Chiedete al vento, all’onda, alla stella, all’uccello

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery. Ph. by Eve Photo Lab

C’è qualcosa di antico e di irrisolto nel titolo scelto per questa terza edizione delle residenze artistiche promosse da Red Lab Gallery a Casamassella, nel cuore del Salento: un’invocazione senza risposta, rivolta alle forze del mondo naturale. Chiedete al vento, all’onda, alla stella, all’uccello e il silenzio che segue non è vuoto, ma denso di significati che l’opera si incarica di abitare.
Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman approdano nel piccolo borgo pugliese con un progetto che fin dalla sua premessa rifiuta la linearità. Non una scultura, non una performance, non un teatro di marionette: piuttosto un organismo ibrido che incorpora tutte queste forme senza dissolversi in nessuna. Il carro nomade con marionette che i due artisti hanno costruito durante la residenza – un grande uccello migratore che porta sul dorso un piccolo teatrino, su una base di carretto tradizionale pugliese – è una creatura nata dall’incrocio impossibile tra il mondo animale e quello meccanico, tra il vivente e il costruito, tra la migrazione e la sedentarietà.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery.
Ph. by Eve Photo Lab

Il punto di partenza materiale è già rivelatorio: la carta pesta, delle vecchie luminarie, quei grandi apparati decorativi che scandiscono le feste patronali del Sud Italia, qui prelevate dallo spazio del rito collettivo e restituite come materia prima per un racconto diverso. Ferrari Bravo e Saccuman recuperano strutture dismesse, telai e legno, oggetti che hanno già conosciuto la gloria e la dismissione. Da questo materiale usurato, che porta su di sé il tempo e l’uso, nasce il corpo dell’uccello: una scatola aperta fatta di frammenti bianchi e scrostati, un ventre nel quale vivono i personaggi che lo abitano e lo animano.
Il carro è un corpo. Non si tratta di una metafora ma di una scelta costruttiva precisa: i motivi decorativi incisi e dipinti sulle travi riproducono forme organiche simili a mandorle, a strutture che ricordano il DNA, ai tessuti nervosi, a una figura che sulla trave della base somiglia a uno stomaco. L’uccello ha una fisiologia interna, un’anatomia che Ferrari Bravo e Saccuman hanno reso visibile attraverso il segno decorativo. Ciò che dall’esterno appare come ornamento è, a uno sguardo più ravvicinato, una mappa del corpo dell’animale.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery. Ph. by Eve Photo Lab

All’interno di questo corpo vivono due personaggi, costruiti entrambi con gli stessi materiali, pezzi di legno marcio ricavati dalle luminarie, da una vecchia scala, da oggetti trovati in spiaggia. Il teatrino che li ospita è ricoperto di piccoli sassi prelevati dalla cava di bauxite nei pressi di Casamassella. La stessa matrice, la stessa provenienza: eppure i due personaggi occupano posizioni diverse nell’anatomia dell’uccello. Quello in basso è nudo, il legno deteriorato direttamente a vista, e tiene le redini del collo dell’animale: è la sua vista, il punto di contatto tra l’intenzione e il movimento. Quello in alto, nel teatrino, indossa un vestito di stoffa ed è più decorato; tiene a sua volta le redini del personaggio sotto di lui, ed è il cervello dell’opera – insieme al teatrino stesso, che è la sua sede. Non c’è gerarchia tra i due: nessuno comanda sull’altro, sono piuttosto funzioni di uno stesso organismo, connessi in un sistema in cui la vista e il pensiero si tengono a vicenda.
L’opera, inoltre, non è definitiva. I personaggi all’interno del carro potranno cambiare nel tempo, essere sostituiti o affiancati da altri, in funzione del luogo in cui l’uccello si troverà a migrare. È un’opera che segue un ciclo di vita, che respira: ogni tappa della sua migrazione potrà lasciare traccia nella sua struttura interna, modificarne l’abitante, aggiungere un nuovo strato alla sua storia. Il nomadismo non è solo il tema dell’opera ma è il suo principio costruttivo.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery.
Ph. by Eve Photo Lab

Il carro ha la forma di un uccello, ma non vola. L’uccello migra, ma la sua origine e la sua destinazione restano volutamente oscure. La narrazione si costruisce per sottrazione, per sospensione, per domande che non cercano risposta, esattamente come il titolo della mostra.
Il riferimento al Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, quella monumentale enciclopedia di un mondo inesistente, scritta in una lingua indecifrabile, è programmatico: l’opera si presenta come una pagina mancante di un universo non codificato, un’anomalia tassonomica che non appartiene ad alcun sistema di classificazione noto. La specie dell’uccello non è identificabile. Somiglia a un’oca, o a una cicogna; ma, soprattutto, è questo l’ultimo esemplare di qualcosa che non ha mai avuto nome. Una specie estinta prima ancora di essere catalogata, o forse risvegliata ora, da qualche grotta oscura, per compiere una migrazione che nessuna rotta ornitologica ha mai previsto.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery.
Ph. by Eve Photo Lab

Il paesaggio attorno a Casamassella diventa scenario e interlocutore di questa migrazione filmata. Il carro non compie una processione pubblica nel senso tradizionale: viene portato in diversi punti del territorio, filmato nel suo apparire e scomparire, lasciato a emergere dalla natura come se fosse lì da sempre, o come se ci fosse arrivato portato dal vento. L’azione performativa si fa video, e il video diventa la traccia di qualcosa che il pubblico non ha potuto vedere accadere – un’assenza strutturale che appartiene alla logica più profonda del progetto.
Il nomadismo, in questo contesto, è condizione ontologica e non metafora politica. Ferrari Bravo e Saccuman non ambiscono a costruire un’allegoria della migrazione contemporanea, né a lanciare messaggi ecologici, per quanto la realtà del presente – i cormorani che non passano più per il Salento, le rotte che cambiano, il territorio che muta – attraversi inevitabilmente il tessuto dell’opera. Il livello politico è implicito, sedimentato nel materiale e nel territorio, non esibito. Il carro potrebbe essere il risultato di una catastrofe ambientale, la sua condizione errante potrebbe essere il sintomo di un mondo spostato dal proprio asse; ma la narrazione resta aperta, e questa apertura è il dono più generoso che l’opera fa a chi la incontra.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery.
Ph. by Eve Photo Lab

C’è un ultimo elemento che appartiene a questo progetto e che sfugge a qualsiasi analisi formale: la qualità di oggetto magico che il carro ha acquisito nel corso della sua costruzione. Ferrari Bravo e Saccuman descrivono i giorni della residenza come una specie di febbre, un lavoro velocissimo e ossessivo, condotto dentro una bolla in cui la luce cambiava fuori dalla finestra, i temporali si alternavano al sole, le voci della strada entravano e uscivano come rumori di un sogno. I pensieri erano così concentrati su ciò che avevano tra le mani da rendere il processo quasi inconscio. Il risultato è stato, nelle loro parole, la creazione di un sigillo: un oggetto carico di pensiero, nel quale si è depositato qualcosa che non si dissolve una volta conclusa la costruzione. Questa dimensione non dichiarativa, non concettuale, ma propriamente magica dell’opera è forse ciò che rende il carro-uccello qualcosa di diverso da una scultura: un’entità che, una volta costruita, ha cominciato a vivere per conto proprio.
Il grande uccello è arrivato in galleria da una direzione sconosciuta. Nessuno sa da dove viene, che strada ha fatto, quante soste ha compiuto nel paesaggio prima di raggiungere gli spazi di Red Lab Gallery. E forse è proprio questo il punto: le cose più vive – le migrazioni, i sogni, le forme nuove che l’arte sa generare – non hanno bisogno di rendere conto della propria provenienza. Bastano la presenza, il collo teso, le redini in mano a qualcuno che non smette di guidare.
A questo universo si sovrappone l’intervento di Flavio Favelli, che del territorio pugliese e delle luminarie in particolare, ha fatto da anni una materia di riflessione estetica e culturale. Favelli è un artista che lavora per stratificazione: preleva oggetti già carichi di storia collettiva – cancellate, pavimenti in graniglia, mobili da mercatino, e appunto le luminarie delle feste patronali – e li reintroduce nel circuito dell’arte come superfici di senso inedite, senza cancellarne la memoria ma moltiplicandone i significati possibili. La struttura in legno bianco dipinto, i disegni delle lampadine, la fisicità di questi apparati pensati per essere visti da lontano, di notte, in mezzo alla folla: tutto questo diventa nelle sue mani materia aperta, disponibile a trasformazioni che ne invertono radicalmente la funzione.
In questa occasione, Favelli costruisce un ambiente che simula due quinte di luminarie disposte a ferro di cavallo, a destra e a sinistra del carro, che si intersecano in fondo a creare una piccola scena teatrale. Le strutture prive di lampadine e defunzionalizzate, non illuminano, ma definiscono uno spazio. Nella loro accumulazione, i decori bianchi richiamano il pizzo, gli stucchi delle chiese barocche del Salento, la grammatica ornamentale di un’intera tradizione architettonica popolare. Ne risulta qualcosa che somiglia a un tabernacolo laico, a una piccola stanza sacra costruita non per contenere reliquie ma per accogliere un essere migrante. Al centro di questa quinta, il carro-uccello trova la sua cornice naturale: non un piedistallo, non una vetrina, ma una soglia.

©Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, courtesy gli artisti e Red Lab Gallery.
Ph. by Eve Photo Lab

A incrinare questa bianchezza, Favelli introduce una fascia nera dipinta ad altezza viso lungo le strutture. Il nero è un colore estraneo all’immaginario cromatico delle luminarie, che vivono nel registro del bianco o, in casi meno comuni, del celeste mariano. La fascia nera è una soglia cromatica che separa il registro festivo da qualcosa di più oscuro, consonante con la natura enigmatica del carro che accoglie.Il dialogo tra le sue opere e il carro-uccello di Ferrari Bravo e Saccuman produce uno spostamento necessario: ciò che era ornamento diventa anatomia, ciò che era luce diventa ombra, ciò che era collettivo diventa singolare. Le luminarie reimmaginate da Favelli e il corpo assemblato con quei medesimi frammenti da Ferrari Bravo e Saccuman si rispecchiano a vicenda: due modi di attraversare la stessa materia, due sguardi che partono dallo stesso punto per arrivare in luoghi diversi e, proprio per questo, illuminarsi a vicenda.

LA MOSTRA

Residenza: Chiedete al vento, all’onda, alla stella, all’uccello
a cura di Leonardo Regano
Dal 14 marzo al 19 aprile 2026
Casamassela (LE)