Ogni foto è una storia di fantasmi

Carlotta Valente, Appunto n.1, stampa ai sali d’argento. Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

Nella mia vita ho cambiato idea su «cosa avrei voluto fare da grande» solamente due volte: da piccola desideravo fare la paleontologa, da pre-adolescente volevo disegnare fumetti e a sedici anni ho deciso che avrei fatto la fotografa.
A trentatré anni lavoro facendo ricerca sui processi storici di stampa, sembro un fumetto e si, faccio ancora la fotografa.
Se mi chiedessero cos’è che guida la mia ricerca fotografica probabilmente risponderei raccontando di una domanda che mi piace fare alle persone che incontro: «se potessi scegliere un superpotere, quale vorresti avere?» La mia risposta, ormai da molti anni, è sempre la stessa: vorrei poter toccare un oggetto e vedere tutto quello che ha vissuto. Che si tratti di un mobile, di un muro, di una pietra o di una fotografia stampata, mi affascina l’idea che la materia trattenga tracce invisibili del tempo e delle persone che l’hanno “incontrata”. Credo che questa curiosità sia centrale nella mia pratica artistica e che possa essere riassunta in una domanda molto semplice: cosa rimarrà?
Infatti, la mia ricerca ruota intorno alla permanenza, alla memoria e al modo in cui il significato delle immagini e gli oggetti fotografici cambiano nel tempo. Nel mio modo di concepire la fotografia questa esiste davvero solo quando diventa un oggetto, quando può essere tenuta in mano, messa in tasca o dimenticata tra le pagine di un libro che stavo usando per appiattire la stampa. Forse perché sono estremamente disordinata nel mio metodo di archiviazione digitale, ma è proprio questa dimensione materiale che mi interessa perché la rende soggetta alle stesse regole di trasformazione e degrado che riguardano ogni cosa che esiste nel mondo. La fotografia conserva una traccia di ciò che è stato, ma non può garantirne il significato, perché questo dipende sempre da chi guarda e dal contesto in cui l’immagine viene osservata: cosa dice l’artista? Cosa riporta il testo critico? Chi è? Dove sono? Quando è stata scattata? Cosa so di questa immagine? Mi capita spesso di chiedermi se qualcuno in futuro, osservando le fotografie di mia nonna, saprà ancora riconoscerla, darle un nome o attribuire a quelle immagini il valore che hanno oggi per me. Penso che la stessa sorte attenda anche le opere che realizzo.
Ho scelto la fotografia come mezzo espressivo perché parte sempre dalla realtà. A differenza di altri linguaggi, registra qualcosa che è stato effettivamente davanti all’obiettivo in un momento preciso, e proprio per questo rende particolarmente evidente il rapporto tra presenza e assenza, tra ciò che è accaduto e ciò che resta. Quello che mi interessa non è soltanto la rappresentazione, ma soprattutto la materialità dell’immagine, la sua capacità di trasformarsi e di modificare la relazione che intratteniamo con essa nel corso del tempo.
Ho scelto di lavorare prevalentemente con processi fotografici storici proprio perché producono oggetti fotografici tangibili, perché appartengono a tecnologie che si sono sviluppate lentamente e che non richiedono di inseguire continuamente l’innovazione, e perché mi permettono di lavorare con le mani, concentrandomi su un gesto alla volta. Questi processi impongono tempi precisi, fatti di attese, ripetizioni, errori e nuovi inizi, e mi costringono a rallentare, a seguire un ritmo diverso da quello accelerato del mondo contemporaneo. In questo senso, il mio lavoro è anche un tentativo di sottrarmi alla logica della velocità e della iper-produttività, scegliendo invece una pratica che richiede attenzione, pazienza e presenza fisica.
Infatti, il movimento del corpo ha un ruolo fondamentale in questi processi, perché ogni gesto lascia una traccia concreta sull’immagine. Il modo in cui stendo un’emulsione con un pennello, lucido una lastra d’argento o maneggio il vetro influenza direttamente il risultato finale.

Carlotta Valente, Le pietre hanno sempre dormito all’aperto – carotaggi, dagherrotipo 1 baquerel.
Courtesy l’artista e Red Lab Gallery
Carlotta Valente, Le pietre hanno sempre dormito all’aperto – carotaggi, dagherrotipo 2 baquerel.
Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

La tecnica, per me, non è mai separata dal concetto, e cerco sempre di fare in modo che i materiali e i processi utilizzati siano strettamente legati al significato dell’opera. Un esempio particolarmente rappresentativo di questo approccio è il lavoro realizzato per l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, dedicato alla Divina Commedia di Dante Alighieri nel quale per ciascuna cantica ho scelto un processo e un materiale capaci di tradurre il modo in cui Dante descrive la luce: la solarizzazione e l’opacità della carta per l’Inferno, la trasparenza del vetro e l’azzurro della cianotipia per il Purgatorio, e il dagherrotipo per il Paradiso, dove la luce diventa talmente intensa da rendere impossibile la visione.

Carlotta Valente, The Mimetic Observer, installazione presso il museo dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD, Roma. Courtesy l’artista

La memoria è al centro di molti dei miei lavori, e in particolare del progetto Ogni foto è una storia di fantasmi, nato nel 2021 dal ritrovamento casuale di un grande numero di fotografie vernacolari abbandonate accanto a un cassonetto. Quelle immagini, ormai prive di valore per chi le aveva conservate, mi hanno portata a riflettere sul destino delle fotografie quando il legame affettivo e narrativo con i soggetti rappresentati si interrompe. Attraverso la stampa analogica, queste immagini sono state trasformate in una meditazione sulla perdita, sul tempo e sulla fragilità della memoria, mettendo in relazione archivi anonimi e immagini provenienti dalla mia storia familiare.
Penso di fare la fotografa anche perché rifletto spesso sulla morte, non in modo angoscioso, ma come a una condizione inevitabile che accomuna tutte le cose e tutte le persone che amo. Questo mi permette di osservare il mondo sapendo che ciò che esiste oggi potrebbe non esistere domani nello stesso modo. Per una fotografia stampata è lo stesso. Non considero la fotografia come uno strumento capace di sconfiggere l’oblio, ma come un modo per trattenere temporaneamente alcune tracce e trasmetterle ad altri, anche quando la loro origine non è più riconoscibile. Un’immagine può continuare a portare con sé un’idea, un gesto o una presenza, anche quando il suo significato iniziale è andato perduto.

Carlotta Valente, Ogni foto è una storia di fantasmi, stampa a contatto ai sali d’argento. Courtesy l’artista

C’è una poesia di Margaret Atwood, Orange, accompagna da anni il mio lavoro. In quei versi, il desiderio di conoscere davvero un oggetto, di guardarlo abbastanza a lungo e con sufficiente attenzione da permettergli di rivelare tutto ciò che contiene, esprime in modo molto preciso quello che cerco di fare attraverso la fotografia, dato che i miei soggetti spesso sono oggetti inanimati. Mi interessa osservare ciò che ho davanti senza fermarmi alla sua superficie, con la speranza che, restando abbastanza a lungo in relazione con un’immagine o con un oggetto, questo finisca per raccontare qualcosa di sé, di quello che ci ho visto io e di quello che vedrà chi lo guarderà sotto forma di foto.

[…] Ma piano:
se prendo l’arancio
con sufficiente cautela
e lo tengo
delicatamente
Posso trovarci un uovo
un sole
una luna d’arancio,
forse un cranio, il centro
di tutta l’energia
nella mia mano
potrei mutarlo
in ciò che voglio che sia
e tu, uomo, amante,
arancio pomeridiano
dovunque tu sieda
di fronte a me (tavoli, treni, autobus)
se guarderò
con sufficiente delicatezza
e a lungo
alla fine, tu parlerai
(forse senza parole)
(ci sono montagne nella tua testa,
giardini, caos, oceani,
uragani, certi angoli
di stanze, ritratti
di vecchie nonne,
tende di particolari colori,
i tuoi deserti, i tuoi dinosauri
personali, la prima
donna).
Voglio sapere tutto:
dimmi
tutto
com’era
fin dall’inizio.

Carlotta Valente, Le pietre hanno sempre dormito all’aperto – dorodango, stampa al platino palladio. Courtesy l’artista e Red Lab Gallery

Più recentemente, grazie al progetto vincitore di Strategia Fotografia sviluppato con il Museo di Storia Naturale La Specola, sto lavorando sul rapporto tra il tempo fotografico e il tempo geologico, mettendo in dialogo la relativa brevità del processo fotografico con la durata quasi inconcepibile della formazione dei minerali. Anche in questo caso, ciò che mi interessa è comprendere come la materia registri il tempo e come, attraverso l’immagine, sia possibile rendere visibili trasformazioni che normalmente sfuggono al nostro sguardo.
In fondo, tutta la mia pratica nasce da un desiderio molto semplice: capire che cosa resta. Cosa resta nelle fotografie, negli oggetti, nei gesti che si tramandano, nei materiali che cambiano lentamente e nelle immagini che continuano a esistere anche quando non sappiamo più esattamente che cosa rappresentano. Continuo a lavorare con la fotografia per questo motivo, per osservare con attenzione ciò che ho davanti e per provare, almeno per un momento, a immaginare tutto quello che potrebbe contenere.

 

Carlotta Valente (Roma, 1992) è un’artista il cui lavoro si concentra sulla ricerca e sperimentazione dei processi storici di stampa fotografica attraverso una pratica che unisce tecniche analogiche e linguaggi visivi contemporanei, esplora il potenziale espressivo della fotografia concepita come oggetto materico, capace di trasmettere una presenza fisica e sensibile.
Il suo lavoro indaga il rapporto tra fotografia e memoria, ponendo l’accento sul valore materiale della stampa in un’epoca dominata da immagini digitali effimere e rapidamente dimenticate. Le sue opere si configurano come strumenti di resistenza all’oblio, in cui il tempo e la materia diventano elementi fondamentali della narrazione visiva.
Nel 2021 ha co-fondato Studio Bayard, uno spazio indipendente dedicato alla ricerca e produzione fotografica, con particolare attenzione ai processi storici e sperimentali. All’interno dello studio porta avanti il proprio lavoro artistico e collabora con altri artisti e artiste nella realizzazione di progetti.

Il sito dell’artista.