A poco più due anni dal 7 ottobre 2023, una data che alcuni hanno definito essere uno spartiacque nel conflitto israelo-palestinese, la Palestina è una terra che non ha ancora raggiunto la pace. Tantomeno appare praticabile l’idea dei due stati e dei due popoli.
Questa rivista non intende entrare in dinamiche politiche che non le competono, vuole invece offrire un punto di vista culturale – palestinese quanto israeliano – che rifiuta l’idea della contrapposizione e che ha fortemente desiderato che i due popoli si mischiassero piuttosto che dividersi. Le testimonianze appartengono a due registi cinematografici: il palestinese Elia Suleiman e l’israeliano Eyal Sivan. Apparentemente lontane dalla realtà di oggi – entrambe sono state realizzate da Sergio Di Giorgi nell’ambito della Quinta edizione della Biennale des cinemas arabes svoltasi a Parigi nel 2000 – a noi sembrano invece ancora attuali e ci dicono già un quarto di secolo fa che il conflitto è culturale e non cesserà mai, continuerà oltre il silenzio delle armi (se mai ci sarà) ponendo in risalto una insanabile diversità che spinge chi immagina un’altra modalità di convivenza a un esilio non più forzato ma scelto, consapevole.
Le due interviste sono apparse per la prima volta sul n. 26 di Alias, supplemento culturale de il manifesto, le pubblichiamo in un unico documento all’interno della nostra pagina dedicata all’archivio dei testi scritti da Sergio Di Giorgi, tra i fondatori di questa rivista, morto nel maggio del 2024, altri ne seguiranno periodicamente. Tutte Quelle Cose – Cultura visiva contemporanea intende così ricordarlo e rendergli omaggio (Ndr).

OGNI PAESE NEL MONDO È LA MIA MADRE TERRA
Tra gli autori del “nuovo cinema palestinese” Elia Suleiman nato a Nazaret nel 1960 ha esplorato più di ogni altro i territori del cinema “apolide” ed è forse quello maggiormente influenzato dal “cinema della modernità”: gli autori-faro nella sua formazione sono: Antonioni e Godard, ma anche Wenders, Cassavetes, Sokurov. Il suo primo lungometraggio di finzione Cronaca di una sparizione (1996) è il diario di un “ritorno a casa” vissuto da straniero in patria. Ambientato a Nazaret, con il coinvolgimento nel cast della vera famiglia e dei veri amici dell’autore, il film fa sfoggio di un linguaggio stilisticamente spregiudicato e di una vis ironica che ha fatto evocare il nostro Nanni Moretti.
Spirito da sempre ribelle e curioso, abbandona gli studi, attirato dalla vita metropolitana («per un giovane palestinese, partire alla volta della città significava andare a Tel Aviv… o all’aeroporto. Ma nel mio universo Tel Aviv non aveva nulla di un Eldorado. Così scelsi l’aeroporto, la promessa di un altrove»). Nel 1982, dopo aver viaggiato per l’Europa, approda a New-York, dove tra il 1987 e il 1989 dirige il Collettive for Living Cinema e svolge un’intensa attività di operatore culturale. Il suo esordio è un video, Introduzione alla fine di un argomento (1990), che in una forma molto sperimentale analizza il ruolo dei media stranieri nella rappresentazione del popolo arabo. Oggi Elia Suleiman vive a Parigi.

Sergio Di Giorgi – Il suo Hommage by assassination (1992, episodio del film collettivo La guerra del Golfo… e dopo?, la giornata di un intellettuale arabo in esilio a New York durate il conflitto interpretato dallo stesso Suleiman, nel suo stesso appartamento, ndr.) suscitò scalpore in quanto rovesciava l’idea di un “punto di vista palestinese” sul conflitto, mettendo in questione la nozione stessa di “identità palestinese”. Oggi che la nascita di una nazione palestinese sembra più vicina, qual è il suo giudizio al riguardo?
Elia Suleiman – Per me la questione della nazionalità – o dell’identità – palestinese è stato sempre un falso problema. Il mio desiderio è quello di conoscere altre vite, altre esperienze, altri colori, non quello di chiudermi in una realtà a due dimensioni, nella logica ideologica dell’appartenenza.


SDG – Il nuovo cinema palestinese corre questo rischio?
ES – Vedo il rischio della ghettizzazione, ma non si deve generalizzare. C’è di sicuro una nuova generazione palestinese che sta cercando di fare qualcosa di nuovo, lavorando, per mancanza di fondi, specialmente attraverso i corti e i video. Vivo all’estero da troppo tempo e torno in Palestina sempre per pochi giorni, solo per ragioni personali, per rivedere mia madre. Andare via da Nazaret mi ha permesso di vedere la Palestina e Israele da un punto di vista differente, di pormi domande diverse.
SDG – In Hommage by assassination il conflitto era tra la ricerca di una nuova condizione e la memoria ossessiva della Palestina. In Cronaca di una sparizione – almeno nella prima parte – lei appare come un esiliato nella sua stessa patria. Pensa che questa contraddizione l’accompagnerà ancora nel futuro?
ES – Non so, ma di una cosa sono certo. E cioè che il mio pensiero, la mia autoanalisi, la mia ricerca non sono più ingabbiati nel problema dell’identità nazionale, si sono come depoliticizzati. Penso anche che quando ti inoltri nella vita e incontri l’amore, la morte, certe questioni diventano meno pressanti, meno centrali rispetto ad altre. E oggi io mi sento molto più radicato in altri territori, più personali, appunto come l’amore e la sofferenza. Forse diventi più leggero, ma è una leggerezza che al tempo stesso è molto pesante, al punto che non so se sono più leggero per poter volare nell’aria o per scivolare dentro un pozzo. E quando incontro gli occhi delle altre persone vedo la stessa domanda, o meglio lo stesso senso di perdita, di angoscia e non so se questa angoscia filtra nel mio lavoro, ma allo stesso tempo sento me stesso anche ridere. Del resto, penso che l’asprezza estrema della mia angoscia è la stessa della mia ironia e del mio umorismo.


SDG – Qualche anno fa ha detto in un’intervista: «Non possiedo nessuna madre patria. Sono uno straniero ovunque vado». Si considera oggi un esiliato o un senza patria?
ES – È una situazione molto paradossale. Ho detto che il mio è una specie di autoesilio. Oggi penso anche però che ogni paese è la mia madre terra. A volte sento di voler andare a casa… ma dove?

UN SOLO CUORE MEDIORIENTALE
Eyal Sivan è nato ad Haifa, Israele, nel 1964. È il regista del documentario shock sul processo al criminale nazista Adolf Eichmann, Uno specialista. Vive in Francia dal 1985 e ha firmato il suo primo documentario all’età di 23 anni, dopo esperienze come fotografo, anche di moda. S’intitola Aqabar Jaber. Vie de passage. (1987), ed è stato girato proprio alla vigilia dell’Intifada, in uno dei campi profughi vicino a Gerico, costruito dalla Croce rossa nel 1950. Nel 1982 era ancora ad Haifa, durante la guerra del Libano, quando venne richiamato per il servizio militare. «Non essendo prevista l’obiezione di coscienza, riuscii a farmi riformare adducendo patologie psicologiche. Non mi vergogno a dirlo. Del resto, per la società israeliana non fare il servizio militare equivale a essere malato di mente».

Sergio Di Giorgi – Come considera il suo impegno nel cinema documentario per un dialogo tra israeliani e palestinesi?
Eyal Sivan – Un impegno militante. Quando si parla di Israele e Palestina si pensa sempre a situazioni speciali. Ma il problema dei rifugiati palestinesi non è molto diverso da quello dei rifugiati della ex Jugoslavia. Quando ho girato Aqbat Jaber. Vie de Passage cercavo di parlare di quello che oggi chiamiamo “pulizia etnica”. Israele ha espulso con la forza 750.000 esseri umani. Ho capito che il legame dei palestinesi con la terra non è un legame ideologico, come quello che il popolo ebraico aveva maturato nella diaspora, ma un legame assolutamente fisico, di uomini dediti da sempre all’agricoltura e alla pastorizia.

SDG – Nel 1995 è tornato sul posto per girare Aqbat Jaber. Paix sans retour? Cosa era cambiato a otto anni di distanza?
ES – Quando siamo tornati, nel 1995, Aqbat Jaber era appena passato sotto il controllo della Autorità Palestinese. Gli abitanti parlavano di tornare nella propria terra, di ricostruire le proprie case, i giovani delle speranze di trovare lavoro. Ma tutto questo era loro negato. Il senso del titolo è tutto qui: può esistere una vera pace senza il ritorno dei rifugiati?
SDG – Questi documentari sono stati distribuiti in Israele?
ES – Il primo film è stato proiettato una sola volta al Jerusalem Film Festival. Ma naturalmente non sono stati mai trasmessi dalla televisione israeliana.
SDG – Con Israland (1991) aveva mescolato i punti di vista degli israeliani e dei palestinesi durante la Guerra del Golfo…
ES – Il film è girato durante la Guerra del Golfo all’interno di un enorme luna park in costruzione vicino Tel Aviv dove lavoravano, fianco a fianco, operai israeliani e palestinesi. Il film mette a fuoco i comportamenti razzisti dei lavoratori israeliani con un approccio surreale e ironico, quasi da commedia, certamente metaforico. Ma la metafora è nell’idea stessa di costruire Israland – una Disneyland israeliana – ovvero un luogo di divertimento nel bel mezzo della guerra.

SDG – Di follia parla anche Jerusalems. Le syndrome borderline del 1994.
ES – Sì. Il film inizia infatti con un personaggio, uno psichiatra, che spiega cosa è la “sindrome di Gerusalemme”, ovvero quella specifica patologia clinica che vede i pazienti – spesso turisti, pellegrini – proiettarsi nel passato e identificarsi in Gesù Cristo. Insomma, la sindrome del martire. Ho voluto fare un film su una città senza frontiere geografiche, ma dove le frontiere sono tutte mentali. Per questo parlo di “Gerusalemmi” al plurale nel titolo, ma forse il mio film più duro e provocatorio è Izkor. Les esclaves de la memoire (1990), girato in Israele. È un film su come la cultura israeliana trasforma i ragazzi mentalmente, ma anche fisicamente, educandoli – anzi addestrandoli – a essere martiri. Dalla schiavitù in Egitto fino all’olocausto di questo secolo. Ciò che viene inculcata è l’idea di essere vittime, vittime alle quali è concesso dunque di vittimizzare altri individui.

SDG – Pensa che il cinema possa giocare un ruolo concreto nel processo di pace?
ES – Fino a oggi le coproduzioni tra israeliani e palestinesi non sono paritarie. Sono tra soggetti diseguali. Una vera coproduzione implicherebbe troupe miste, con salari eguali e attività tecniche svolte da entrambi i partner, ma questo non avviene quasi mai. La post produzione è tutta quasi sempre a Tel Aviv. E poi gli israeliani possono andare da Ramallah a Tel Aviv, ma non è ancora possibile il contrario.
SDG – A che punto è il dialogo culturale israelo-palestinese?
ES – A livello politico e diplomatico ufficiale vi è un grande lavorio, ma siamo ancora in guerra, specie dal punto di vista culturale. Questo le vere forze progressiste in Israele lo sanno molto bene. In effetti, Israele vuole costruire uno stato americano all’interno del Medio Oriente. Finché non accettiamo e anzi rinneghiamo la nostra cultura, che è una cultura mediorientale, anche se la guerra reale dovesse finire un giorno, resterà la guerra culturale. Il cinema ci offre un esempio concreto. In Israele non ci sono più laboratori cinematografici. Mandiamo a sviluppare i film a Londra. Perché non usiamo i mezzi dell’industria egiziana? Sarebbe meno costoso per noi e costituirebbe un’occasione di dialogo culturale. Vedo che si tende a separare le due società in nome di ciò che viene chiamato pace e progresso, o di una convivenza che è solo di facciata. In Europa invece il tema all’ordine del giorno è il multiculturalismo. Tanti di noi non hanno aspettato Oslo per andare a Gaza o a Ramallah. Oggi mi piacerebbe che i palestinesi sfidassero Israele dicendo: non vogliamo separarci, vogliamo mescolarci a voi.
SDG – Esiste un cinema israeliano indipendente?
ES – Per me il cinema indipendente è quello in cui i capitali sono misti, pubblici e privati. Un cinema esportabile e che tratta problemi che tutto il mondo può comprendere. Ma in Israele tutti i film sono finanziati dallo Stato. La TV è governativa e tutte le commissioni, cinematografiche e televisive, sono di nomina politica. In realtà funziona spesso anche l’autocensura: la società israeliana si basa sul concetto di “fratellanza” che porta a “lavare i panni sporchi in famiglia”. Israele è oggi un paese isolato culturalmente: sempre più lontano dall’Europa e che cerca di imitare gli USA. Ha un “approccio etnico”. In Israele ci sono grandi filmaker, ma spesso non riescono ad allargare le proprie prospettive.
EDS – Eppure il suo ultimo film, Uno specialista, scritto con Rony Brauman, è coprodotto da Israele…
ES – Uno specialista, il film su Adolf Eichmann , è costato tre milioni di dollari, l’aiuto israeliano è stato di centomila dollari. In origine il film doveva essere coprodotto al 50% da Israele e Francia. Ma il responsabile della società israeliana è entrato a far parte dell’establishment governativo. Inoltre il film non ha una impostazione di documentario classico e dietro il film c’ero io, che non ho mai nascosto le mie idee politiche, il mio essere un ebreo dissidente. Di fatto né io né Brauman siamo stati invitati a promuovere il film all’estero. In Israele, è stato distribuito solo nelle cinemateche e nei circoli d’essai.


SDG – C’è la censura in Israele?
ES – Sì, e spesso ne sono vittima i cineasti palestinesi. I film vengono finanziati per accreditare all’estero l’immagine di uno stato democratico, ma non vengono distribuiti. Il fatto è che se il Sudafrica dell’apartheid non si poneva come un paese democratico e dunque non aveva bisogno di provarlo, Israele è un paese dove vige da cinquant’anni l’apartheid, ma che pretende di essere democratico. Per questo deve continuamente dimostrarlo.
SDG – Pensa di tornare in Israele?
ES – Come tutti gi emigrati penso spesso alla possibilità di tronare. Ma non credo che lo farò. Comunque ho da poco deciso, dopo quindici anni, di naturalizzarmi e di chiedere il passaporto francese. Questa storia e questo dilemma che mi hanno accompagnato in questi anni sono la trama del mio nuovo film, tra documentario e fiction, che sto girando come un diario personale, un po’ alla maniera di Nanni Moretti. Il titolo provvisorio è Naturalisation. Un diario repubblicano. Lo giro in super 16 mm e in parte con una telecamera digitale. Il film vuole indagare sull’immaginario di un immigrato, sui conflitti e sulla ricchezza dell’incontro tra le culture. Io amo il metissage.
Nota di redazione
Il presente articolo è stato scritto e pubblicato nel luglio del 2000.



