Due sguardi vulnerabili per abbracciare la molteplicità del mondo

Clément Cogitore, still dal video Memory Palace, 2026, Spazio Van Gogh, Les Rencontres de la Photographie, Arles, fino al 4 ottobre 2026 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Giorni fa, riflettevo sul fatto che le nostre idee, i concetti con cui comprendiamo e rappresentiamo il mondo, non sono che uno degli innumerevoli e possibili riferimenti secondo cui la stessa realtà può effettivamente essere percepita. Non sono io ad affermarlo, ma la relatività e la fisica quantistica. Se prendiamo, per esempio, il movimento, sappiamo che non esiste un assoluto riferimento che ci permetta di misurarlo e che, anche ciò che sulla Terra sembra essere oggettivamente fermo, in realtà si sta muovendo con la Terra stessa e con il resto della galassia. Tuttavia, spesso non crediamo veramente e nemmeno agiamo, osserviamo, viviamo secondo questo principio che pure non è affatto un dogma; al contrario, è stata una delle scoperte più importanti e determinanti della fisica che da Galileo Galilei continua a nutrire le ricerche scientifiche fino ai giorni nostri. Questo paradosso fa sì che, per esempio, tendiamo a pensare che ciò che è fermo sia “oggettivamente” fermo, secondo un concetto di moto o stasi che tendiamo a definire, in un certo senso, “assoluto”. La nostra percezione è dunque profondamente influenzata da questi concetti che caratterizzano la nostra realtà e il modo in cui la pensiamo.1 (Rovelli, 2025, p. 22-24). Giorni fa è successo che tutte queste riflessioni abbiano fatto un piccolo tilt nella mia mente: mi è capitato di commuovermi davanti all’evidenza vertiginosa che proprio questi stessi concetti siano in realtà enormemente parziali per comprendere tutto quello che accade a noi e intorno a noi, dal momento che si basano sulla nostra esperienza che è, ovviamente, infinitamente limitata se paragonata alle molteplici possibilità e modi esistenti nell’universo mondo.

Clément Cogitore, still dal video Memory Palace, 2026, Spazio Van Gogh, Les Rencontres de la Photographie, Arles, fino al 4 ottobre 2026 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

A dispetto dell’intenzione di questo articolo, nato per scrivervi di alcune mie impressioni ricevute visitando il festival Les Rencontres d’Arles di quest’anno, mi ritrovo a parlarvi di fisica e della mia commovente reazione davanti all’inafferrabilità del mondo… Tuttavia, vi assicuro che nella mia esperienza tutto ha un senso se penso ai due lavori che hanno mosso in me queste emozioni. Rispetto a ciò che ho avuto occasione di vedere al festival, mi hanno profondamente segnata in particolare le opere Memory Palace di Clément Cogitore e In the Veins di Camille Henrot.

Clément Cogitore, still dal video Memory Palace, 2026, Spazio Van Gogh, Les Rencontres de la Photographie, Arles, fino al 4 ottobre 2026 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Cogitore lavora sulla memoria e si chiede: oggi, in un mondo che produce immagini incessantemente e le dimentica con altrettanta facilità, quali vogliamo davvero ricordare? Quali visioni diventano effettivamente parte della memoria collettiva e come oggi ha senso considerare la memoria che associamo a cloud, network, IA generativa? Alla luce di queste considerazioni, cosa sceglieremmo e scegliamo di ricordare, in un mondo devastato dalle guerre e dalla distruzione? Memory Palace ha avuto una lunga gestazione iniziata nel 2024 quando l’artista francese ha cominciato a redigere il testo che accompagna l’opera: i rimandi a Jorge L. Borges, Isaac Bashevis Singer, László Krasznahorkai, Gabriel García Márquez sono evidenti e sembra che il testo si sviluppi sulla struttura di un’incessante generazione di senso, analogie, accostamenti concettuali. Tanti pensieri si intrecciano creando un’unica tessitura meravigliosa da leggere (in francese, con inserti verbali che fanno parte dell’opera) e ascoltare (in inglese, grazie a una voce narrante). Si, non l’ho ancora detto, ma quest’opera è un video realizzato con quattrocento ore di immagini amatoriali attinte da archivi pubblici e privati in Europa e negli Stati Uniti risalenti ai Trenta Gloriosi (Trente Glorieuses, 1945-1970, anni di notevole sviluppo industriale in Francia e in gran parte dell’Occidente). Si tratta di archivi affettivi, filmati di famiglia, momenti di felicità, condivisione, umanità intervallati da sequenze che l’artista realizza con l’Intelligenza Artificiale e che si fondono volutamente con i footage senza che si possa immediatamente distinguere ciò che è artificialmente creato da ciò che è stato reale.

Clément Cogitore, still dal video Memory Palace, 2026, Spazio Van Gogh, Les Rencontres de la Photographie, Arles, fino al 4 ottobre 2026 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Proprio come i loci della mnemotecnica, questi filmati mirano a rievocare un percorso rimodellato visivamente per ricostituire una sorta di unica possibile memoria collettiva. Del resto, la leggenda che ispira la nascita del “palazzo della memoria” racconta che Simonide, poeta greco del V sec. a.C., si era allontanato per un attimo da un banchetto a cui stava partecipando con molti ospiti. Improvvisamente, il tetto del palazzo in cui si svolgeva la festa crollò: si dice che egli fu in grado di identificare i morti sfigurati ricordando il posto nel quale si trovavano a tavola2 (Cicerone, Libro II, 352-354). Le immagini nell’opera di Cogitore funzionano da imagines agentes, veri e propri input per ricostruire un’identità nuova e una memoria possibile, di fronte alle tragedie della nostra epoca. Cosa scegliamo rimanga dopo la violenza? Di cosa vogliamo sia fatto il nostro mondo e il nostro “palazzo” interiore dopo tutto questo dolore che passa giornalmente nei nostri feed?

Clément Cogitore, still dal video Memory Palace, 2026, Spazio Van Gogh, Les Rencontres de la Photographie, Arles, fino al 4 ottobre 2026 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Proprio a proposito della mnemotecnica, Cicerone affermava che «l’ordine dei luoghi conserva l’ordine delle cose» dal momento che se «gli occhi sono le tavolette di cera su cui scriviamo, le immagini sono le lettere che tracciamo su di esse»3 (Cicerone, Libro II, 353-354). Cosa vogliono scrivere i nostri occhi per i nostri posteri e per noi stessi? Quali immagini potranno contribuire a creare il nostro futuro? Alla fine del video, io che difficilmente mi lascio andare all’emozione in pubblico, ho pianto e, con mia grande gioia, non ero la sola. In fin dei conti, vogliamo tutti ricordare la pace…

Camille Henrot, still dal video In the Veins, 2026, in mostra presso Luma Arles fino al 10 gennaio 2027 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Anche l’opera di Camille Henrot è un video che nasce dall’osservazione di una profonda contraddizione su cui si fonda l’educazione etica e affettiva dei nostri figli e figlie. L’infanzia è costellata dalla presenza di animali che vivono nelle storie, nei libri, nei giocattoli e nelle canzoni, perfino negli abbecedari grazie ai quali cominciamo ad avere un contatto con il linguaggio necessario a descrivere il mondo intorno a noi. Questi stessi animali oggi sono in pericolo: molti sono in via d’estinzione, sono minacciati dagli incendi, dal cambiamento climatico, dall’inquinamento delle acque, dallo scioglimento dei ghiacciai o da leggi criminali sulla caccia.

Camille Henrot, still dal video In the Veins, 2026, in mostra presso Luma Arles fino al 10 gennaio 2027 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

L’artista riflette sul profondo contrasto fra la realtà e la sua rappresentazione attraverso una meticolosa ricerca visiva e la creazione di una narrazione affidata alle voci dei suoi figli. Ma allora, cosa vuol dire essere genitori oggi? Ci tengo a sottolineare quanto quest’opera mi abbia toccata come donna che ha scelto di non essere madre nell’accezione ordinaria del termine, eppure di esserlo nell’attitudine nei confronti del mondo e delle persone con cui entra in relazione. È proprio questo che Henrot ci dice: essere madri e padri oggi diventa un fatto ecologico, nel senso profondo che oikos4 (Haeckel, 1866) può rappresentare, vale a dire del vivere in un sistema complesso e interrelato. Questo posizionamento ha a che fare con un’intenzione di cura molto più ampia, di dedizione e attenzione verso l’Altro da noi, che sia un animale, un luogo, un uomo o una donna che vivono esperienze distanti dalle nostre, un amico o un nemico, una pianta, un ecosistema. Significa anche guardare le immagini del mondo come dei potenziali coacervi di sapere, di emozione, di possibilità di trasformazione di noi stessi e del nostro stesso ambiente, perché, al contrario, quello che ci aspetta è l’estinzione.

Camille Henrot, still dal video In the Veins, 2026, in mostra presso Luma Arles fino al 10 gennaio 2027 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Non saranno allora più solo i nostri animali inanimati e disegnati a sembrare come le fotografie dei morti sulle tombe o come i fantasmi di un mondo che non esiste più; saremo noi stessi a scomparire per sempre. In un mondo sempre più violento, dice Henrot, l’unica strada è dichiararsi vulnerabili, stare in quello scarto che passa tra un’immagine e la realtà, in bilico fra l’immaginazione, il gioco e la consapevolezza profonda del tempo e dello spazio che viviamo. Anche qui, profondamente commossa, ho lasciato la sala di proiezione.

Camille Henrot, still dal video In the Veins, 2026, in mostra presso Luma Arles fino al 10 gennaio 2027 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana
Camille Henrot, still dal video In the Veins, 2026, in mostra presso Luma Arles fino al 10 gennaio 2027 – Foto da videoinstallazione: Novella Oliana

Penso che entrambi i lavori ci dicano che i gesti di cui è fatta la nostra vita – ricordare, curare, nutrire, guardare, pensare e finanche fare un video – diventino atti politici e etici potenti e profondi dei quali non si può proprio più fare a meno. Forse è arrivato il momento di credere a quest’ordine molteplice del mondo che, anche nell’infinitesimo, ci riporta ancora a quell’inafferrabilità che della fisica tanto mi commuove. È solo in quell’incerta “certezza” che possiamo davvero fare una profonda rivoluzione umana5 (Ikeda, 2008, p. IV) con la consapevolezza che tutto si basa sulle relazioni che instauriamo con le cose e che tutto è ancora, invisibilmente, possibile.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
1 Rovelli, C., Sull’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano, 2025.
2, 3 Cicerone, M. T., De Oratore, Libro II, Utet, Milano, 2017 (trad. Francesco Berardi).
4 Haeckel, E., Generelle Morphologie der Organismen, G. Reimer, Berlino, 1866.
5 Ikeda, D., La Rivoluzione Umana, Prefazione, Esperia, Peschiera Borromeo, 2008.
BREVI BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI

Clément Cogitore (Colmar 1983). Acclamato artista, regista e fotografo francese, figura di spicco nel panorama culturale contemporaneo. Dopo gli studi all’École des Arts Décoratifs di Strasburgo e al Le Fresnoy, ha sviluppato un linguaggio multidisciplinare unico che si muove fluidamente tra cinema e arti visive. La sua ricerca concettuale esplora la memoria collettiva, il sacro, i rituali e il complesso rapporto dell’uomo moderno con l’evoluzione delle immagini. Tra le sue opere principali spiccano il lungometraggio Ni le ciel ni la terre (2015), applaudito al Festival di Cannes, e la celebre regia dell’opera-balletto Les Indes galantes (2019) per l’Opéra di Parigi. Già borsista presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, nel 2018 ha ottenuto la definitiva consacrazione internazionale vincendo il prestigioso Prix Marcel Duchamp. Le sue installazioni e produzioni video sono stabilmente esposte nelle collezioni di importanti musei come il Centre Pompidou di Parigi e il MoMA di New York.

Camille Henrot (Parigi 1978). Artista visiva francese, dopo la laurea all’Ècole Nationale Supérieure des Arts Décoratifs, si afferma sulla scena internazionale unendo l’antropologia alla vita quotidiana. Le sue opere spaziano tra video, scultura, disegno e installazioni, esplorando la conoscenza umana e la mitologia. Nel 2013 ottiene la fama mondiale vincendo il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia con il video Grosse Fatigue, che sintetizza la storia dell’universo. L’anno successivo vince il prestigioso Nam June Paik Award. Tra le sue installazioni più celebri si ricorda la mostra Days are Dogs al Palais de Tokyo di Parigi nel 2017. Le sue opere sono  esposte in importanti musei quali il MoMA di New York e il Centre Pompidou di Parigi.