Nell’attuale clima così sfavorevole a una critica d’arte militante e capace di incidere nel dibattito intellettuale, in cui prosperano al contrario posizioni di comodo che si limitano a gestire un esistente asfittico, prone a un’arte ridotta a nota, a slogan irrigidito o a intrattenimento, giova tornare, a più di vent’anni dalla sua misteriosa sparizione, alla lezione di Giulio Bartolomeo Arganis, che ha formato nei suoi anni di magistero generazioni di osservatori attenti e critici. Perché la critica d’arte non dev’essere, come Arganis ripeteva sempre, una professione o il patrimonio di un circolo, ma quel lievito che, innestato nel tessuto sociale, lo alimenta e lo fa sviluppare. Le sue pagine di critica popolare, contenute in saggi come L’opera operaia o Gallerie e galere, sono ancora oggi ineguagliate, ma purtroppo marginalizzate, nascoste, a volte addirittura messe alla berlina e ridicolizzate, come tutto ciò che non si accorda con le odierne fanfare. Ma queste fanfare, ci insegna ancora Arganis, sono miserabili pifferi quando la critica collettiva si alza e le smaschera. Siamo allora andati a recuperare un testo forse minore della sua vasta opera, in cui tuttavia brilla come sempre il suo acume, la sua curiosità e la sua capacità di analisi. Rileggerlo oggi, al di là dei riferimenti che per qualcuno potranno essere criptici, ci riporta comunque a quei tempi, così ricchi di un coraggio e un’inconscienza selvaggia che oggi forse sono venuti a mancare. Ma che possono ritornare, o almeno questo è il nostro augurio ai lettori. (Ndr)
URBANOVIGILE

La moda degli artisti collettivi e della creazione anonima come gesto sovversivo non è nuova, ma quella che vi presentiamo non è una moda: è una delle operazioni più originali e innovative, e insieme più complesse, che il circuito dell’arte abbia visto da molto tempo. Stiamo parlando di quel singolare e inafferrabile fenomeno che va sotto il nome di URBANOVIGILE. Li avrete senz’altro visti nelle strade delle vostre città, ed è stupefacente sia il loro numero sia la loro incredibile capacità di essere perfettamente sincronici. Uno solo non vi dirà nulla, al massimo vi chiederete: che ci fa quel tipo col buffo vestito in un angolo di strada? E passerete oltre.

Perché questa è la cifra dell’operazione: complessità e invisibilità. Come uno sterminato ipertesto vivente, URBANOVIGILE gira per le strade, per tutte le strade, e sembra farsi i fatti suoi. Ma non è così. A un certo punto alzerà le braccia, suonerà dentro un curioso fischietto, passerà di fronte al traffico impazzito fermandolo con un solo gesto inaudito causando una sospensione, una bolla di non-tempo nel fluire isterico del continuum apparentemente lineare.
Ma soprattutto, lo farà in infiniti punti contemporaneamente.

Complessità: le teorie di Morin, le intuizioni di Maturana e Varela sulla biologia del vivente, le ricerche di Vinograd sulle strutture reticolari, la teoria del caos, tutto messo all’opera nell’istante, nello spazio e nel tempo. Invisibilità: che dire di un’opera che, letteralmente, non può essere vista? Dovreste essere ovunque, ubiqui, per poterla cogliere. C’è tutto l’esoterico insegnamento della post-ermeneutica contemporanea dietro questa apparente semplicità, ma anche un messaggio politico che per paradosso è impossibile non cogliere. E infine: Trasformazione. Lo spazio del movimento umano diventa materiale plastico, una sterminata macchina ambientale che si modula, si piega e si distende dietro i gesti, quasi una danza infinitamente disseminata, di URBANOVIGILE. Esperienza materiale e ascetica al tempo stesso, potenziale di mutazione dal basso, URBANOVIGILE parla ad ognuno di noi. E sembra chiederci, nel silenzio sospeso di una mano sollevata: dove credi di andare?
CAROL WOJTILA
Difficile dire qualcosa che non sia stato detto su uno dei più celebrati e importanti performer del nostro tempo, quel Carol Wojtyla, al secolo Paolo Giovanni Secondo da Teramo, che ha fatto versare fiumi di inchiostro alla critica internazionale e il cui nome riempie milioni di pagine web. Vero navigatore di tutte le correnti dell’arte contemporanea, sembra che nessuna sfumatura della ricerca estetica gli sia rimasta estranea: dalla body art più estrema – la notissima performance Come To Daddy, operata in diretta planetaria nel maggio 1981 al Giant Stadium per l’occasione trasformato in Piazza del Popolo, grazie a un semisconosciuto artista turco da lui assoldato – fino al concettuale e più rarefatto – l’indimenticabile “muggito” di Bratislava del 2003, trenta minuti di suoni gutturali tra la litania mistica sufi e il lamento inarticolato di un moribondo, di fronte a una folla ciclopica ed esterrefatta venuta da tutta Europa. Sovvertitore e fondatore al tempo stesso, dall’influenza vasta e profonda, alle sue opere alcuni attribuiscono eventi epocali come la rovinosa fine del movimento International Communism, che per decenni aveva regnato indisturbato nei musei e nelle gallerie di mezzo mondo (crollo che altri critici attribuiscono però al venir meno della spinta propulsiva di quel movimento). O la presunta rivelazione niente meno che della fine del mondo, in realtà un dirompente lavoro di scavo nella società dell’immagine e nei suoi risvolti più arcani, operato attraverso un progetto pluridecennale dal nome iniziatico di Terzo Segreto di Fatima.
Come chiudere Giovanni Secondo in una definizione? Figura controversa, ha lacerato e diviso le opinioni: chi ne ha fatto un avventuriero del mercato dell’arte, chi un semidio del gesto figurativo, chi ha visto nella sua opera un nuovo inizio e chi ne ha denunciato un radicale arcaismo antimoderno. E nemmeno il gusto dello sfregio sembrava mancare a questo autentico mostro di bravura: che dire della sarcastica “papamobile” fatta costruire dopo il suo auto-organizzato ferimento, beffardo guanto di sfida verso i detrattori che gli attribuivano eccessi splatter? Sta di fatto che nessuno è stato in grado di coniugare in modo così dirompente la rottura estetica con il successo presso le masse degli appassionati, ad onta dei catastrofisti d’ogni risma per i quali arte e massa sono inconciliabili. Artista dell’elefantiasi, le sue performance non furono eventi, ma adunate oceaniche; le sue intuizioni non erano prese di posizione, ma proclamazioni dell’apocalisse. Centro focale di un culto di massa quasi isterico secondo molti, profeta della morte e rinascita dell’arte attraverso la sparizione dell’artista secondo altri, Giovanni Secondo ha fatto di tutta la sua vita un’opera. E di questo la cultura contemporanea non potrà liberarsi tanto facilmente.



DETTO MARCO PANNELLA
Metabolismo come arte: è questo il titolo della retrospettiva permanente che lo Spazio Trans-N-azionale, nella centralissima via Capezzone a Roma, dedica alla vita e all’opera di Giacinto Detto Marco Pannella. E titolo non poteva essere più appropriato per questo artista nativo di Teramo, longevo, misconosciuto e controverso, la cui opera complessa e in molti sensi debordante viene finalmente riscoperta e resa fruibile al grande pubblico, dopo anni di oblio dovuto anche, dobbiamo dirlo, all’ostracismo del mercato dell’arte. Fotografie, testi, registrazioni, materiale video guidano lo spettatore dentro un corpus davvero sterminato: dai primi lavori ancora figurativi in cui Giacinto Detto Marco allenava il suo linguaggio e che gli diedero un’effimera e rimpianta notorietà (Divorzio Italiano, del 1974), alla lunga serie di performance di Invisible Body Art (l’interminabile sequenza di pannelli Solo un cappuccino), in cui il corpo stesso dell’artista viene trasmutato in opera d’arte. Ma tale operazione non avviene attraverso interventi ancora estrinseci ed esteriori, come in molta arte invero superficiale che ha fatto tuttavia la fortuna – e la moda – di quel genere, bensì molto più in profondità, fin nelle pieghe del metabolismo, che viene sospeso e modificato impercettibilmente e infinitamente. Va detto però che, forse, è per il suo lavoro di Visual Poetry, e ancor più per i momenti artistici che vanno sotto il nome di Labirintic Language, ricerca arditissima che continua ancora oggi, che Detto Marco verrà ricordato. Nell’allestimento allo Trans-N-azionale, giganteschi pannelli riportano a caratteri minuti gli sterminati testi delle sue performance, e lunghissime sequenze video testimoniano questa fase della sua opera. È la chiave del suo lavoro attuale: torsione e svuotamento del linguaggio dall’interno, costruzioni asintattiche e spesso asemantiche, uso figurativo e quasi “prensile” della parola, quella tipica logorrea a scatola cinese che è la cifra stilistica delle sue composizioni, spesso improvvisate in piccoli circoli di amatori o in trasmissioni radio semiclandestine e fortunosamente ritrovate e oggi esposte: un virtuosismo istrionico che non è mai fine a se stesso, ma finisce per mostrare, come in un rincorrersi infinito di specchi, il destino di insensatezza della contemporaneità. Si dovrebbe dire molto di più. Andatela a vedere: è una mostra che vi suggeriamo di cuore. (Un consiglio: fate attenzione al banchetto allestito subito prima dell’ingresso, cercheranno di farvi firmare dei fogli per una sedicente nobile causa. La Direzione ha garantito trattarsi di abusivi che nulla hanno a che vedere con la mostra su Detto Marco).




NOTA
I testi qui riprodotti sono tratti dal volume di B.G. Arganis, B.G. Arganois vi spiega l’arte concettuale, © Rowohlt, Stuttgart, 2005. Per gentile concessione.



