Dieci anni / Imbrunire

© Chiara Francesca Rizzuti. Courtesy l’artista

Dieci anni fa, in un agosto non ancora così caldo della pianura padana, moriva mia nonna. Nonna la prima parola, nonna la prima casa, nonna il primo rifugio. Nascondersi sotto il lavandino del bagno la mattina presto con l’ombra che ti protegge dalla luce del mobiletto, i racconti dei Quindici prima di mettersi a dormire, la luce dell’abat-jour sul comodino che illumina il letto in un’alba non ancora sorta. La sua eredità, una volta salutato questo pianeta, la sua depressione, che da piccola non potevo conoscere ma che leggevo sul suo volto indurito.
In questi dieci anni ho attraversato foreste, altitudini, percorso sentieri impervi e difficili, esplorando cave e grotte della mia esperienza da essere umano in questa forma. Sono profondamente grata alla mia depressione – e sono consapevole del privilegio che questa frase comporta, e mentirei se dicessi che quell’ombra che sosta in fondo al mio letto è sparita. Rimane lì, a ricordare che esiste, che se ho bisogno, lei c’è: un’ombra accogliente, una coperta troppo grossa, calda che non scalda.

© Chiara Francesca Rizzuti, da Del Sublime, 2019. Courtesy l’artista

Ho studiato arte e cinema, ho fatto scuole private costose, pagate con sacrifici e botte di culo, per studiare fotografia. Volevo lavorare nella moda, “fare l’artista”. Ma verso la fine del master iniziavo a rendermi conto di quanto fosse claustrofobica quella visione, di quanta poca libertà stavo sviluppando, avvertivo la cecità che allenavo come postura nel mondo. Non sapevo nulla, non avevo idea di niente. Ringrazio ancora quella me così spaesata dal mondo, così ignara di sé stessa che riuscì a tendere l’orecchio e la pancia e accolse l’invito dell’Universo a cambiare rotta. Mi iscrivo a una magistrale di antropologia per capire il mondo, per avere strumenti per studiarlo. Qui incontro gli psichedelici, conosco la mia Stella Polare Eta. Attraverso il mio battesimo psilocibinico in un settembre post covid, in una stanza arancione, nel già freddo grigiore olandese. Si vedevano le fronde degli alberi, le stelle, la Luna, la notte. Nel corso degli anni a venire scivolo nella depressione che prima mi aveva accompagnata solo da lontano, si fa più viva, più grande, mi ingloba e si prende tutto, quasi si porta via tutto.
Ma il seme piantato dalla psilocibina ha germogliato in modi che non potevo immaginare: la ricerca che avevo iniziato mi avrebbe aiutata a crescere e a maturare come essere umano, e come autrice.

© Chiara Francesca Rizzuti, da MYR, 2020. Courtesy l’artista

Mentre guardavo il cielo imbrunire, con il freddo vento olandese che sentivo sulla pelle, chiudevo gli occhi e sapevo di esistere. Non come Chiara, non come essere umano così costruito. Esistevo, punto. Al di là dei nomi, al di là dei confini nazionali, al di là delle costruzioni di genere, sociali e attraverso tutti gli sforzi tassonomici che ci imponiamo. Una piccola morte dell’Ego. È stato estremamente liberatorio realizzare e sentire di appartenere a qualcosa di più, di essere della stessa materia delle stelle lontane anni luce, degli alberi che ho sotto casa, degli animali che attraversano le foreste, o di te che leggi. Siamo Universo che si fa carne, siamo, come diceva David Lynch, un «Oceano di Coscienza» incarnato a cui torniamo quando questo viaggio umano è finito.

© Chiara Francesca Rizzuti, da a natural diary, 2020. Courtesy l’artista

La società dei consumi, questo turbocapitalismo accelerazionista (ma possiamo partire dalla Rivoluzione Industriale o dalle enclosures medievali, decidete voi) ci diseduca a ragionare come specie, o anche solo secondo quel concetto di Donna Haraway Making Kin, ovvero di costruire parentele, rapporti e relazioni di cura oltre la famiglia biologica e oltre la specie, tessendo comunità anche con animali “non umani”, piante e organismi. Fa uno sforzo costante, preciso, enorme per continuare a propagandare la sua profezia di autodistruzione: siamo nel 2026 e sottostimare il peso del fantomatico e inevitabile progresso, del tutto occidentale, è anacronistico, se non peggio. Quando mi prende lo sconforto, guardando al futuro, ripenso a un’intervista a Terence McKenna, che fa già una fotografia inquietantemente esatta di come sarebbero stati questi anni. Come specie, stiamo probabilmente attraversando un momento estremamente importante, un salto, un cambiamento e ciò non avviene nella calma e nella contemplazione, ma «it’s a fire in a madhouse» [è un incendio in un manicomio], avviene nel mondo più assurdo e brutale che possa esserci.

© Chiara Francesca Rizzuti, da Y, 2026. Courtesy l’artista

A volte mi domando perché abbia scelto proprio questo momento storico per incarnarmi in questa vita, la risposta che mi do è che probabilmente sentivo di voler assistere a questo salto, poter dare il mio contributo.
Ed è qui che sta il mio sforzo come autrice. Credo sia fondamentale per noi come comunità, come specie, ritrovare l’energia e lo slancio per ripensare il futuro. Troppo a lungo siamo stati nutriti con questo veleno anestetizzante che ci ha disconnesso dal nostro stare nel mondo e le sue conseguenze, troppo a lungo non abbiamo voluto saperne di costruire un mondo migliore.
Fare ricerca per me significa quindi ripensare il futuro, allenare la mente a trovare nuove strade, nuove modalità di relazionarsi con ciò che non conosciamo, rimettere tutto in prospettiva e ripartire dall’assunto che siamo noi stessi Natura. Che se ferisco te, ferisco me. Tornare a ragionare come specie, come collettività, in una dimensione di cura reciproca con tutte le forme di esistenza che vivono su questo pianeta, in una prospettiva che mi permetta di tornare in relazione con ciò che è misterico, ignoto, non ancora classificato, scoperto, analizzato. Accettare che esista qualcosa di inspiegabile, relazionandosi a esso senza quello sforzo positivista di classificazione scientifica, significa riposizionarsi come esseri umani: non più al centro del creato ma una parte, ammettere di non avere più potere di altro, non avere autorità rispetto ad altro. In questo quadro per me è fondamentale l’approccio antropologico, una lente attraverso cui decostruire schemi appresi. Per me è diventata una modalità per mettere in discussione anche la modalità stessa di fare ricerca: non solo il lavoro in sé ma la posizione e la postura che ho in relazione a esso.

© Chiara Francesca Rizzuti, da MYR, 2020. Courtesy l’artista

La mia ricerca alla fine significa questo: stare nell’ombra. Attraversare il buio senza considerarlo una fine, riconoscere ciò che non conosco, costruire una relazione con esso.
Dieci anni fa moriva mia nonna, ereditare la sua ombra per me è stato questo: imparare a stare in ciò che viene considerato oscuro, trasformare il dolore in qualcosa di magico, potente e profondamente trasformativo. Non sprecare quel dolore. Imparare a stare dentro l’incertezza abbastanza a lungo da lasciare che ci trasformi, imparare a lasciare andare. Ripenso al viaggio in quel settembre di sei anni fa, a quell’imbrunire. Quella soglia in cui non è più giorno e non è ancora notte: quel momento in cui le cose smettono di essere definite e diventano qualcosa di altro, qualcosa che sta più dentro di noi che fuori da noi. Nel mezzo, nel non ancora. Qualcuno ha detto: «the need for mystery is greater than the need for an answer» [Il bisogno di mistero è più grande del bisogno di una risposta] e credo sia un ottimo antidoto ai tempi terribili che stiamo attraversando: stare nell’incerto e rendere il mistero un frutto che possa seminare per il futuro. Un futuro collettivo e di cura.

Non si possono cambiare radicalmente le cose senza una certa dose di follia. In questo caso, la follia viene dal rifiuto di conformarsi, dal coraggio di voltare le spalle alle vecchie formule, dal coraggio di inventare il futuro.

Thomas Sankara

NOTE BIOGRAFICHE

Chiara Francesca Rizzuti vive e lavora a Bologna. Dopo gli studi classici, esplora la fotografia per diversi anni, inizialmente presso Spazio Labò, dove completa il corso con un workshop tenuto da Michael Ackerman al Pratt Institute di New York. Prosegue poi gli studi presso la Fondazione Fotografia Modena (ora Fotografia Modena Arti Visive), dove vince una borsa di studio e, nel 2018, una residenza artistica presso la Geidai University of Fine Arts di Tokyo, dove è seguita da Tokihiro Satō. Approfondisce inoltre la creazione di libri fotografici attraverso diversi workshop con Witty Books a Torino e Yogurt Magazine a Roma.
Successivamente, si iscrive a un Master in Antropologia culturale e Etnologia per acquisire gli strumenti necessari a supportare la sua ricerca e comprendere i fenomeni sociali legati alle problematiche contemporanee. Si laureata con il massimo dei voti, presentando una tesi in Antropologia medica sul ruolo dei facilitatori o delle guide nei contesti di supporto personale con l’uso di psilocibina nei Paesi Bassi, dove è legale sotto forma di tartufo. Scrive anche di psichedelia per Vice e memecult.
Come persona queer e transfemminista, è particolarmente interessata agli studi di genere, in particolare al femminismo e alla sessualità, alle dinamiche legate alla crisi del capitalismo, all’emergenza climatica e alle sostanze psichedeliche.
Attualmente lavora come fotografa e ritoccatrice digitale.
La sua ricerca esplora l’ignoto, in particolare nuovi modi di pensare al futuro, combinando gli strumenti etnografici della ricerca antropologica con la fotografia, contemplando nuove modalità di studio del mondo e di vita su questo pianeta.

Il sito di Chiara Francesca Rizzuti
Instagram @paraseleenium