L’arrivo nelle sale italiane dell’ultimo film di Jafar Panahi ripropone un annoso dibattito che riguarda il rapporto tra qualità artistica e biografia dell’autore. Detto in altre parole, il problema è se le condizioni, le opinioni, le idee dell’autore siano importanti, se non addirittura decisive, per giudicare il valore delle sue opere. È un argomento che spesso viene usato in negativo, ricordando esempi di scrittori la cui pessima condotta o le cui idee scellerate non ci dovrebbero comunque impedire (oppure si?) di valutarne positivamente gli scritti. E si fanno, come sempre, i nomi di Louis-Ferdinand Céline, di Ezra Pound, di Charles Bukowski. Nel caso del regista iraniano Panahi l’effetto è ovviamente opposto. Come non apprezzare un film il cui autore è stato arrestato, imprigionato, osteggiato e irriso dal regime, a cui è stato impedito di seguire le sue opere nei maggiori festival internazionali, e di ritirare personalmente i premi (Panahi è uno dei quattro registi – gli altri tre sono Robert Altman, Michelangelo Antonioni e Henri-Georges Clouzot – a trionfare nei tre maggiori festival europei: Cannes, Venezia e Berlino) che immancabilmente questi festival assegnavano ai suoi film? A pensarci, è un meccanismo perverso, perché qualsiasi giudizio positivo non sfugge a questo sospetto e fa di una santità preventivamente assegnata una potenziale colpa.


Il geniale allievo di Kiarostami non avrebbe alcun bisogno di queste commistioni biografiche, essendo, fin dai tempi de Il palloncino bianco (e sono passati giusto trent’anni), uno dei più importanti esponenti del cinema iraniano. La scuola cinematografica a cui appartiene è stata quasi sempre osteggiata dal regime, prima da quello dello Scià e poi anche dagli Ayatollah, a dimostrazione che l’arte è, o dovrebbe essere, anche senza volerlo, nemica del potere. Qui da noi resta nelle cronache l’attacco di Giulio Andreotti a Umberto D di Vittorio De Sica, film che, secondo l’allora giovane (siamo nel 1952) sottosegretario democristiano, aveva «reso un pessimo servigio alla patria». È evidentemente quello che pensano, dopo più di settant’anni, anche i censori islamici ed è tutto tranne che una coincidenza che molti dei registi iraniani si dichiarino figli ed eredi proprio della poetica neorealista italiana.

Jafar Panahi ha affermato che quando vide Ladri di biciclette per la prima volta pensò: «Ecco un vero film, un film che non mente». Detto questo, e scusandomi per la lungaggine, Un semplice incidente è un bel film. A partire dal titolo, chiaramente antifrastico, Panahi racconta l’intreccio di molte vite, ci parla con leggerezza e profondità di vittime e colpevoli, di vendetta e perdono, di morte e di nascita, nell’anonima periferia di Teheran e a partire da un banale incidente automobilistico. Lo fa con uno stile apparentemente lineare, senza funambolici movimenti di macchina, scegliendo a volte un registro quasi teatrale, affidandosi a dialoghi affilati e omaggiando certo cinema leggero e intelligente di provenienza varia e insolita (alcune scene nel furgone non possono che ricordare la famosa cabina dei fratelli Marx).
A Night at the Opera (Una notte all’opera), regia di Sam Wood, 1935, interpretato dai fratelli Marx
Girato illegalmente, di fatto in clandestinità, con una troupe ridotta all’osso, evitando in tutti i modi di finire nelle grinfie dei guardiani della rivoluzione (che cercarono comunque, ma per fortuna invano, di mettere le mani sul materiale e minacciarono a più riprese i collaboratori del regista), il film prende fin dall’inizio le vie della satira senza mai appesantirsi in invettive moralistiche.


La critica alla teocrazia islamica viene declinata sottolineando come l’uscita da una concezione che pretende che le basi su cui la società si fonda, i valori e i comportamenti socialmente accettabili derivino direttamente da un dettato divino (un modo di impostare la convivenza civile che ai nostri occhi appare come addirittura medievale), passi attraverso la consapevolezza che, al contrario di ogni nostra scelta, ognuno di noi è pienamente ed esclusivamente responsabile e non può appellarsi a nessun volere divino, vero o presunto che sia. In principio, sembra che al regista interessi soprattutto il tema della vendetta, collaudato e potente catalizzatore narrativo, ma pian piano emerge con altrettanta e decisiva importanza la presa di coscienza che la presunta e inevitabile linearità del percorso – a ogni torto subito corrisponde la giusta punizione –, è solo un’illusione, ché le giravolte, gli accidenti e gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e la strada per arrivare alla giustizia, sia pure una giustizia “fai da te”, è tutt’altro che dritta; è, a metterla bene, un’ellisse o una spirale, e si conclude quasi sempre nel deserto, metafora dell’impoverimento e della desolazione umana, prima ancora che politica e sociale. Una lezione di educazione civica somministrata con la sublime leggerezza di cui Panahi ha già dato ampie dimostrazioni in passato e che gode della raffinatezza nei dialoghi e delle sorprendenti svolte narrative. Una maniera di fare cinema che si consolida nella costruzione drammaturgica, nella precisione con cui delinea i caratteri dei personaggi e nella ironia che è uno dei marchi di fabbrica del regista, anch’essa cifra stilistica affatto scontata, considerando la pesantezza del regime con cui si trova a dover fare i conti. Una lezione di cui oggi più che mai si sente il bisogno, giustamente premiata con la Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes.
Trailer ufficiale del film Un semplice incidente, regia di Jafar Panahi, 2025. Crediti Lucky Red Distribuzione
IL FILM
Una tranquilla serata si trasforma in incubo quando un uomo, dopo aver investito un cane, chiede aiuto in un’officina. Il meccanico Vahid crede di riconoscere in lui l’agente dei servizi segreti che anni prima l’ha torturato. Accecato dalla vendetta, lo rapisce e decide di ucciderlo e seppellirlo nel deserto. Ma un dubbio lo assale: durante le torture era sempre bendato, e l’identità del presunto aguzzino non è certa. Chiama a raccolta altri ex detenuti per confermare il sospetto. Shiva ricorda il suo odore, Hamid la voce, Golrokh rinuncia al matrimonio pur di vendicarsi. Ogni testimonianza sembra incriminarlo, ma nulla è definitivo.
La situazione precipita, e la verità resta sospesa tra giustizia e ossessione.




