invita a camminare en el umbral, l’estensione illuminata alle spalle, l’oscurità davanti a noi.

Juan Emar, Básilica de San Agustín de Tango, guazzo su legno, 1948

UMBRAL

Umbral è composto di quattro pilares, colonne – El globo de cristal, El canto del chiquillo, San Agustín de Tango, e un quarto senza nome – e un dintel, architrave, che conclude l’opera, se mai simile opera può dirsi veramente conclusa.
All’incipit, la lettera di Onofre Borneo a Guni, segue, quasi come un allegato, una sintesi dell’opera. Sintesi dell’opera che appare dettagliata e precisa per quanto riguarda i primi due pilastri, e inizia invece a dilungarsi e a disperdersi nel descrivere l’argomento del Tercer Pilar. E lì il Preambolo si tronca. Juan Emar può immaginare, almeno nelle linee generali, cosa scriverà. Ma solo fino a un certo punto. Solo un testo molto più breve, più semplice, potrebbe essere totalmente assoggettato a un piano già tracciato. Se l’autore è Juan Emar, allora il testo non può essere che un testo che sfugge al controllo del suo stesso autore.

Mappa di San Agustín de Tango, disegno di Gabriela Mistral, pubblicata nel romanzo Ayer, 1935

Si chiede, e chiede a Guni «¿Cómo empezar a contarte todo? Tengo aquí una montaña de notas, observaciones, narraciones, qué se yo. Cuando quiero echar mano a ellas, se escabullen». Come incominciare a raccontarti tutto? Ho qui un mucchio di note, osservazioni, narrazioni, e che so io. Se escabullen: latino volgare excapulare; animali scappano via, sfuggono dal recinto in cui sono chiusi. Tutte queste scritture provvisorie, questi appunti, quando cerco di metterci mano, scappano via.

Juan Emar, Jardines de San Agustín de Tango, 1948

SFUGGIRE

Juan Emar, con la lenta applicazione del suo vergare segni su un supporto – scrivere – tenta di fissare quella materia liquida – sfuggente, sempre pronta a gonfiarsi e a sgonfiarsi – suggerita dall’idea di Schwelle, in tedesco ‘soglia’.
A Emar la materia sfugge di mano. Del resto questo sfuggire, come già, prima che nell’Umbral, in Miltín, sta all’origine del suo progetto. Juan Emar fugge dal mondo sprofondandosi nella materia sfuggente della propria narrazione. Il nascondiglio sarebbe meno protetto, sarebbe violabile se la narrazione fosse più chiara, perché allora l’autore stesso potrebbe rischiare di venir meno alla promessa fatta a se stesso: non scendere a compromessi, non pubblicare.
«Yo me evadí, […] escondiéndome como un delincuente, con mi gran Umbral […] ese de los mil papeles y notas en archivadores y clasificadores […] Nadie iba a saber nada. Mi escondite consistía en ‘no publicar, no, no publicar jamás […]». Io sono fuggito via, mi sono nascosto come un delinquente, con il mio gran Umbral, questa roba di migliaia di carte e note in schedari e classificatori. Nessuno doveva venirne a sapere. Il mio nascondiglio consisteva nel ‘non pubblicare, non pubblicare mai’.

PRENDERSI GIOCO DEL LETTORE

Il gesto dadaista che è l’Umbral consiste nel prendersi gioco del lettore. Impossibile seguire un (unico) filo logico, vano raccontare la trama. Il testo si fa beffe dei tentativi di riassumerlo. La meravigliosa ridondanza, la complessità dell’Umbral, ci obbligano a inchinarci ammirati.
Atteggiarsi a critico, a interprete che ordina e che sintetizza l’opera, di fronte all’Umbral, è del tutto vano. Alone è già stato liquidato con un sberleffo in Miltín.
Dobbiamo semmai inchinarci alla sempre presente autocritica implicita nel testo. Lo stesso Juan Emar-Onofre Borneo, da dentro il testo, ci parla del timore, anzi del panico che l’autore stesso prova di fronte alle stravaganti immagini e alla contorta struttura che lui stesso sta generando. «Pánico por el hecho de idear, que idear es el hecho de ponerse al borde de un desencadenamiento inevitable. El pánico de desencadenar, de desatar, desatar demasiado…!». Panico per il fatto di ideare, ché ideare è il fatto di porsi al bordo di uno scatenamento inevitabile. Il panico di scatenare, slegare, slegare troppo!
Evito quindi di condannarmi alla fatica vana o temeraria: non tento di riassumere la trama, né tento di proporre un possibile percorso all’interno del testo, né cerco nel testo un qualsiasi ordine, né mi propongo di spiegare troppo.
Mi dichiaro vinto: lettore annichilito alle prese con un libro illeggibile.

Juan Emar, Senza titolo, senza data, inchiostro su carta

LIBERARSI DAI PESI

Álvaro, Pilo, che voleva essere pittore, lascia il passo a Juan Emar, che vuole essere scrittore: «Juan Emar es un intento», un tentativo di Álvaro, si legge nell’Umbral. Juan Emar, accingendosi a intraprendere quel viaggio alla ricerca di se stesso che è Umbral, lascia il passo a Onofre Borneo, che eredita da Juan Emar la vita vissuta – biografia – e le opere pubblicate  bibliografia: «Un tiempo firmaba yo Juan Emar y la gente así me llamaba», mi firmavo Juan Emar, e così ero chiamato.
Álvaro Yáñez si allontana dai propri dolori incarnandosi in Juan Emar, Juan Emar è libero dai pesi subiti da Álvaro Yáñez e libero di immaginarsi la persona che vorrebbe essere. Per questo dedica la propria vita a scrivere l’Umbral. Ma questo tipo di scrittura è anche rivivere la propria dolorosa storia: per trasformare, attraverso la narrazione, la vita in qualcosa di diverso, bisogna in qualche modo riviverla, questa vita. E allora Juan Emar, si protegge dall’eccessivo carico emotivo affidando i propri pesi a Onofre Borneo, è lui a rivivere nel romanzo la faticosa vita che era stata di Álvaro Yáñez e quindi di Juan Emar, fin al punto che nel romanzo e attribuita a Onofre Borneo la paternità delle proprie opere, già pubblicate a nome di Juan Emar.

IMPEGNO QUOTIDIANO

Lo scrittore scrive e scrive e scrive. Scrivere è un impegno diario, quotidiano.
L’autore scrive un diario. Ma come si è distribuita la scrittura nel tempo, nei lunghi anni che sono succeduti al 2 marzo 1941. Di questo nulla si sa leggendo le pagine dell’Umbral.
In qualche modo ci manca – in questa scrittura diaristica – la datazione di ogni pagina. L’enorme disponibilità di Emar a parlare da dentro lo stesso Umbral del proprio processo di scrittura non arriva a tanto.
A questa voluta carenza del testo surrogano in modo efficacissimo, fuor dal romanzo, le puntuali annotazioni contenute in lettere alla figlia – laddove Juan Emar, con cura maniacale, ricorda il numero dell’ultima pagina scritta.
La pila di pagine dattiloscritte che lentamente, inesorabilmente si eleva, giorno dopo giorno, è la più fedele testimonianza dell’inestricabile legame che tiene unito Juan Emar alla sua opera. 28 giugno 1957; pagina 2407. 8 febbraio 1958: pagina 2566. 22 agosto 1959: pagina 3332. 19 maggio 1960: pagina 3905 – qui, coperti di segni un siffatto numero di fogli, Juan Emar è andato ormai ben oltre lo schema immaginato all’inizio: al Tercer Pilar, San Agustín de Tango, ha aggiunto il Cuarto Pilar, Umbral. Terminato a pagina 3.364 Umbral, si è addentrato poi in quella che ora chiama «segunda parte llamada Dintel», Seconda parte chiamata Architrave.

AHORA SÓLO DESEO MORIR PRONTO

20 gennaio 1963: pagina 5.083. 13 settembre 1963: Mancano due mesi al compimento dei settant’anni; Juan Emar scrive alla figlia: «Perché ti parlo con questo tono? Perché estoy algo enfermo, sono un po’ malato. Niente di grave, ma è qualcosa di molto fastidioso che  mi obbliga a fare tutto lentamente, come se fossi un vecchietto. Ho il collo molto gonfio sotto l’orecchio destro. Il mio collo e la mia spalla mi chiedono di mettermi a letto. Stando a letto mi sento molto meglio. Adesso ti scriverò tanto, tanto».
Quello stesso giorno è morto l’amico Eduardo Barrios. Juan Emar non lo sa ancora.
Cinque giorni dopo Juan Emar scrive alla sorella Flora – che da dieci anni ormai ha terminato di pubblicare quei testi scritti in prima persona – Espejo sin imagenIcha, Aguas oscuras, Juan Estrella, Gertrudis – capitoli di una autobiografia romanzata. «La morte di Eduardo Barrios mi ha colpito molto, profondamente», scrive Juan Emar alla sorella, «Ho un appuntamento in ospedale e lì si vedrà cosa ho. Ahora sólo deseo morir pronto. Adesso desidero solo morire presto». «Recibe un fuerte abrazo de tu hermano desamparado y triste que sólo desea irse, irse, irse». «Ricevi un forte abbraccio dal tuo povero e triste fratello che desidera solo andarsene, andarsene, andarsene».
Pilo ha un tumore. Muore l’8 aprile 1964, quando Juan Emar – avendo fatto in tempo a scrivere quella che appare una plausibile conclusione – è giunto a pagina 5.318.
Juan Emar può permettersi di morire perché ha finito di scrivere. Ma anche: Juan Emar muore perché non ha più, a tenerlo in vita, la scrittura.

NOTA

Nell’autunno del 2002, in quanto autore del Viaje literario por América Latina (Acantilado, Barcelona 2000; in italiano Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, 2020), sono stato ospite della Fiera del Libro di Santiago del Cile. In quella occasione, in separata sede, Jorge Edwards (romanziere e diplomatico che è anche uno dei protagonisti del mio Viaje) e Cristián Warnken Lihn (poeta, conduttore televisivo, docente, in anni recenti fondatore di un partito politico), mi dissero che, visto quello che avevo scritto, avrei dovuto senz’altro leggere e commentare un misconosciuto scrittore cileno, Juan Emar.

Da allora mi sento in debito, obbligato a scrivere di Emar.

L’articolo qui proposto è estratto da un più vasto saggio destinato ad apparire in una raccolta di prossima pubblicazione.

 

QUALCHE RIFERIMENTO BIBLIOGRAFICO

Opere pubblicate in vita
Juan Emar, Ayer, illustrazione de Gabriela Emar, Zig-Zag, Santiago, 1935. 113 pagine; ed. it. Ieri, traduzione di Bruno Arpaia, Safarà, Pordenone, 2024.
Juan Emar, Miltín 1934, illustrazione di Gabriela Emar e altre illustrazioni, Zig-Zag, Santiago, 1935. 241 pagine.
Juan Emar, Un año, tre illustrazioni di Gabriela Emar, Santiago, 1935. 80 pagine.
Juan  Emar, Diez, [Racconti. Cuatro animales: «El pájaro verde»; «Maldito Gato»; «El perro amaestrado»; «El unicornio». Tres mujeres: «Papusa Chuchezuma»; «Pibesa». Dos sitios: «El hotel Mac Quice»; «El fundo La Cantera». Un vicio: «El vicio del alcohol»],  Ediciones Ercilla, Santiago, 1937. 202 pagine.

 Edizioni dell’Umbral
Juan Emar, Umbral, Tomo I. Primer Pilar: El Globo de Cristal, Prólogo de Braulio Arenas, Carlos Lohlé, Buenos Aires, 1977. [Edizione interrotta dopo il Tomo I].
Juan Emar, Umbral. Primer Pilar: El Globo de Cristal, “Nota preliminar” de Pedro Lastra, “Biografía para una obra” de Pablo Brodsky. Segundo Pilar: El canto del chiquillo. Recuerdos de viaje de Lorenzo Angol; Tercer Pilar: San Agustín de Tango; Cuarto Pilar: UmbralDintel.
Biblioteca Nacional, Santiago, 1996. Colección Escritores de Chile, VIII. Cinque Tomi. 4134 pagine.

Critiche d’arte
Jean Emar, Notas de Arte. Jean Emar en la Nación (1923-1927), estudio y recopilación di Patricio Lizama, Dibam y Ril, Santiago, 2003.

Epistolari

Juan Emar e Carmen Yáñez, Cartas a Carmen. Correspondencia entre Juan Emar e Carmen Yáñez (1957-1963), Selección y Prólogo de Pablo Brodsky, Cuarto Propio, Santiago, 1999.
Juan Emar, Cartas a Pépèche, (1947-1963), Edición, prologo y notas de Alejandro Cansejo-Jerez, Estudio bibliografico y cuidado del texto de Soledad Traverso, Artextos, Paris, 2007.
Juan Emar, Cartas a Guni Pirque, (1941-1946), Brodsky, Pablo, Patricio Lizama, Carlos Piña editores, Ediciones Universidad Católica de Chile, Santiago, 2010.
Delle letture critiche di Juan Emar, mi piace citare un solo articolo: Adriana Valdés, “La situación de Umbral, de Juan Emar”, Mensaje, 264, 1, 1977. È un interessante esercizio di critica divinatoria – immaginiamo per questo Juan Emar l’avrebbe apprezzato. Si fonda infatti sulla lettura delle quattro opere pubblicate in vita dall’autore e del solo Primer Pilar dell’Umbral, all’epoca appena stampato dall’editore argentino Lohlé.

I cinque volumi di Umbral  sono oggi accessibili in formato pdf in Memoria Chilena

Ayer, Miltín 1934, Un año, Diez e Notas de arte si trovano sempre in Memoria Chilena