Altre acque – Itinerari non terrestri #01

© Chiara Arturo, foto dal libro Questa è l’acqua di David Foster Wallace

“Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo”.
(Chandra Livia Candiani)

Etimologicamente, la parola acqua viene dal latino àqua e si collega alla radice indoeuropea ak, piegare: l’acqua è una sostanza che si piega assumendo la forma di ciò che la contiene, ma anche che aiuta la piegatura dei materiali che ne vengono a contatto. Il significato del termine “àcqua” nel vocabolario Treccani occupa circa tredicimila battute – un intero articolo di giornale –; nei vari “Dizionario dei simboli” che affollano la mia libreria l’acqua prende svariate pagine – da sei a otto, circa – e a corredo bellissime illustrazioni. Elemento fondamentale insieme a terra, fuoco e aria, per gli antichi greci l’acqua era uno degli archè, principio primordiale che determina la vita e a cui tutto torna. La Terra, vista dallo spazio, è un’immensa biglia blu: il settantuno percento della superficie del pianeta è ricoperta d’acqua. Noi esseri umani, similmente, siamo composti d’acqua nella stessa proporzione, non possiamo fare a meno di berne per sopravvivere ed è immersi in un liquido che passiamo i nostri nove mesi di pre-vita. Da sempre, se un libro o un film hanno la parola acqua nel titolo (in tutte le sue forme, stadi d’aggregazione e livelli di salinità) attirano la mia attenzione. Qualsiasi opera in cui l’elemento acqua sia predominante mi ammalia, resto incantata dagli ambienti quando hanno una natura immersiva. E ovviamente dai mari, dagli oceani, dai fiumi, dai torrenti, dai laghi, anche dalle pozzanghere. Provo una specie di estasi quando mi immergo, simile alle sensazioni che si provano meditando. La pioggia mi provoca qualche problema d’umore, forse perché mi rende troppo riflessiva – o perché sono meteoropatica. Con gli anni ho imparato ad amare e leggere la nebbia e la foschia, la neve, il ghiaccio, la brina, le zone umide, gli acquitrini. Ho sempre considerato la rugiada qualcosa di magico, così come le sorgenti o i pozzi; ho sempre trovato riparo nelle buriane. Ovunque ci sia acqua, mi sembra che il mondo mi parli. Mi sento terrestre, ma soprattutto acquatica, l’elemento acqua mi circonda da sempre – d’altronde: sono nata e cresciuta su un’isola, sono del segno dei pesci, la mia condizione preferita è inmezzoalmare.
Solo da qualche anno ho iniziato a nuotare in vasca, scoprendo così il mio modo di sopravvivere in posti senza mare, il mio personale ventre della balena, citando Dan Albergotti. Il mio interesse per l’acqua, negli anni, ha preso varie direzioni: il viaggio in nave, il mito, il mostro, l’isola e gli arcipelaghi, il Mediterraneo, l’azione del nuotare, l’affondare\affogare, i naufragi, gli stadi in cui si presenta (liquido, solido, gassoso), la sua valenza alchemica, cosa succede quando l’acqua non c’è – o quando ce n’è troppa, la desertificazione, il rischio idrogeologico, ma anche l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai, i cambiamenti climatici, la catastrofe, il trauma.
Sorgente di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione, l’acqua si porta dietro un’infinità di simbologie e di metafore e di storie anche là dove sembrano non esserci. Non tutte piacevoli, certo. Di acqua – o senza – si muore. Da piccolissima, durante il mio primo bagnetto casalingo, è successo che a contatto con l’acqua ho smesso di respirare: l’apnea non è durata poco. I miei genitori, terrorizzati, hanno chiamato una vicina – infermiera: R. ci ha messo un bel po’ a rianimarmi, i racconti sono confusi. La notte di Pasqua, però, quasi a ribaltare il rito, mi ha battezzata – bagnandomi la fronte. Continuo ad andare in apnea, se sono molto concentrata dimentico di respirare. Per mesi sono rimasta di un colorito che andava sul bordeaux e per anni, a contatto con l’acqua, le mie labbra sono diventate viola. Nonostante questo episodio su cui continuo a interrogarmi, non ne ho mai realmente avuto paura, anzi. È rimasta questa sorta di passione-ossessione, per cui nella mia vita e nel mio lavoro l’acqua non può mancare: che sia salata, dolce, salmastra, paludosa, torrenziale, cheta; che si tratti di imparare a sopravvivere senza o di imparare a trovarla ovunque.

Harrison Schmitt, Blue marble, 1972

Anche per tutto questo – e per gli stessi motivi per cui lo faccio col mio – ho deciso di provare a fermarmi un po’ di più nel lavoro altrui, e di esplorare le ricerche di artiste e artisti che con questo elemento si sono confrontate e confrontati. Mi chiedo innanzitutto che rapporto ci sia tra queste artiste e questi artisti e l’acqua, se c’è una relazione col luogo in cui sono nate e nati o vissute e vissuti, come cambia questo rapporto quando cambia la forma, lo stadio d’aggregazione e la salinità dell’elemento.

Inizio con la superficie – salata – del Mediterraneo di Novella Oliana. È la prima artista che mi viene in mente quando penso al mare nostrum, forse perché nella sua pratica non c’è descrizione superflua, ma molta sperimentazione, e il Mediterraneo per me è soprattutto uno spazio ancora da esplorare. Novella Oliana il mare lo rende superficie e poi lo taglia, lo scoperchia, lo piega, lo stira, lo modella, lo strappa, lo accartoccia, lo spezzetta, lo mette sotto vetro, lo rende parte di un insieme, scomponibile, ricostruibile, lo intreccia, lo rende attraversabile tramite il gesto e il corpo, lo travalica, lo rende sconfinabile. Non le interessa la fotografia a corredo di altro, per registrare o semplicemente documentare qualcosa: ricerca la possibilità della fotografia di trasmettere sinestesie ed entrare in connessione con il gesto.

Artista visiva, docente e ricercatrice, vive tra Roma, Trani e Marsiglia. La sua ricerca si concentra sulla relazione tra immagine e movimento, interrogando l’uso di fotografia, video, disegno e performance. Nel lavoro di Novella Oliana, la superficie acquatica del Mediterraneo diventa spazio marino-necessario; attraverso l’uso di oggetti, di manipolazioni delle immagini e di “figure di spago” indaga le immagini per la loro performatività; è una ricerca che mira ad acquisire conoscenza con e attraverso il fare arte come processo continuo di creazione.

Per il suo lavoro 8 infiniti circa, Novella Oliana sceglie – dall’immenso archivio del web – una sola immagine del Mediterraneo. Non un mare completamente piatto o particolarmente agitato, ma un mare che potesse avere consistenza solida, diventando piatto, agitato e soprattutto tridimensionale a seconda della sua manipolazione. È un mare carico di blu, probabilmente l’immagine che automaticamente visualizziamo quando pensiamo al mare nostrum. Il mare più probabile.

© Novella Oliana, Possibili idee di mare (e di costa), 2017. Courtesy dell’autrice

Questo Mediterraneo diventa corpo, frontiera e spazio attraversabile in Cartografia performativa del Mediterraneo. C’è una palla rossa, che attraverso lo svalicamento del sotto e del sopra, porta a verificare l’idea che la superficie acquatica sia un limite esistente. Ancora, il filo rosso protagonista della performance realizzata nell’ambito di Arcoscenico (progetto di Numero Cromatico) mi sembra che diventi onda, materia liquida che sottolinea l’immersività dello spazio che normalmente attraversiamo. L’attraversamento della stanza, inizialmente immediato, man mano che la performance va avanti diventa sempre più difficile: si ripercorrono così, metaforicamente, le rotte e i viaggi che caratterizzano il Mediterraneo, spazio che mette tutti alla prova nel momento in cui si ricerca una soluzione per uscirne.

© Novella Oliana, Cartografia performativa del Mediterraneo, 2020. Courtesy dell’autrice

Chiara Arturo: Che rapporto hai con lacqua?
Novella Oliana: Direi che ne ho letteralmente bisogno fisico e che nuotare per esempio, è una specie di prolungamento della mia pratica buddista, un buon metodo per riconnettermi a me stessa.

CA: Che relazione c’è tra il tuo rapporto con lacqua e lessere nata in una città di mare?
NO: C’è sicuramente una fortissima relazione, che per altro ho cercato di esplorare nel mio lavoro ultimo La natura delle cose. La relazione con il mare e questa città è matrilineare e ho cercato in questo lavoro di coglierne alcuni punti, inscrivendoli però in un macro-contesto servendomi della figura mitologica di Leucotea, dea della schiuma del mare, dell’aurora, del bianco (leukòs), ma anche dei cicli di nascita e morte. Leucotea diviene dea suicidandosi in mare, scomparendo nel mare. C’è un racconto di mia madre, della mia bisnonna che si bagnava con un’ampia sottoveste bianca (stiamo parlando della fine dell’800) nell’insenatura davanti alla cattedrale di Trani. La forza di quest’immagine legata alle mie radici è sempre stata potente e ho sicuramente cercato di creare con essa un legame in questo lavoro.

CA: Come cambia questo rapporto in base al fatto che lacqua sia di Mar Mediterraneo, di lago, di fiume, allo stato liquido, solido o gassoso? Che rapporto hai col Tevere?
NO: Come dicevo, l’acqua tendenzialmente è un fluido che ricerco fisicamente in qualunque forma. Con i fiumi in città mi sono sempre persa: sono proprio le città di fiume a svilupparsi in modo di solito non lineare, Roma è così. A Roma mi sono sempre persa all’inizio perché guardavo al Tevere come di solito guardavo il mare. Se in un luogo c’è il mare non mi perdo mai.

© Novella Oliana, Hypothèse d’une ile. Dés(orient)ations, 2018. Courtesy dell’autrice

“Era come passare un confine tuffarsi
nell’acqua piena di sole, luminosamente fogliosa
e diramata e accesa da riva a riva.

È così che le stelle brillano di giorno. Qui, allora,
il giallo che era ieri, rinfrescato,
diveniva oggi, fra i nostri ragazzi e noi,

nel più chiaro verde… verde così per dire.
Nuotavamo nel gialloverde e gialloblu
e in questi colori comici ciondolavamo giù,

come loro caratteri peculiari, pezzi
di macchine, anonimi angolari alla ricerca
di una forma da ingoiare fra le canne. Senza dubbio

eravamo le concezioni opportune, piuttosto
che creature, del cielo fra le rive,
l’acqua scorrente nello scorrere dello spazio.

Era passare un confine, galleggiare senza una testa
e nudi, quasi, entrare nel grottesco
dell’essere nudi, quasi, in un mondo

di nudità, in compagnia del sole,
buon procacciatore del grottesco, patrono,
uno straniero buffo dall’umile mondo.

Come era bello tornati a casa di notte
mettersi a letto, nel guscio della casa,
e girare per le stanze, che non paiono mai cambiare…”

(Wallace Stevens, Parecchie persone che fanno il bagno in un fiume)

Passo così, attraverso la poesia di Wallace Stevens, dalla superficie marina di Novella Oliana, alla dimensione spazio-temporale umida, nebbiosa e reticolare del Polesine di Sara Palmieri.

© Sara Palmieri, Untitled #01 La linea d’acqua, 2020. Courtesy dell’autrice

Sara Palmieri è un’artista visiva che vive tra Roma e la campagna veneta. Usa principalmente la fotografia e i suoi processi, ne esplora le proprietà fisiche in quanto mezzo e le possibilità linguistiche ed estetiche. Laureata in Architettura, ha lavorato per anni come scenografa e interior designer e nella sua pratica artistica continua ad attuare un processo di frammentazione e ricostruzione di tempo e spazio. Interroga gli aspetti non visibili del reale e le immagini diventano punto di partenza per riassemblare la realtà percepita attraverso una rappresentazione metafisica, che si sforza di rompere i confini di ciò che è percepito come reale, lasciando emergere il non visto.

© Sara Palmieri, Eravamo terra – La linea d’acqua, 2020. Courtesy dell’autrice

Nei mesi scorsi (novembre 2021 – gennaio 2022) il suo lavoro La linea d’acqua è stato in mostra negli spazi di Fonderia 20.9 a Verona, curato da Fiorenza Pinna. Visitando la mostra mi sono trovata completamente immersa in un lavoro che mi parlava su più livelli: urlava ferite, straripava umidità, raccontava una storia universale e insieme personalissima. Tangibile la presenza dell’acqua, come del trauma, della crepa. Il lavoro parte dalla più grande alluvione mai avvenuta in Italia: Polesine, 14 novembre 1951. Un evento che in qualche modo demarca una linea di separazione tra un prima e un dopo nella cultura contadina e nelle sue tradizioni, lasciando una frattura indelebile nella comunità e nel territorio. È proprio il territorio il testimone dei segni e delle tracce che raccontano la tangibilità di questo trauma collettivo. L’acqua del fiume, il paesaggio, i racconti di chi c’era diventano per Sara Palmieri dispositivi, così come lo spazio dell’immagine. La memoria è frammentata dal racconto – dal tempo, e in mostra si frammentava anche nello spazio allestitivo.

Nel lavoro l’acqua c’è sempre – l’acqua del Po diventa liquido per lo sviluppo – e non c’è mai. In pochissime immagini è palese: c’è il video, c’è la nebbia, ci sono le tracce che ha lasciato. Ma si percepisce tutto il tempo, si avverte nell’aria, nello spazio tra un’immagine e un’altra, tra una stanza e un’altra. Si avverte nel grigiore, nella bianchezza, nei buchi neri, nelle immagini frammentate. C’è nella sua essenza riparatrice e in quella distruttrice. «Ha rotto il Po», la frase arriva come un colpo al cuore, un taglio, un dolore disperatissimo. L’acqua irrompe in tutta la sua furia distruttrice eppure è dolce, dolcissima. Cancella, distrugge, ribalta e insieme nutre. Avverto nel lavoro quello che è probabilmente il superamento della storia.

© Sara Palmieri, still from video La linea d’acqua, 2020. Courtesy dell’autrice

Chiara Arturo: Che rapporto hai con l’acqua? Anche in relazione ai tuoi luoghi, il Polesine, il Po, il Tevere.
Sara Palmieri: Non ho mai avuto occasione di coltivare la mia relazione con l’acqua nella vita, nei luoghi della mia storia oltre a pianure ci sono montagne, e mani e piedi su solide rocce. Non temo l’acqua, ma temo il mare, l’imprevedibilità la vastità la profondità. Ora che ci penso i suoi orizzonti infiniti ricordano le grandi pianure che invece conosco e amo. In Polesine il fiume è la linfa del territorio, lo senti presente anche quando non lo vedi: l’acqua qui ha nutrito terre, popoli, ha permesso di fondare una cultura contadina, tutto dipende da essa, anche la morte, parlando dell’alluvione del 1951, fatto da cui il lavoro La linea d’acqua prende spunto. Mi interessa molto il fiume simbolicamente e metaforicamente: fiume come metafora della vita con un inizio, lo scorrere, una fine, il flusso e il ciclo continuo, la sua forza generatrice e insieme distruttrice.

CA: Quanto pensi questo lavoro sia immersivo? Questo suo carattere immersivo aiuta a farlo diventare universale (e quindi attraversabile)?
SP: Credo che il lavoro, forse il mio lavoro in generale, diventi immersivo, quindi completo come opera, quando si relaziona con uno spazio, come una mostra o un libro, allora il valore metaforico e simbolico delle immagini trova altre traduzioni negli elementi installativi, nei tempi, nell’interazione con suoni e video (come nel caso della mostra da Fonderia 20.9). Queste dimensioni, mostra o pubblicazione, danno la possibilità di percepire l’elemento tempo che il mio lavoro contiene e tratta, e di attraversarlo ‘con il proprio tempo’ e di relazionarsi con le immagini in modo fisico, percettivo, emozionale, che è anche il processo che ha portato a realizzarle e la dimensione in cui si muovono. Mi interessa che un’immagine lasci aperto uno spazio di indefinito senza perdere la forza attrattiva della domanda che contiene: questo carattere la rende universale nel tempo e nello spazio.

© Sara Palmieri, still from video La linea d’acqua, 2020. Courtesy dell’autrice

Se c’è una cosa che mi sorprende sempre, nell’arte, è come dalla moltitudine emergano con forza – e mi arrivino prepotentemente – ricerche sincere, viscerali, necessarie. Nel lavoro di Novella Oliana e Sara Palmieri c’è l’acqua, ma molto altro. Una maniera di attraversare il mondo, mi sembra. E modi per fruirlo.

“Altre acque – itinerari non terrestri” è un’indagine – spinta dalla corrente – tra le acque dolci salate e salmastre delle arti visive che continuerà, nei prossimi mesi, a cadenza irregolare.

Etimologia di Acqua, da etimo.it