In origine è stato un carteggio. Capitolo 3

Francesca Loprieno | Giovanna Gammarota, Tutte Quelle Cose, 2021, courtesy le artiste e Red Lab Gallery

Siamo giunti al terzo capitolo di questo scambio tra Francesca Loprieno e Giovanna Gammarota attorno alle evoluzioni del pensiero che rendono possibile l’atto fotografico. Le due autrici si addentrano in dinamiche che mostrano quali sono state le origini del loro fotografare, quali gli approcci e i ragionamenti che hanno condotto il loro lavoro a svelarsi, tra cui spicca un atteggiamento di ascolto rivolto al proprio interno, ascolto di un sentire che certo appartiene alla propria esperienza, ma esposto non attraverso un moto meramente biografico, piuttosto come tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, nel tessuto che l’ambito sociale che ci circonda ci chiede di osservare e al quale ci chiede di partecipare ognuno con il proprio apporto, non importa se artistico o meno. A volte questo può passare attraverso un’esperienza personale, ma sempre, crediamo, passa (o dovrebbe) attraverso l’osservazione profonda del Sé.

ALLA RICERCA DELLA PRESENZA ASSENTE – #5

Giovanna Gammarota

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Mi sembra che l’idea di “passaggio” sia piuttosto fondamentale in fotografia. Si è spesso affermato che l’immagine fotografica fermi un momento preciso, qualcosa che avviene nell’istante stesso in cui si scatta. Questa modalità, evidentemente emanata impropriamente dalla fotografia di reportage, è del tutto fuorviante se si vuole parlare di fotografia oggi perché nulla sta accadendo, in quel preciso istante, possiamo invece dire che tutto è già accaduto e ciò che stiamo osservando, o che abbiamo percepito e che ci ha spinti a scattare una fotografia, è in realtà in noi da tempo: una presenza assente che si manifesta attraverso qualcosa che ci attrae nel mentre del nostro passaggio.
Questa modalità non è mai presente nel mio modo di riprendere ciò che mi circonda. Per me ogni cosa che osservo si colloca magicamente all’interno di un casellario di visioni (come una specie di collezione) in relazione stretta tra loro. Esse, le immagini, costituiscono il tessuto narrativo di cui faccio parte. Il passaggio dunque appartiene all’oggi come al passato: una sorta di flusso all’interno del quale è possibile incontrare continuamente presenze assenti.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Mi chiedi se ho trovato il mio possibile: ebbene credo che tale “possibile” costituisca per me la capacità di individuare le assenze, registrarle e includerle nelle immagini che “immagino”. Hai ragione quando dici che ricerco continuamente qualcosa che manca ma questo non collide necessariamente con un passato, anche se spesso il passato, inteso come storia nel senso letterale del termine, è frequentemente lo spunto da cui parto. Tuttavia le assenze, cioè le presenze che mancano, nel mio lavoro possono riferirsi, e spesso accade, a qualcosa di contemporaneo, vicino a me, che vive al mio fianco. Se dovessi esprimerlo con una affermazione direi che “documento l’assenza del vivere”. Si tratta di una pulsazione che mi fa percepire la presenza ma che non me la fa vedere perché non solo è passato ma è oltremodo immerso, ormai, in un magma indistinto. E allora appare ancora più arduo camminare per strada, ad esempio, e accorgersi di una assenza che è presente, una specie di fantasma che sta lì, esattamente nel punto in cui sto riprendendo con il dispositivo fotografico.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Una domanda dunque sorge spontanea: è possibile vedere là dove apparentemente non vi è nulla da vedere? È di questo possibile che io mi interesso, è questo possibile che indago. Ma ancor più arduo è definire cosa significhi presenza assente. Per provare a scoprirlo è necessario camminare, percorrere, vivere la condizione del “passaggio”. Tale condizione è equiparabile a una continua evoluzione. L’esperienza viene vissuta e diventa storia, la nostra storia e, più in generale, la storia dell’epoca in cui viviamo, ma questa ormai è impercepibile poiché tutto ciò che ci accade è anonimo, assente appunto. Dunque da qui parte la ricerca della presenza assente. Nell’ambito del paesaggio, territorio nel quale mi muovo, tale ricerca è estremamente affascinate proprio per il carattere di assoluto anonimato che esso ha raggiunto. Vi è però il rischio di cadere nella semplice documentazione e dunque di palesare l’ovvio fornendo ad esso l’aura del contemporaneo per mezzo del quale ogni cosa è fotografabile. Luoghi anonimi diventano facilmente immortalabili facendo dilagare la moda del paesaggio attraversato dall’incuria dell’uomo che fa il verso a scenari cinematografici (e viceversa). Questi paesaggi non hanno nulla da raccontare, e questo forse potrebbe essere l’esatto motivo per il quale sono stati fotografati, ma il possibile non sta nella pura documentazione di un luogo, il possibile è quello stato che ti fa sentire che qualcosa manca e che proprio quella mancanza, quella presenza assente come la chiamo io, è la chiave della nostra esistenza, del nostro vivere nell’oggi.
Ti chiedo: secondo te l’immagine fotografica si può considerare come una percezione?


© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

E SE FOSSE VISIONE? – #6

Francesca Loprieno

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

La tua domanda è estremamente complessa. Ma sono ben contenta di affrontarla da subito. Colgo l’occasione per citare un mio progetto “Transizioni”. Mi è bastato scegliere un punto. Un solo punto da dove passano infinite vite. Ero arrivata da poco a Roma e conoscevo poche persone. Il caos che mi circondava non faceva altro che provocare in me un forte senso di immaginazione nei confronti delle vite degli altri. È un’ossessione che ho da quando ero piccola, guardavo spesso nelle finestre illuminate delle case sconosciute costruendo nella mia mente piccole storie. Ed è così che come una pièce teatrale ben scritta e meglio recitata ho lasciato che fossero gli altri a determinare il passaggio, che fossero le folle a raccontare la casualità dell’esistenza, che fossero i singoli transiti umani a dire della loro solitudine, che fossero le coppie abbracciate a raccontare della loro unione.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

La luce e lo spazio creano le condizioni per il passaggio della nostra esistenza. La strada è un palcoscenico all’aperto, un immenso spazio teatrale, dove si può osservare la gente e per di più “non si paga il biglietto”, come diceva Bukowski. É così che vedo la fotografia. La percezione dello spazio in relazione all’occhio che guarda e che filtra l’immagine, mi ha portato a fare una rigorosa scelta stilistica che è stata quella di concentrare la mia attenzione e il mio obiettivo dall’alto verso il basso per fare in modo che lo sguardo potesse cadere solo sulle persone eliminando ogni riferimento architettonico, ogni altro aspetto della città. La percezione visiva in questo caso ha svolto un ruolo determinante. L’occhio percepisce l’immagine attraverso tre filtri, sensoriale, operativo e culturale. Per questo lavoro mi sono concentrata sul filtro culturale per il quale ogni persona legge le immagini attraverso il proprio sapere. Scegliere quindi di eliminare ogni indizio toponomastico è stato un modo tutto mio per parlare alla gente e della “gente” in maniera universale.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

E se sostituissimo la parola percezione con VISIONE?  Io credo che l’immagine fotografica sia una questione di pura visione. Nel mio lavoro spesso muovo i primi passi vagando, non ho mai una meta o un punto di riferimento preciso. Mi fermo quando ho, appunto, una visione, quando quell’immagine comincia a far parte del modo in cui io stessa la percepisco. E la mia percezione non è quella di tutti. Concordo pienamente con te sulla questione banale per certi versi (mi perdonino i fotografi documentaristi) del documentare tutto ostinatamente. Non credo che basti solo questo. È come guardare il soffitto quando si è a letto…! Ti è mai capitato di andarci oltre? E magari arrivare a guardare il cielo? L’immagine fotografica è esattamente questo, è la capacità di andare oltre l’immagine stessa. È evocazione è una “presenza-assente” proprio come tu dici.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Credo che l’immagine sia la dimensione spaziale che noi ci preserviamo all’interno del nostro immaginario visivo. È ciò che percepiamo come “nostro” nel momento stesso in cui lo rappresentiamo e quindi non può essere di qualcun’altro. Dell’altro sicuramente sarà la nuova percezione e quindi la visione di quel luogo. Potrebbe non vederci nulla, ma nello stesso tempo potrebbe vedere oltre quello che noi volevamo comunicare. Trovo questo scambio di visioni quasi miracoloso. Il casellario come tu stessa lo chiami si arricchisce sempre di più e non solo grazie a noi.
Quante foto siamo capaci di scattare ogni giorno senza la macchina fotografica? Il numero è inestimabile. Spesso ci provo a non scattare e a registrare con la mente, e, quando posso, anche con la penna. Vengono fuori delle liste di cose viste che io stessa definisco le fotografie del pensiero e credo siano le mie visioni.
Te ne propongo una:

Dell’essere
  1. umano
  2. sempre e costantemente a misura d’uomo
  3. non essere
  4. divisi tra la vita e la morte
  5. eterni
  6. in ogni luogo, in ogni piazza, in ogni spazio, in ogni cuore
  7. ovunque
  8. A questa lista assocerei una tua foto sul lavoro di tuo padre
© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

La tua immagine qui ci pone dinanzi ad un enigma, nessuno sa che in fondo essa vuole rappresentare una perdita, una presenza, un passaggio. Eppure evoca qualcosa. La donna che assume una posizione non definita non ha lo sguardo verso l’obiettivo, non sa di essere fotografata, le radici degli alberi creano ombra sul terreno, radici che circondano la stessa presenza femminile proteggendola da chissà cosa, il cielo pulito che si estende in lontananza ci mostra un possibile orizzonte. Questa è la percezione che io ho di questa immagine. Ma la visione che ne ho è legata alle 7 frasi della mia lista: DELL’ESSERE qui e ora.
Dunque io credo che ci sia un’enorme differenza tra percezione e visione e credo che potremmo discuterne in modo più approfondito, se sei d’accordo.
E quindi ti chiedo: qual è la tua visione?

Per chi volesse “ascoltare” la lettura di questo terzo capitolo lo si trova sul canale YouTube di Red Lab Gallery.