«Torno in Argentina cinquant’anni dopo la storia che nasce da una ferita.
Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per dire una verità
che la memoria da sola non riesce a raccontare»
Marco Bechis
Con queste parole il regista e scrittore Marco Bechis consegna il suo film al suo pubblico.
Marco Bechis, sopravvissuto alla dittatura argentina degli anni Settanta, ha avvertito come inevitabile, come imperativo estetico il transito dalla “verità al senso della verità”. Giovane uomo, cala i suoi vent’anni dentro una narrazione interiore, dolorosa, incessante, capace di contenere l’avvio della elaborazione di un senso di colpa profondo.
Non può fare altrimenti Marco Bechis. Tra pagine saggistiche e immagini e narrazione la sua è una scelta “obbligata”: per destino biografico sente la necessità di una struttura di deposito capace di contenere gli elementi della sua differenziazione interna, a evitare che il senso della sua esistenza e della sua stessa identità di soggetto umano possano incrinarsi.
Un destino biografico collega lo stupore colposo del sovversivo, sopravvissuto a differenza di migliaia di desaparecidos, all’inferno, alla traccia dolorosa di una tragedia familiare, che ha segnato la fanciullezza di Marco.
A otto anni, un dramma familiare travolge la sua giovane esistenza. Una fatalità orrenda tronca la vita di Robertino, l’adorato fratello minore. I genitori pietrificati dal dolore obbligano Marco e la sorella increduli a non conoscere, votati solo ad accettare l’impensabile, senza alcuna possibilità di elaborazione del lutto. Marco fanciullo è condannato a entrare in un’aura di sopravvissuto, di chi ha preso il posto senza comprendere cosa “significasse morire”, un predestinato a vivere, dentro una colpa sempre più avvolgente, la vita del fratellino morto.
Se la morte di Robertino è segnata solo da un caso orribile, nutrimento di un dolore senza remissione, l’evento della cattura durante la dittatura militare, la prigionia, la tortura, è marcato nel vissuto di Marco da una colpa agita della famiglia, un gesto in sé desiderato da Marco e insieme proiettatosi in lui lungo la introiezione personale di una collusione col potere dittatoriale, segnata dalle note di una “zona grigia”.
La famiglia per salvarlo dall’orrore di una morte certa, ha colluso col potere, corrompendo nodi esecutivi di quella macchina di orrore e morte. Marco sente la colpa di quella collusione, il cui esito ha desiderato, ma che alimenta in lui “salvato”, una colpa immensa verso i fratelli e le sorelle “sommersi”.
Marco giovane uomo sopravvive a differenza di migliaia di compagne e compagni di lotta contro la dittatura, salvato da una sorte orrenda da un intervento onnipotente, esterno salvifico della sua famiglia e vive per un trentennio dentro una cappa interrogante, densa di pena e di colpa.


Abbiamo conosciuto Marco Bechis nel 2001.
Dopo il suo primo film Garage Olimpo del 1999, era nelle sale il suo secondo film Figli: se Garage Olimpo narrava l’orrore di quell’anus mundi, la dittatura militare argentina, attraverso una sequenza di immagini di una istituzione concentrazionaria di prigionia e tortura, Figli andava oltre, usciva dall’istituzione dittatoriale e testimoniava la striscia permanente di dolore attraverso la storia di una famiglia, apparentemente ordinaria, ospitante un figlio inconsapevole, affidato dai carnefici a un ex carnefice, ora calato in una vita apparentemente ordinaria.

Dopo un tenace “corteggiamento”, siamo riusciti a stanare Marco Bechis e a farlo uscire da quel laboratorio di solidarietà civile che era la casa occupata in quegli anni a Milano in via Moriggi. Con un gruppo di lavoro, impegnato in interventi di sviluppo in organizzazioni diverse con un approccio di psicologia sociale dinamica, eravamo presi dall’organizzazione di un evento culturale intorno alla tematica del Figlio.
Raccontavamo a Marco Bechis di una prospettiva interpretante tutte le dinamiche organizzative, ispirata da una differenza tra il Figlio e il Puer, dove se il Figlio è uno stato che coinvolge tutti gli individui di una specie, all’interno di una diversità genetica di ogni figlio, il Puer è il veicolo di una energia – abitante il Figlio come luogo dell’azione di auto sviluppo – alla ricerca di una forma unica e originale di autorizzazione.

Sono state problematiche le nostre conversazioni nel bar caffè di fronte alla casa di via Moriggi, incontri con un autore capace di ascolto e insieme non del tutto disposto ad analizzare la traccia di dolore che lo attraversava. La scarcerazione per un intervento straordinario della famiglia di Marco attraverso una collusione con alti esponenti del potere dittatoriale, aveva scagliato Marco in una zona d’ombra, dove si confondono i legami con i suoi cari e un crescente senso di colpa per un privilegio ricevuto a differenza di altri, le compagne e i compagni di lotta, ingoiati dall’orrore.
Un senso di colpa civile per una vicenda tragica politica, collettiva, si accosta nella vita di Marco a un primo senso di colpa per quella vicenda privata, dolorosissima, della sua famiglia, straziata dalla morte improvvisa e accidentale di Robertino, il fratello minore.
Un interrogativo perturbante entra così nella vita di Marco e la occupa per intero: perché a Robertino e a loro, le mie compagne e i miei compagni, e non a me?
In processi similari va collocata gran parte dell’esistenza di Marco Bechis.
«La mia vita è stata un’altalena, eroe e traditore allo stesso tempo, sin da bambino. Quando è morto mio fratello, mi sono sentito subito un usurpatore… Così ho iniziato a pensare di dover vivere la sua vita e non la mia. Sono poi sopravvissuto a migliaia di desaparecidos… È una angoscia per me essere vivo».1
Nutrito da questa interrogazione nasce un autore.

Per lunghi istanti, durante quei nostri incontri, non abbiamo distolto lo sguardo da quel viso aperto a collaborare e insieme resistente alle sollecitazioni e abbiamo solidariamente registrato quel suo bisogno di continuare ad abitare quel suo tempo di interrogazione. Marco Bechis riemerge dal suo essere solo sovversivo e lungo questo percorso diventa autore, unicamente per testimoniare.
Quel giovane cileno, argentino, italiano, gettato nel baratro del Garage Olimpo, per circostanze uniche particolari accanto a terribili sofferenze psicofisiche ha avviato una militanza sentimentale, intellettuale, con la possibilità di registrare in memoria quanto di straordinario, impensabile in quell’orrore gli è accaduto e lo obbliga al suo ritorno a raccontare, a testimoniare.
Marco Bechis da molti anni ha profondamente alimentato la convinzione di come quella esperienza sia impossibile da comprendere e di come, conseguentemente urga e non sia evitabile la necessità di conoscere e il dovere di testimoniare.
E, anno dopo anno, costruisce una sua visione secondo la quale per una civile testimonianza la registrazione “fredda” del dato storico, pur suffragato dalle fonti, non sia sufficiente e come sia necessario un “andare oltre”.
Ed è attraverso le storie – i primi suoi due film, Garage Olimpo e Figli – che l’autore Bechis, inizialmente solo regista cinematografico, eleva il suo testimoniare al di sopra della cruda, pur rilevante, registrazione di eventi, episodi, dati. La scelta “necessitata” è di pervenire a una narrazione significante, un riportare gli eventi con l’evidenza dei possibili collegamenti e la deriva di esperienze individuali, al di là del senso angusto dei fatti. In tale processo elaborativo, Marco Bechis conquista una duplice prospettiva identitaria, quella autoriale e quella testimoniante, tra di loro ricorsivamente collegate: non sussiste una fondata testimonianza al di fuori di un paradigma narratologico, esistenzialmente, sentimentalmente coinvolto e, in sé, catturante la struttura corpo-mente di chi si accosta alla sua narrazione.
«La questione della memoria non riguarda così ciò che è materialmente avvenuto […] ma le forme e i modi in cui noi costruiamo la storia di ciò che è avvenuto funzionalmente a una consapevolezza pubblica di cosa sia la storia e il passato. […] Se la storia è elaborata nel presente e si propone per il futuro, significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia che insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria».2
Lungo queste tracce, al contributo della ricerca storica contemporanea si accosta quello della ricerca letteraria, sottolineando come, nella narrazione, sussista una radice di necessità indiscutibile, la sola che possa reggere la precarietà del ruolo del testimone.3
Ma il suo cinema, quei suoi due film, non l’hanno assistito nel fargli “superare l’angoscia di essere vivo”. È stato solo l’avvio, in una esistenza dolorosa, ma insieme preziosa, che ha segnato l’inizio di un secondo viaggio.

E così il regista, Bechis, che è stato ed è anche un grande sceneggiatore, porta tutto se stesso di fronte al vuoto, al foglio bianco e comincia a scrivere e, ultimato quel lungo carteggio, il libro La solitudine del sovversivo, editato nel nostro Paese nel 2021, affermerà che «dopo tanti anni vissuti come un usurpatore, un traditore perché sopravvissuto agli altri, finalmente sono diventato vittima. È successo poco tempo fa scrivendo questo libro».4
Il libro, pagina dopo pagina, narra come sia proprio di un regime autoritario violentare la libertà di scelta dei singoli, rendendo oscure le loro azioni e paralizzando la loro facoltà di giudicare. Il processo di assolutizzazione del valore della vita, messo nelle mani di un potere assoluto, cancella ogni spazio di azione libera, crea una “zona grigia”, nella quale si scende a compromessi impensabili, facendo regredire gli attori coinvolti a un livello inferiore del processo evolutivo. La struttura del potere non può essere analizzata attraverso un dualismo semplificante del tipo “carnefici da una parte e vittime dall’altra”.
Il traguardo della “zona grigia” conduce Marco Bechis a una crescente, ininterrotta inquietudine riflessiva, frantuma la linearità semplificante delle scelte dei suoi genitori e colloca la sua idea di giustizia nell’alveo di una interrogazione incessante. Non tutto si può dicotomizzare, andando in una prospettiva di ipercontrollo dell’umano. Nell’essere umano agiscono forze che sfuggono a un dominio organico.
Marco Bechis, attraverso le dense pagine del suo memoir, narra come abbia vissuto lungo i “suoi” trentatré anni trascorsi dalla “liberazione” dai sotterranei del Club Atletico, all’11 marzo del 2010, il giorno della sua testimonianza durante il processo agli assassini della dittatura militare: ha lavorato dentro di sé, testimoniando, insieme all’incertezza e al travaglio, la sua determinazione a procedere, pur di conseguire una consapevolezza più avanzata dei meccanismi complessi della mente umana.
Adolescente, terrorizzato dalla prospettiva della tortura e della morte, Marco ha nel suo profondo auspicato un gesto salvifico. Quando quel gesto è arrivato e il suo destino è stato diverso da quello delle sue compagne e dei suoi compagni, si è avviato in Marco un processo riflessivo, che lo allontana sempre di più dalla posizione della sua famiglia, dei suoi genitori, collusi, pur di salvarlo, con il potere dei dittatori.
E quando comunica che nell’aula del grande processo contro i maggiori attori protagonisti della dittatura militare, avrebbe fatto dei nomi “tradendo” la consegna del silenzio ordita dai suoi genitori, si trova a essere da solo, come di fronte a una diga, a un padre che ha sempre interpretato tutta la sua esistenza in modo lineare, con il bene da una parte il male dall’altra.


Marco Bechis è un testimone immerso nel senso del nostro tempo, capace di modernizzazione riflessiva, attraverso la quale, di fronte a un eccesso di senso, senza scetticismo e rassegnazione, ha saputo contenere questa vertigine, percependo come un compito proprio il saperla affrontare, pensandola come originantesi non solo dal fuori. Marco Bechis nella coscienza del soffrire in realtà recupera la certezza del pensiero e la capacità di resistere. La prospettiva di Bechis è capace di contenere sia la fermezza del giudizio etico, che distanzia insuperabilmente la responsabilità dei carnefici dalle pene delle vittime – non si torna indietro circa un netto, irrevocabile giudizio di colpa dei carnefici della dittatura argentina – sia la capacità di considerare tutte le sfumature emozionali in ciascuna di queste categorie umane.
E così Marco Bechis, attraverso le pagine del suo memoir, ha finalmente costruito una porzione rilevante per il suo “essere vivo” e una sua salda maturità autoriale, vincendo la sua battaglia personale contro le vischiose tracce del trauma, recuperando la sua capacità di simbolizzazione, accogliendo l’impensabile, l’imprevedibile, riconducendo ogni esperienza alla relazionalità, senza la pretesa di strappare i segreti a esperienze in sé impenetrabili.

E dal libro di qualche anno fa, Marco Bechis ritorna al cinema, al film di oggi. Il film è e non è il libro, il memoir di Marco Bechis. La storia proposta dalla sceneggiatura e dalle immagini di Ritorno a Buenos Aires non corrisponde alla vicenda esistenziale di Marco Bechis narrata dal libro La solitudine del sovversivo, il regista del film ha scelto la via maestra della narrazione, consapevole che solo con la finzione della narrazione si può uncinare un frammento di realtà.
La vita non può essere separata dalla letteratura e la letteratura dalla vita. Il cinema è anche letteratura. La narrazione e l’operazione di chi assiste alla proiezione di un film al cinema, consentono ai lettori e alle lettrici, a quanti siedono in una sala cinematografica, di specchiarsi nella realtà senza restarne schiacciati, senza esserne annullati, verso una comprensione peculiare, creaturale, degli eventi. Immaginazione artistica, immaginazione socio-psicologica a essa connessa, costituiscono una variabile fondamentale di ogni argomentazione. Se le nostre esistenze e la storia tutta si limitassero infatti ai soli eventi reali sarebbe difficile percepire quali fatti “al di là” possano avvenire lungo lo svolgersi di un’esistenza.
«L’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace; […] ancora una volta esistere vuol dire “essere nel mondo”; è necessario dunque intendere tanto il personaggio quanto il suo mondo come possibilità».5
La prospettiva suggerita è quella di consentire una sospensione dei meccanismi operativi usuali e di superare i limiti e le inesattezze della sola razionalità storica, troppo spesso sollecitata da riferimenti connessi alla angusta verità dei fatti.
E la finzione del film contiene, tutela il nucleo esistenziale dell’esperienza della “zona grigia”: la collusione con i carnefici della dittatura militare agìta, nella realtà dei fatti avvenuti, dalla famiglia di Marco con i carnefici della dittatura militare, per conseguire, a ogni costo, l’obiettivo della sopravvivenza del figlio e la colpa conseguente derivatane per Marco, si connettono con la collusione di Mariano, Tano, Guerra, agìta nella finzione filmica con i carnefici del Garage Olimpo, lungo i due anni e più di prigionia, nel tentativo, disperatamente quotidiano, di uscirne vivo, e il suo invasivo, schiacciante, senso di colpa.
Le due collusioni (quella della famiglia di Marco e quella di Mariano, tragico protagonista del film) si sposano e si con-fondono, e in questo deposito confluiscono le due colpe di Marco e di Mariano.

E il sovversivo, finalmente vittima, è ora dolente, risolto testimone, portatore della sua ‘zona grigia’. I capelli candidi di Marco Bechis si sono confusi nell’abbraccio carnale delle immagini di Ritorno a Buenos Aires con i capelli scuri di Adriano Giannini, Mariano Guerra, Tano. Entrando ancor più diffusamente nel film, va detto innanzitutto che è almeno dai tempi di Dreyer e della sua Giovanna d’Arco, quasi cento anni fa, che il cinema cerca di trovare il modo di rappresentare l’interiorità, i moti dello spirito, i pensieri, gli stati d’animo, insomma tutto ciò che agita gli esseri umani senza che dal di fuori ce ne sia traccia. Le cose invisibili agli occhi saranno pure, secondo Saint-Exupèry, “essenziali”, ma sono per definizione impossibili da trasformare in immagini. Al cineasta che voglia misurarsi con questa impari sfida non resta che affidarsi alle capacità interpretative dei suoi attori, ai loro sguardi, ai loro silenzi, alle loro posture. È quello che fa Marco Bechis con Adriano Giannini, mettendo in scena una vicenda che, giova ripeterlo, pur avendo poco di autenticamente autobiografico, può comunque contare sul “senso di realtà” di chi queste cose le ha vissute e non soltanto immaginate. Il tutto in un andirivieni temporale che parla anche dell’oggi, di un sopravvissuto che vuole/non vuole diventare testimone di quei fatti lontani che lo hanno visto sì vittima, ma non del tutto innocente. Questa oscillazione tra “vado/non vado”, Bechis, attraverso la bravura di Giannini, ce la comunica con pochissime parole, corridoi vuoti, lunghi momenti silenziosi, che esprimono il tormento di qualcuno che sa che, prima di ritornare fisicamente a Buenos Aires, bisogna ritornarci nella memoria; ed è un percorso molto più pericoloso, doloroso e rischioso. Bisogna entrare in quella “terra di mezzo”, o in quella “zona grigia” di cui si è detto e di cui parla Primo Levi, in cui la nostra stessa identità, quella che ci siamo costruiti in trent’anni di finte pacificazioni e auto assoluzioni, si frantuma come se la guardassimo attraverso uno specchio rotto (che non a caso è l’immagine della locandina del film). Bechis, anche in questo film, mantiene saldi i suoi princìpi registici, stando lontano da inutili spettacolarizzazioni e da gratuite sottolineature della violenza che, come accadeva anche in Garage Olimpo, è lasciata ai fuori campo, permettendo allo spettatore (o costringendolo?) di immaginare il male senza vederlo.
Il traguardo della “zona grigia” conduce Bechis ai terreni dell’inquietudine.
Cosa è in gioco nel “Garage Olimpo”? La sopravvivenza. Le donne e gli uomini occupati dalla volontà di sopravvivere sono “grigi”, il colore di coloro che pur di sopravvivere sono disposti a tutto, a riscrivere una morale compromissoria dell’azione quotidiana.6 «In una realtà di questo tipo è possibile che le proprie speranze di sopravvivenza siano ridotte e che il solo modo per accrescere le probabilità di rimanere vivi e di essere in grado di raccontare la propria storia sia tradire, in un modo o nell’altro le altre vittime”.7

Una colorazione troppo netta dell’umanità, con i carnefici, i neri, da una parte, e le vittime, i bianchi, dall’altra, è una rappresentazione prevedibile e insieme povera, riduttiva della fenomenologia animale-uomo. Occorre attrezzarsi, accettare che la semplificazione cognitiva non corrisponda all’ontologia umana in sé irriducibilmente complessa. Ogni dualismo, ogni spazialità “semplicemente” doppia, disloca su un piano astratto le vicende umane, togliendo loro la verità dell’ambiguo, della molteplicità irriducibile dei ruoli interpretati nella disperata corsa alla sopravvivenza.

Una concezione “demonologica del potere” non fa comprendere che è la soggettività anche delle vittime che va indagata, esponendosi al rischio di travalicare confini rigidi e insieme tranquillizzanti, tra carnefici e vittime, esponendosi al rischio di dover ammettere di ritrovare anche in se stessi la miccia della deflagrazione maligna. L’indicazione de “la zona grigia” è quella orientata dalla necessità di prendere coscienza del male, sia fuori, sia dentro di sé.
Ogni esperienza umana, anche la più terribile, è diversa e insieme simile ad altre.
La Shoah è stata un abominio che ha minato la civiltà nel profondo, una incontenibile atrocità, un anus mundi, assolutamente non paragonabile ad altri eventi di genocidio, che l’hanno preceduta e seguita durante il trascorrere del Novecento.
Tutto questo non può impedire di ascoltare, di curvarsi, di prendersi cura di ogni evento nel quale i soggetti umani siano esposti a poteri vessatori incontenibili, come la dittatura militare argentina degli anni Settanta del secolo scorso.
Nelle sue pagine Bechis cita la Shoah solo in due brevi cenni8, pur tuttavia i suoi sentimenti di estraneità, di colpa, hanno una forza straordinaria capace di dislocare “in là” la sua posizione di testimone, di sottolineare come l’obiettivo della sopravvivenza a ogni costo generi, senza esitazioni, abiezioni diverse, fino alla collaborazione scoperta con gli oppressori: nella traccia della eredità etica e politica di Primo Levi.
Non appaia allora infondato, nel chiudere queste note, ascoltare le parole sommesse di Bechis, tratte da una corrispondenza privata, a commento del suo rapporto con Primo Levi «è stata una delle mie fonti principali di ispirazione, non letterariamente in quanto Levi in questo senso è insuperabile; ho condiviso con lui quel senso di estraneità dal mondo che ci accomuna come sopravvissuti».
NOTE
1 Bechis M. (2021), La solitudine del sovversivo, Guanda, Parma, pp. 275-276.
2 Bidussa D. (2006), “Memoria e testimonianza” in Meghnagi D., a cura di, Scrittura e testimonianza, Libri Liberi, Firenze, pp. 79-80.
3 Il riferimento è alla riflessione di Daniele Del Giudice in, Del Giudice D. (1997), “Introduzione” in, Levi P., Opere, Einaudi, Torino.
4 Bechis M., Ibidem.
5 Kundera M. (1986), L’arte del romanzo, Adelphi, Milano, p. 68.
6 M. Bucciantini, sgombrando, impensabili a tratti, incertezze della critica, sottolinea come «il grigio che qui ci è sbattuto in faccia in tutta la sua crudezza nessuno prima di allora lo aveva “visto” così, ed è un colore primario: il colore dell’azione di un’umanità che vuole sopravvivere e che è disposta a qualunque compromesso morale pur di riuscirci» (Bucciantini, M., Esperimento Auschwitz, Lezioni Primo Levi, Einaudi, 2011., pag. 109).
7 Margalit A. (2004), L’etica della memoria, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 134.
8 Bechis scrive, narrando le condizioni che caratterizzavano “l’ora d’aria” durante la prigionia, che «Carlos, un ragazzo della mia età con diversi denti rotti […] quando l’ho visto comparire per la prima volta sembrava un internato di Auschwitz-Birkenau»; Bechis, op. cit. p. 148; e ancora, ricordando un suo documentario sulle madri di Plaza de Mayo, cita il nonno di una delle madri ricordate che non aveva voluto ripararsi dalle leggi razziali ed era stato «deportato ad Auschwitz-Birkenau dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano», Bechis, op. cit. p. 275.
RITORNO A BUENOS AIRES
Regia: Marco Bechis
Soggetto e sceneggiatura: Marco Bechis in collaborazione con Vijaya Bechis Boll
Interpreti: Adriano Giannini, Ana Celentano, Veronica Gerez, Olivia Nuss, Adrian Fondari, Marcelo Chaparro, Paula Cohen.
Direttore della fotografia: Fabrizio La Palombara
Production designer: Caterina Giargia
Montatore: Jacopo Quadri – Nicolò Tettamanti
Fonico: Marco Fiumara – Ray Fisch
Scenografo: Mario Scarzella – Eduardo Antunes
Musiche originali: Guglielmo Diana




