Come ogni anno da cinquantuno anni il 2 novembre si ricorda la morte di Pier Paolo Pasolini.
Al di là di ogni retorica, del tempo passato, della vita trascorsa, il suo mito resiste, soprattutto sui social, dove si ripete puntuale il rito delle citazioni, delle immagini, dei video più o meno attinenti alle problematiche di questa società contemporanea che lui, secondo molti, “avrebbe” predetto. Ma il suo mito resiste anche perché è stato ucciso in modo brutale e la sua morte non riguarda solamente il senso di ciò che Pasolini rappresentava nella cultura italiana (come sottolinea Alberto Moravia nella sua orazione funebre), dopo così tanto tempo è la sua morte violenta che ancora attrae l’attenzione: il visivo che racconta di quel corpo inerme trattato come un sacco della spazzatura. Una spettacolarizzazione oltre ogni limite che ancora oggi fa male guardare.
Funerale di Pier Paolo Pasolini, Roma 5 novembre 1975
Fonte: Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

Avevo sedici anni quando lo uccisero. Abitavo nella nuova casa popolare assegnata alla mia famiglia numerosa, nella provincia di Milano, da lì, tre anni dopo, me ne sarei andata per sempre. Quel giorno la televisione trasmetteva l’immagine in bianco e nero del suo corpo martoriato coperto da un lenzuolo bianco, sulla sabbia lurida di Ostia. Mio padre non c’era, era andato al suo paese del sud per commemorare i suoi defunti. Che strana coincidenza quella data: 2 novembre, il giorno dei morti. Non è strano che un uomo come lui muoia assassinato proprio in quella notte? È molto strano, sa di rito sacrificale. E quell’intervista il giorno prima, di ritorno dalla Svezia – dove aveva presentato la traduzione del suo libro Le ceneri di Gramsci, a Stoccolma1 –, rilasciata a Furio Colombo, in cui rispondendo a una domanda che gli chiede di chiarire la differenza politica e ideologica tra fascismo e non fascismo afferma: «Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri, di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale».2
Indizi, seminati.

Ma i suoi “seguaci”, quelli che credono nell’assassinio di potere, non ci stanno ad alimentare l’ipotesi della morte “perfetta”, quella che mostra il sacrificio cristiano al quale nessuno vuole prestare attenzione. Eppure quell’atto criminoso compiuto in un giorno così simbolico è a suo modo affascinante. Innesca tutta una serie di significati legati al mito per l’appunto cristiano, tanto caro a Pasolini, che in molti non vogliono nemmeno sentir nominare. Si preferisce credere invece che si sia trattato di un assassinio politico sebbene non siano mai emersi elementi evidenti che avallassero tale ipotesi. È vero, è possibile. D’altra parte il periodo storico post tentato golpe Borghese (1970) che vide la politica italiana ancora molto calata in una atmosfera fascista e fortemente corrotta potrebbe indurre senza problemi a pensare a una “congiura”. Bisogna però ricordare che Pasolini certo denunciava, non taceva, ma diceva anche di non avere le prove.

Furono anni, quelli, molto bui nella storia politica e sociale dell’Italia in cui, mischiate al fermento culturale, si succedevano strategie di depistaggio per sviare l’attenzione da ciò che stava realmente accadendo: la volontà di trasformare una società a prevalenza rurale in una società sempre più consumistica (il nuovo fascismo, secondo Pasolini), una società che non comprendeva bene la differenza tra sviluppo e progresso e con il suo romanzo incompiuto Petrolio lo scrittore intendeva smascherare proprio tali manovre.
Eppure la ricorrenza del 2 novembre, la tristezza infinita del suo sguardo protetto da occhiali scuri, il suo pessimismo lacerante lasciano presagire qualcosa di diverso: un sacrificio appunto, necessario per scuotere le menti che già sono irrimediabilmente smarrite e ottenebrate dagli eventi della strategia della tensione innescati con la strage di piazza Fontana nel dicembre 1969.
Tutto è estremamente simbolico, e la morte avvenuta apparentemente per mano di un “ragazzo di vita” rappresenta il punto più alto di questo sacrificio. Pasolini muore immolato, per mano di quel sottoproletariato che tanto aveva amato e difeso perché sente di non poterlo più difendere poiché si sta inevitabilmente emancipando e vuole tutto e subito. Il consumo ha infatti ormai pervaso ogni piega del vivere e non vuole più tornare indietro. I ragazzi puri delle borgate non esistono più, e allora perché continuare a vivere.

Con Pasolini muore “la Resistenza” e trionfa il sacrificio simbolico che rimane nella memoria come monito definitivo. Sotto le ceneri di quel corpo c’è l’ultimo potente j’accuse che ci dice: a voi che non volete ascoltare le parole offro allora in sacrificio il mio corpo. L’assassinio viene così sublimato offrendosi a sua volta a molteplici interpretazioni. Nella morte di Pasolini non c’è una sola verità e ogni verità è “la verità” in quanto svariate sono le facce della fine di un mondo. Il corpo distrutto del poeta le rappresenta tutte. Tutte sono verità incomplete, poiché nell’esercizio del mistero non si può rendere ogni cosa palese, l’individuo deve capire “a sue spese” ciò che è accaduto. Davanti a sé ha un esempio che fa discutere più di migliaia di articoli di giornale, che impone una visione frammentata e dunque monca, che costringe a mettere insieme i pezzi nascosti. Non c’è, non esiste una comprensione unica, come in tutti gli eventi terribili che hanno attraversato la Storia di questo nostro Paese e che ancora lo attraversano, non è possibile ricavare un’unica visione delle cose. C’è un disegno sottotraccia che non è semplice, è molto complicato, che sfugge anche a chi lo ha tracciato e non bastano migliaia di parole scritte o di immagini scattate a renderlo comprensibile: non è sui fatti che il mondo si regge e spesso nemmeno sulle analisi basate sempre su quelle parole e su quelle immagini. I punti di vista non saranno mai concordi, nessuna giuria può assolvere o condannare.

Ciò che rimane è lì, steso sotto un lenzuolo insanguinato abbandonato sulla sabbia di Ostia. Quel che possiamo fare è soltanto erigere un monumento, a futura memoria (se la memoria ha un futuro). Tutto il resto riguarda le nostre coscienze.
Intanto oggi, 2 novembre 2026, a cinquantuno anni dalla morte, spunta un nuovo testimone di quella notte infernale e una nuova indagine viene aperta.

NOTE
1 Si può leggere un approfondimento di questo evento e ascoltare la voce di Pasolini, sul sito del Centro Studi Casarsa della Delizia
2 Nel pomeriggio del primo novembre 1975, Pier Paolo Pasolini rilascia un’intervista (sarà l’ultima) a Furio Colombo per la quale suggerisce anche il titolo: Siamo tutti in pericolo. L’intervista uscirà l’8 novembre su “Tuttolibri”, il settimanale culturale de La Stampa nato proprio il primo novembre di quell’anno, esattamente il giorno prima della morte dello scrittore.


