– Dopo tutto questo tempo ancora con questa storia?
– Sì…
– Ho capito, ma capisci anche tu che dopo un po’ siamo nel regno del vittimismo eh. Non si può mica lamentarsi sempre, anche perché mi sembri abbastanza inserito. Che ti manca scusa?
– Questa “storia” non è finita perché non è mai stata una storia per me. L’idea stessa della storia implica un’inizio e una fine, questa è un racconto continuo e cambia costantemente sfaccettature. Cosa mi manca? Non lo so, è una domanda che a volte mi inquieta, perché il puro fatto che non mi ricordo più cosa mi manca mi fa sentire smarrito. Non mi ricordo gran parte delle cose che mi dovrebbero mancare, quelle cose che dovrebbero essere indispensabili. Sì, mi sono “inserito”, ma questo inserirsi ha un costo. Questo integrarsi significa, nei fatti, che io metto il formaggino nella pastina perché è nostalgico ma non è una mia nostalgia. Io non mi sono integrato, io mi sono occultato.
Confessions, © Andisheh Bagherzadeh. Courtesy l’artista
Trenta riprese frontali, trenata ricordi perduti della vita in Iran […]
– Esagerato! Mi sembra tutto esagerato, mi sembra che tu ti trovi bene qui e se non avessi scelto questo posto non penso che ti saresti trovato meglio là, quindi va bene tutto ma quella pastina con il formaggino, la mangi e mi sembra che ti piaccia pure. La tua non è sofferenza, è vittimismo e lo devi ammettere.
– Non ho mai parlato di sofferenza. No, non soffro, perché ho scelto l’integrazione ma dimmi tu che altra scelta avevo? O ti nascondi tra autoctoni o ti nascondi da loro in piccoli gruppi emarginati. Io vorrei vivere bene, vorrei essere libero e me ne sono andato appositamente. Il mio è uno stato d’animo. Il mio è una continua ricerca di nostalgia, di legame, di concretezza e ogni volta che penso di averla ottenuta mi ritrovo a dover spiegare nuovamente come pronunciare il mio nome, solo per sentirmi chiamare in un altro modo. Ti posso parlare degli sguardi incerti appena oso dire la frase «Il nostro Paese», o le risatine forzate ogni volta che mi viene fatta una battuta sulla mia cucina, ti potrei fare un elenco di esempi. Detto ciò, no, non è sofferenza e non pretendo carità, né pietà da nessuno ma non puoi togliermi anche la possibilità di dire la mia.
– Ma è così importante che tutti riescano a pronunciare il tuo nome? Se qualcuno ti lancia questo sguardo, forse sono loro le persone da evitare, non sono mica tutti così. Poi immagino che le persone si interessino anche alla tua cultura e alle tue origini, non sono tutti dei mostri eh.
– Non fossilizzarti sugli esempi, non è una questione di pronuncia, né tanto il fatto che lo debbano imparare: il mio nome sono io! E io non sono solo la mia cultura. Se tu facessi qualcosa o dicessi qualcosa che è particolare per te, tutti lo riconoscerebbero come un aspetto del tuo carettere. Se lo faccio io diventa culturale: le mie azioni che siano belle, brutte, strane, inacettabili o persino illegali vengono associate subito alle mie origini. Sono costantemente l’ambasciatore o il rappresentante di un Paese e del suo popolo senza averlo mai chiesto. E tutto questo mentre mi allontano dalla mia cultura anno dopo anno, sempre di più. È uno stato di scrutinio costante e soprattutto diventa limitante dal momento che non permette alle persone di conoscermi al di fuori della mia nazionalità.


– Va bene, mettiamo che questa cosa sia reale. E quindi? Pensi che una persona autoctona non viva altre forme di difficoltà? A ognuno il suo e ripeto non sei vittima, quindi ci sta che ogni individuo abbia le sue difficoltà da gestire, mi sembra una conversazione assurda dal momento che non presenti neanche un rimedio. Cosa vuoi che venga fatto? Non possiamo mica camminare sui gusci d’uovo solo perché alcune persone sono più sensibili.
– Perché concedermi di avere queste sensazioni ti crea così tanto disagio? Perché non tollerarmi ti pesa così tanto? Ripeto non sono vittima e non cerco empatia, cerco solo spazio. Perché lasciare che io possa esprimere uno stato d’animo diverso dal tuo, diverso dalla norma deve essere uno sforzo così importante? Alla fine se sono solo io a sentirmi così… cosa ti costa?
– Niente…
– Allora mi concedi uno spazio per potermi esprimere?
– Va bene, esprimiti. Su! Cosa devi dire?
– Non lo so, posso dirti che già mi sento abbastanza in colpa.
– In colpa? Di cosa?
– Mi sento in colpa ogni volta che sbaglio un congiuntivo, mi sento in colpa ogni volta che mi dimentico una parola in Farsi, ogni volta che non capisco un’espressione, ogni volta che qualcuno mi fa una domanda sulla storia iraniana a cui non so rispondere. Mi sento in colpa perché non sono abbastanza di uno né dell’altro, sono sempre un bicchiere mezzo pieno perché l’altra metà in quel contesto non conta. Però la mia volontà di essere partecipe mi spinge ad inventarmi nuove soluzioni, mi camuffo sempre con accenti ed espressioni italianissime che pratico nella mia testa quando le persone non mi vedono. Imparo scioglilingua inutili per iniziare conversazioni e farmi dire qualcosa del tipo “Parli l’italiano meglio di me” per poi rispondere: “Ma no, mi sbaglio sempre”. Non è vero, non mi sbaglio sempre, ma la sensazione di colpa mi spinge a dirlo perché quella persona mi ha dato il suo timbro d’approvazione. Ma perché loro hanno questo potere su di me? Non hanno fatto gli sforzi che ho fatto io per imparare questa lingua, allora perché dovrebbero averne più diritto di me? Solo perché sono nati qui? E proprio qui si apre il discorso che regna su ogni persona straniera in questo Paese: il diritto all’appartenenza. O nasci da una famiglia che vive qui da generazioni, oppure sei su una ruota in corsa, dove ti devi costantemente mettere alla prova per dimostrare la tua italianità acquisita.
Bathe, © Andisheh Bagherzadeh. Courtesy l’artista
Una bandiera è un drappo di stoffa, usata simbolicamente come forma di identificazione […]
– Ma se prima hai detto che non condividi la nostalgia di questo Paese e quindi non ti senti partecipe, come fai a pretendere di diventare parte intengrante senza aver vissuto tutte quelle cose che purtroppo non puoi provare se non vieni da una famiglia italiana con tradizioni italiane? Mi dispiace dirlo ma è una forzatura, per far parte di questa cultura dovresti averla vissuta da qualche generazione. Non è una pillola da prendere, bisogna effettivamente lavorarci per ottenerlo. Se questo significa fare qualche sacrificio allora pace, purtroppo ogni cosa che vale costa qualcosa!
– Allora stabiliscimi il costo. Dimmi tu quanto devo pagare? Cosa devo pagare?
– Beh mi sembra che tu stia pagando: parli abbastanza bene, conosci la cultura e in generale ti sei integrato. Questo è giusto. A mio parere lo stai pagando.
– Allora se questo status è ottenibile pagando attivamente e ininterrottamente, mi stai dicendo che non è qualcosa di acquistabile ma qualcosa di affittabile. Finchè “pago” sono accettato, ma se cominciassi domani a cantare in Farsi per strada perderei il mio “abbonamento” all’integrazione? Il fatto è che parlare di integrazione e non di accettazione è sintomo di una realtà chiusa, che non intende accogliere. O sei come dico io o ti spingo ai margini.



– Cosa ti aspetti! Nessuno ha un tappeto rosso davanti, nessuno ti ha chieso di venire qui e di certo nessuno è obbligato ad accettare il cambiamento che tu porteresti. Ti devi adeguare perché qui funziona così e non c’è niente di male in questo. Non puoi far sentire le persone autoctone in colpa perché loro fanno parte di un sistema dominante.
– Ma nessuno mette in dubbio che il sistema di questa nazione abbia le sue regole e chi entra dovrebbe adeguarsi, e in tutta onestà mi sembra di averlo fatto e di aver dimostrato anche il mio rispetto nei confronti di queste regole. Però appena si parla di diversità scatta la paura del cambiamento, ma di fatto puoi dirmi di quale cambiamento si parla? Secondo te quell’accettazione del mio canto in Farsi fa sì che tu non possa più cantare in italiano? Secondo te accettare la mia cucina proibisce la vendita dei formaggini per la tua pastina? Questo cambiamento col quale non si vuole scendere a compromessi cosa comporta realmente per chi vive questo luogo? Se pensi che il mio mero essere differente è abbastanza per squilibrare e sradicare queste tradizioni millenarie, forse il problema è la l’incertezza che queste non siano in realtà così radicate da sopravvivere a una presenza diversa.
– Non penso proprio, lo sai bene che il cambiamento di cui parlo inizierebbe con le piccole cose e poi, piano piano, queste diventerebbero modifiche sempre più importanti. Qui c’è un modus operandi ed è una cultura ricca che non necessita di cambiamenti che arrivano da altri posti, ma soprattutto se tu sei scappato dal tuo Paese per venire qui, che influenze positive potrai mai portare? Poi, a prescindere, mi sembra che tu in questa società faccia le stesse cose che fanno gli “autoctoni” come dici, quindi non ti è mancata né l’opportunità né lo spazio per dire la tua.
– E lo sai invece perché continuo a dire la mia, perché continuo a raccontare questa “storia”?
– Perché?
– Perché nonostante io possa dire la mia, questa storia non ha senso se poi non viene sentita, se le persone non percepiscono l’importanza che questo racconto possa avere per chi si trova in questo limbo tra due mondi. Poi ti vorrei ribadire un concetto semplice: io, anche ora che scrivo queste parole, sto facendo acrobazie mentali per trovare i termini giusti e la corretta espressione grammaticale. Quando mi è concesso di partecipare agli stessi giochi delle persone di qua, loro partono sempre avvantaggiate, mentre l’aspettativa del risultato è sempre uguale per tutti i partecipanti. In poche parole io partecipo nella stessa gara con gli altri, ma devo farlo con le mani legate e, come se non bastasse, devo pure fingere che non mi pesi, andando avanti con la massima disinvoltura, per evitare poi di sentirmi dire alle spalle che mi hanno concesso di raggiungere una carriera soltanto perché al giorno d’oggi avere associazioni con un nome “esotico” è di tendenza. Poi questo cambiamento che io porterei dal mio Paese che forma avrebbe? Anzi dimmi, cosa ne sanno loro del mio Paese? Se io stesso che ci sono cresciuto faccio fatica a ricordarmi le cose o a rimanere aggiornato, tu come fai a essere così sicuro che non porto nulla di buono? Anzi dimentichiamo tutte queste cose, la mia domanda, forse quella più importante è: in fondo ci credi davvero a queste idee o lo dici perché credi che io venga sempre visto come un avversario da sconfiggere?
Equal Opportunities, © Andisheh Bagherzadeh. Courtesy l’artista
Equal Opportunities è una video-performance che esplora il concetto di uguaglianza
attraverso un gesto semplice ma simbolico: eseguire compiti quotidiani
che normalmente richiederebbero entrambe le mani, utilizzandone una sola […]
– Cosa ti fa pensare che ti vedo come un avversario?
– La tua mancanza di disponibilità nei miei confronti, o forse la testardaggine di rifiutare una mia esistenza soggettiva in favore di una tua idea di oggettività.
– Non lo so, in fondo anch’io non ho tutte le risposte, mi trovo in disaccordo ma non vorrei essere io quello che deve fare il passo, se uno ha sempre vissuto in un modo e poi all’imporvviso è obbligato a fare qualcosa perché gli viene imposto, è la definizione di oppressione o meglio di “Non-Libertà”. Forse sento che il mio diritto di non cambiare viene intaccato da questa tua richiesta di accettazione. In fondo non importa quanto sia leggera la richiesta, rimane il fatto che stai chiedendo di fare qualcosa che prima non si faceva.



– Ma la mia richiesta è proprio l’opposto. Io sto chiedendo di non fare, di non agire negativamente ma di accettare. Tanto sarò io a vivere la mia confusione identitaria e ci penserò da solo a quale forma prenderà il mio percorso. Chiedo solo di lasciar spazio, di tollerare che io non sia l’immagine della tua normalità. Non serve un gesto attivo da parte tua per accettare il mio canto in Farsi, né la mia cucina, né il mio nome o cognome complesso. Possiamo coesistere, io ascolterò il tuo canto in italiano e chi lo sa magari un giorno anche tu sarai interessato ad ascoltare il mio.
– Coesistenza?
– Cominciamo da qui…
– Quindi nessuno fa un passo verso l’altro?
– Per ora rimaniamo qui, ma piuttosto che stare uno difronte all’altro, proviamo a camminare in parallelo?

Andisheh Bagherzadeh (Tehran, 1993) inizia il suo percorso artistico all’età di quindici anni in Iran, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti per ragazzi di Tehran, per poi trasferirsi a Cipro e infine in Italia. Qui si specializza prima in pittura, poi in scultura e nuovi linguaggi espressivi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Durante questi anni partecipa ad esposizioni, workshop, residenze, concorsi, ricevendo premi e pubblicazioni. Attraverso video, fotografie, sculture e disegni l’artista affronta gli effetti della migrazione e di come questa vada a modificare profondamente tutti gli aspetti dell’esistenza. Partendo dal legame con la patria, a quello con la lingua madre, fino a quelli meramente personali e familiari tutto viene consumato dalla distanza, ma anche dall’incontro con l’altro. Attraverso questo shock culturale la corazza della tradizione si disfa con tutto il suo peso e i suoi canoni limitanti, scoprendosi fragile, per poi lasciare spazio ad una nuova identità, un’identità “radicante”, che affonda le proprie radici non nel passato, bensì nel presente e le protende verso il futuro.
Il sito di Andisheh Bagherzadeh



