Bene, vediamo un po’ come fiorisci

Caterina Gobbi, She was a rose, and lived, as roses do, courtesy l’artista e Red Lab Gallery

Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

Patrizia Cavalli

Vediamo come cresci fiore, le tue evoluzioni sono veloci. Posso assistere al momento del colore e del rigoglio, al tuo improvviso deperimento fisico. Mi misuro con il tempo che passa e rifletto in te la mia trasformazione, più lenta esternamente ma dentro a volte repentina, come la tua. Mi accorgo che ciò che chiamo forma coincide con un momento. La relazione tra causa e effetto non è sempre lineare, né completamente prevedibile; tutto è il risultato di una concatenazione di eventi.
Il titolo della mostra di Caterina Gobbi, che apre oggi 24 settembre presso Red Lab Gallery (Milano) è una poesia di Patrizia Cavalli della raccolta Le mie poesie non cambieranno il mondo, dedicata all’amica Elsa Morante, che riconobbe il suo talento e la incoraggiò nella sua carriera letteraria. C’è qualcosa di profondamente affettivo nell’osservare nel tempo la crescita di una pratica artistica. Nel riconoscere gli aspetti che ritornano, magari inizialmente in modo laterale, e che negli anni acquistano sempre più spazio e precisione. Che fortuna seguire questo processo!
Quella dei fiori nel lavoro di Caterina Gobbi è una fascinazione degli ultimi anni, ma la relazione con materiali diversi è il fulcro centrale della sua pratica fin dagli inizi. In mostra i fiori sono tracciati, bruciati, calpestati, sono impronte sul vetro, scatti fotografici, effetti sul rame attraverso cui l’artista sperimenta, guidata dall’intuizione, esiti non prevedibili. Accanto ai materiali e agli eventi fisici – luce, aria, polvere, umidità, temperatura – c’è il corpo che Gobbi ha iniziato presto a testare in luoghi specifici, osservando come l’ambiente ne definisse possibilità e limiti. Non esiste un punto netto in cui il corpo finisce e l’ambiente comincia, a livello microscopico lo scambio è continuo, ed è proprio in questa zona di contatto che si concentra il suo interesse. Tutto entra nel campo dell’esperienza e della relazione – gli spazi, i muscoli, il suono che li attraversa, sono contesti da interrogare.

Caterina Gobbi, Fioritura (turns out I can feel my feelings without dying), courtesy l’artista e Red Lab Gallery
Caterina Gobbi, Fioritura (turns out I can feel my feelings without dying), courtesy l’artista e Red Lab Gallery

In questa occasione il pavimento viene ricoperto da una sabbia sferica mescolata a quarzo ceramizzato [per una strana coincidenza di congiunture astrali]. Camminare su granelli finissimi rende gli spostamenti parte del processo, mentre la superficie registra il passaggio, come in un circuito chiuso senza le telecamere che conserva le impronte e gli avvicinamenti.
Le opere, tutte di nuova produzione, sembrano generarsi le une dalle altre, come diverse fasi di uno stesso processo. Fioritura (turns out I can feel my feelings without dying) comprende una serie di sculture in vetro collocate a pavimento, ciascuna riferita a una parte del corpo, e una scultura unica a parete. Sulla sabbia, sostenute da strutture in acciaio, le sezioni – gambe, braccia, tronco – sono trattenute in una condizione di instabilità, come se fossero sul punto di accasciarsi o di spostarsi. A parete gli stessi elementi corporei si ricompongono in modo unitario nella figura di un’atleta intenta a correre. Le emozioni emergono dal movimento, dall’azione e dal modo in cui il corpo occupa lo spazio. Ogni inclinazione ci sporge all’esterno, perdiamo l’equilibrio ma allo stesso tempo – certo con fatica – ci apriamo a nuove possibilità di relazione.
Le sculture sono state realizzate in un laboratorio industriale di vetrofusione. Sul fondo del forno, lo strato di sabbia può essere modellato e utilizzato come matrice. Gobbi vi ha tracciato fiori e piante, rimasti impressi nel vetro. Il repertorio floreale è una raccolta di medicamenti per stati emotivi; tra questi l’iperico, tradizionalmente legato alla cura degli stati depressivi, la rosa all’amore, il biancospino alla rabbia e all’aggressività. L’inclinazione mette in discussione il sistema di valori associato alla postura eretta. Sono corpi in transizione da una condizione all’altra.

Caterina Gobbi, Burning down the house (wallpaper), courtesy l’artista e Red Lab Gallery
Caterina Gobbi, Burning down the house (glass boot), courtesy l’artista e Red Lab Gallery

In mostra tutto è indossabile, è stato indossato o sarà indossato. Siamo potenzialmente nella condizione di calzare, infilare, agganciare. Attraverso continui rimandi prospettici, come in una sequenza di inquadrature, il significato si costruisce nel passaggio da un’opera all’altra. Un paio di stivali, indossati in occasione di una performance, compare sulla carta da parati Burning Down the House (wallpaper); uno di questi ritorna poi come scultura in vetro Burning down the house (boot). Lo stivale conserva l’idea del calpestare, ma inscena l’azione sui fiori e, nella sua forma in vetro, perde peso e consistenza, fino a contraddire la propria funzione. Il riferimento al codice visivo western viene così spostato dal suo contesto originario. La chitarra, L’anima non è nient’altro che una rosa, disposta al piano superiore della galleria, è lì per essere imbracciata – una parola che rimanda direttamente all’universo punk rock che alimenta l’immaginario dell’artista. Si tratta dell’iconica Stratocaster manipolata e rivestita di rame. Sulla superficie Gobbi ha bruciato dei fiori, ma la traccia che rimane non è quella del fiore carbonizzato mista al suo olio. É il cambiamento di temperatura a modificare il metallo. Il fiore agisce quindi come innesco di un processo fisico, mentre l’immagine che resta è prodotta dalla reazione della materia al calore. Ancora una volta ciò che vediamo è l’effetto di una trasformazione.

Caterina Gobi, I sing the body electric, courtesy l’artista e Red Lab Gallery

I Sing the Body Electric è un’armatura leggerissima, una scultura in rame che può proteggere il corpo e allo stesso tempo lo espone. L’opera è ispirata alla poesia di Walt Whitman, nella quale il poeta pone a noi e a se stesso la domanda: l’anima esiste? E se sì dove si trova? La performance di apertura della mostra – She was a rose, and lived, as roses do – in parte strutturata e in parte improvvisata, è una possibile risposta. Caterina Gobbi imbraccia la sua chitarra e, attraverso il suono, unisce i nostri corpi in ascolto. Se l’anima esiste, passa attraverso la relazione con chi è presente e con quell’inconscio diffuso che prende forma nello spazio. Se vive è perché non si lascia ricondurre a un’identità fissa. Gobbi intercetta una genealogia vastissima di poete, musiciste, artiste e pensatrici che hanno messo in discussione gerarchie e opposizioni consolidate. Polarità che, ben oltre il linguaggio, hanno funzionato come barricate di separazione, alimentando l’idea che per definirsi sia necessario distinguersi e preservare un dentro da un fuori. Sul piano politico e di genere, queste opposizioni hanno stabilito quali comportamenti e desideri potessero essere considerati legittimi o conformi, e quali dovessero invece essere contenuti o esclusi.
Nel sottrarsi alla necessità di ricomporre la contraddizione, la pratica di Gobbi apre uno spazio in cui categorie e identità possono essere rimesse in discussione e riscritte. Le opere confondono le acque; più le si osserva, più sfuggono a una lettura definitiva, persistendo anche quando non sono davanti agli occhi. È il bello del pensiero quando non cerca di risolvere, ma continua a muoversi.

NOTE BIOGRAFICHE

Caterina Gobbi vive e lavora a Torino. È un’artista e musicista sperimentale italiana. La sua pratica si sviluppa tra scultura, performance e suono, esplorando la relazione tra corpo e ambiente e le possibilità di una percezione più ampia della natura e del paesaggio. La sua ricerca, radicata nell’esperienza personale, si confronta con prospettive femministe e con il potenziale immersivo del suono. Nel 2018 consegue un Master of Fine Arts presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro è stato presentato in istituzioni e spazi espositivi in Italia e all’estero, tra cui Istituto Svizzero, Milano; Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia; KINDL – Centre for Contemporary Art, Berlino; Castello Gamba, Châtillon; Chalton Gallery, Londra. Nel 2025 è tra gli artisti presentati da Red Lab Gallery ad ArtVerona, dove riceve il Premio Villa Filanda Antonini. Nel 2026 partecipa alla settima edizione di Una Boccata d’Arte con un progetto a Andreis, in Friuli Venezia Giulia.

Il sito di Caterina Gobbi 

 

LA MOSTRA

Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci
con testo curatoriale di Laura Lamonea
dal 25 settembre al 30 ottobre
Red Lab Gallery, Milano