L’Odissea di Nolan

Matt Damon e Zendaya in una scena di Odissea, diretto da Christopher Nolan, 2026

Cos’ha mai da insegnarci ancora una vicenda che, almeno in Occidente, conoscono più o meno tutti? È possibile tornare ad occuparsi di Ulisse e delle sue peripezie senza fare i conti con le innumerevoli stratificazioni di significati che le sue avventure hanno prodotto in oltre due secoli di storia? A queste domande Nolan non deve avere dato molto peso quando ha deciso di realizzare un altro, ennesimo, film sull’eroe di Itaca, convinto, evidentemente (e in certo qual modo giustamente), che dei miti che costituiscono le basi concettuali della cosiddetta “civiltà occidentale” non si possano mai dire esaurite le possibilità di ricerca di nuovi significati, di letture “attuali” e, come tali, potenzialmente infinite. E, a giudicare dalla risposta del pubblico (ad oggi, si parla di 650 milioni di dollari d’incasso) e nonostante un’accoglienza ondivaga da parte della critica, il film ha davvero colto nel segno.

Anne Hathaway e Tom Holland in una scena del film

Inutile e fuorviante, a questo punto, discutere sul grado di fedeltà al poema omerico che Nolan avrebbe rispettato in misura insufficiente, eliminando alcune parti (i Feaci e Nausicaa…) e ampliandone altre (Polifemo e Circe…) a suo piacimento. Partiamo da una considerazione, se si vuole ovvia ma decisiva: il cinema, fatto non di segni su carta ma, oltre che di ovvie immagini, di parole che si disperdono, è il dispositivo che più si avvicina a quel mondo fatto di “oralità” da cui proviene l’epica omerica. Inoltre, esso ha un’altra caratteristica fondamentale che lo accomuna alla trasmissione orale del sapere e cioè la necessità di ricorrere a stereotipi, a cliché narrativi e a formule che consentano allo spettatore di orientarsi immediatamente e a entrare in quella modalità di ricezione chiamata “sospensione dell’incredulità” senza la quale ogni storia, ogni racconto, non avrebbe alcun senso. Gli studi omerici più recenti hanno messo in luce in modo incontrovertibile, come il poeta (di cui, come sappiamo, è stata messa in dubbio persino l’esistenza) scegliesse le parole e le forme espressive non tanto sulla base della loro cogenza o precisione semantica ma in base alle esigenze metriche, alla struttura dell’esametro. In una cultura orale, in cui la conoscenza doveva essere costantemente ripetuta, o si sarebbe persa, ciò che conta è facilitare la memorizzazione ed è molto più memorizzabile ciò che è costituito da frasi brevi e regolari, in forme che fanno perno sulla loro musicalità e ritmicità. Come si è detto, anche il cinema si basa su cliché e su formule che sono andate consolidandosi negli anni (e che sono anche alla base dei cosiddetti “generi cinematografici”), e Nolan ne è consapevole e le maneggia con straordinaria abilità, riuscendo ad alternare momenti di parossistica concitazione (le battaglie e i duelli) con altri più dolci e intimistici (ad esempio il bellissimo dialogo tra Ulisse e Penelope nel pre-finale). E se i primi hanno (forse) fin troppo spazio e vengono accompagnati da una musica che sembra più un frastuono (chi ha visto il film nelle sale IMAX, per le quali è stato pensato e realizzato, racconta di un sonoro quasi insopportabile) è nei secondi che si annidano i tentativi, solo in parte riusciti, del regista di portare Odisseo nella contemporaneità. Una contemporaneità che viene generalmente descritta come estremamente problematica, in cui prevalgono momenti di smarrimento o disorientamento, ma anche alle prese con una trasformazione tecnologica che sarà per forza anche antropologica ma che nessuno sa come sarà effettivamente e quali conseguenze avrà sulle nostre vite.

Una scena del film di Christopher Nolan Odissea, 2026

È discutibile l’affermazione che oggi stiamo vivendo l’epoca più difficile, se non dell’intera storia dell’umanità, certamente degli ultimi ottant’anni, un’epoca fatta di disillusione, in cui è molto complicato immaginare delle alternative ai modelli economici e sociali oggi dominanti (questo almeno dai tempi del famoso acronimo TINA – there is no alternative – di thatcheriana memoria) perché a un esame obiettivo ci si dovrebbe rendere conto che, sia pure molto mal distribuita, la ricchezza generata dal modello capitalista ha portato fuori dalla povertà milioni di persone, i progressi in campo tecnologico e scientifico hanno migliorato la vita di molti e hanno aumentato la possibilità di vivere più a lungo e in migliori condizioni.

Una scena del film di Christopher Nolan Odissea, 2026

Eppure prevalgono narrazioni catastrofistiche che ci dipingono come una generazione irresponsabilmente autodistruttiva. Può essere in parte vero ma allora ci sarebbe da chiedersi come mai un futuro fatto di condizioni invivibili, di crisi climatiche irreversibili, di conflitti inesauribili, non provoca apparentemente nessuna presa di coscienza, nessuna rivoluzione culturale. L’ipotesi di tipo psicoanalitico che qualcuno fa è che queste previsioni siano così funeste da creare in noi un’angoscia paralizzante, un po’ come accadde ai tempi della guerra fredda di fronte alla prospettiva di un olocausto nucleare. Quel che è certo è che oggi gli strumenti per sensibilizzare l’umanità non sono più gli ammonimenti e le invettive degli intellettuali, e che le istituzioni che fornivano di senso l’agire di tutti noi (chiese, scuole, partiti politici…) hanno rinunciato da tempo ai loro compiti. E allora ci si affida all’arte, alle narrazioni, si ritorna ai miti più consolidati e pervasivi, nella speranza di trovare una chiave di interpretazione di ciò che sta accadendo.

La già iconica scena del Cavallo di Troia, Odissea, Christopher Nolan, 2026

Il mito di Ulisse, per tornare al film di Nolan e all’interrogativo con cui ho aperto queste riflessioni, cosa ci dice e cosa ci insegna quindi? Le risposte che ci fornisce il regista sono riconoscibili, sia pure affogate nel tonitruante crepitio delle spade che si incrociano, nei duelli sanguinolenti, nel fuoco delle battaglie, e a una in particolare Nolan sembra tenerci particolarmente. Lo si intuisce da una reiterata inquadratura dell’eroe, mentre infuria la presa di Troia che lui stesso ha provocato con il famoso stratagemma del cavallo, fermo, accasciato sui gradini di un tempio ormai in rovina e con lo sguardo rivolto verso un punto lontano, un fuori campo che non ci viene svelato. Ed è giusto così perché il suo sguardo è rivolto a se stesso, nel momento della sua presa di coscienza, della consapevolezza che non basta agire ma bisogna sapere perché si agisce e quali sono le conseguenze delle nostre azioni, anche quando esse sembrano ammantate di eroismo, anche quando celebrano la nostra intelligenza (che invece, nel caso, è solo astuzia). Questo, secondo il regista, è il solo modello di leadership che ci può portare da qualche parte e non all’autodistruzione. Un modello precisamente contrario alle leadership odierne, a tutte le latitudini, il cui agire, sia in termini fattuali che comunicativi, ci sembra totalmente, angosciantemente e sciaguratamente privo di coscienza e consapevolezza.

Matt Demon in una scena del film

In questo, Nolan non è lontano dalla lezione di Max Weber sulle due etiche contrapposte che sono alla base dell’agire umano: l’etica della convinzione, che è di tipo assiomatico, si preoccupa di non tradire i valori e ha necessariamente un elemento super-egoico, e invece l’etica della responsabilità che parte dalla necessaria consapevolezza delle conseguenze di ogni azione umana e, kantianamente, non considera l’altro mai come mezzo ma sempre come fine.

IL FILM

Odissea (The Odyssey)
Scritto e diretto da Christopher Nolan
interpreti: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Charlize Theron, Samantha Morton, Robert Pattinson, Zendaya
Origine: USA, GB
anno 2026
durata 172’