Fotografarsi nella “realtà”, ma da turista
Cartoline da Pripyat, Ucraina

Screenshot della sigla iniziale della mini serie televisiva HBO Chernobyl (2019), scritta da Craig Mazin e diretta da Bo Johan Renck

Il 26 aprile scorso si è celebrato il quarantesimo anniversario del disastro di Chernobyl (1986), un territorio ucraino ma che all’epoca apparteneva all’Unione Sovietica. Oggi (8 luglio 2026, a guerra tra Russia e Ucraina ancora pienamente in corso) arriva la notizia dell’ennesimo attacco russo all’Ucraina avvenuto tramite droni, uno dei quali ha colpito un sito vicino all’ex centrale in cui sono depositate scorie di quell’incidente. Questo attacco a distanza così ravvicinata dell’anniversario ha inevitabilmente fatto correre la memoria ai fatti di allora e riacceso la paura che possa esserci il rischio di una nuova contaminazione, prontamente smentita però dalle autorità ucraine e dall’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Quasi come a sottolineare che non è mai il caso a produrre gli eventi, da qualche tempo, nel nostro Paese, si è riacceso il dibattito attorno al nucleare quale forma alternativa di energia che dovrebbe renderci autonomi rispetto a conflitti internazionali che destabilizzano la domanda minando pesantemente le riserve, con tutto ciò che ne consegue a livello economico.
Quello che però ci interessa qui è entrare un po’ più a fondo nell’immaginario che emana, a molti anni di distanza, dai luoghi in cui sono accaduti eventi straordinari come quelli di Chernobyl, nel caso specifico in relazione a la Zona di esclusione di Pripyat, come è stata ribattezzata l’area attorno alla centrale nucleare dopo l’esplosione.

LA “ZONA” NELLA NARRAZIONE TELEVISIVA

 

Trailer ufficiale della mini serie televisiva HBO Chernobyl, 2019
La centrale nucleare di Chernobyl, 1986, nell’ex Unione Sovietica oggi territorio ucraino, fotografata dopo l’esplosione
Stanza di controllo del reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl, a Pripyat

Siamo nel 2019 e quasi a voler confermare che è giunto il momento di sensibilizzare un’opinione pubblica più vasta sul tema dell’ecologia, l’emittente HBO manda in onda una miniserie dal titolo Chernobyl, dedicata all’evento più catastrofico che si possa ricordare nella storia del nucleare civile. A scriverla è Craig Mazin che, sempre nel 2019, vincerà un Emmy proprio per la migliore sceneggiatura per una serie televisiva. La regia è invece affidata allo svedese Bo Johan Renck che è anche musicista e ha girato diversi video musicali tra i quali Lazarus e Blackstar entrambi brani dell’ultimo album pubblicato da David Bowie.
La produzione HBO Europa fa una ricostruzione molto puntuale dell’evento basata su documenti, anche visuali, esattamente riprodotti. In tale ricostruzione viene detto al mondo che non si è trattato semplicemente di un “incidente” ma che vi sono state precise responsabilità del governo sovietico e, cosa ancor più spettacolare da raccontare, che centinaia di migliaia di esseri umani lavorarono affinché il mondo non subisse una ferita mortale, sacrificando la propria vita consapevolmente.
La narrazione si avvale di perfetti cromatismi e di un sapiente uso della fotografia che sottolinea ogni momento ponendolo nella giusta aura immaginativa: ci sono i colori cupi dei sotterranei in cui è rinchiuso il nucleo e la sala di controllo; quelli anacronistici – anni Settanta – dell’epoca sovietica, con una ricostruzione degli ambienti stupefacente; quelli luminosi della vita fino a un attimo prima del disastro che mostrano una tranquilla cittadina di provincia.

Immagini tratte da Chernobyl, 2019, con Stellan Skasgård, Jared Harris e Emily Watson

LA “ZONA” NELLA SUGGESTIONE CINEMATOGRAFICA DI STALKER

Due scene tratte da Stalker, diretto da Andrej Tarkovskij (1979). La prima mostra l’inizio del viaggio in cui lo stalker conduce il professore e lo scrittore verso il luogo denominato “La Zona”. La seconda mostra l’arrivo nella Zona dei tre protagonisti. È il momento in cui la pellicola vira dal bianco e nero al colore indicando un cambio di passo e di condizione.

Chi conosce il cinema di Andrej Tarkovskij sa che la Zona è un particolare luogo di cui il regista russo parla nella pellicola Stalker (1979). Classificato come film di fantascienza, Stalker affronta in realtà il tema della vita e del suo svolgersi in chiave spirituale, tutt’altro di ciò a cui lo spettatore a prima vista assiste: uno scenario da apocalisse post-atomica.
A chi gli chiede cosa simboleggi la Zona Tarkovskij risponde: «La Zona, come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: La Zona è la Zona, la Zona è la vita. Attraversandola l’uomo si spezza o resiste. Se l’uomo resiste dipenderà dal sentimento della propria dignità, dalla capacità di distinguere l’essenziale dal transeunte»1.
Ma in cosa consiste il monito di Tarkovskij quando ci dice che la resistenza dell’uomo dipende dalla sua capacità di “distinguere” l’essenziale dal transeunte? Il regista russo pone in evidenza il percorso dei tre personaggi che è differente per ognuno, ma che l’arrivo nella Zona rende a un tempo tutti muti, in ascolto. La Zona è al tempo stesso “invalicabile” e necessariamente attraversabile e ogni individuo è destinato a procedere da solo con se stesso.

La Zona invalicabile di Pripyat è un luogo che una moltitudine di persone ha accettato di attraversare alla fine di un percorso che in pochissimi giorni le ha rese consapevoli del rischio e del sacrificio cui erano state chiamate. Questo sacrificio nella finzione televisiva appare come necessario, gli uomini sovietici lo affrontano con dignità, non si spezzano, resistono. Essi sono mossi da un forte senso del dovere che mostra un risvolto spirituale – malgrado si possa pensare che siano obbligati a non rifiutare – senza il quale non avrebbero potuto immolarsi. Si tratta di uno dei temi più profondi della rappresentazione televisiva: le ragioni del sacrificio appartengono a un nobile senso di responsabilità nei confronti del pericolo per la popolazione.

LA “ZONA” NELLA REALTÀ CONTEMPORANEA

Da anni ormai ogni giorno assistiamo all’ondata di indignazione sulla condizione climatica della Terra. I capi di stato la pongono come fondamentale punto di discussione nelle agende degli incontri al vertice del potere globale e anche l’uomo comune ormai sa cosa sia il gas serra e attribuisce al cambiamento climatico ciò che accade al mutare delle stagioni. Quanto durerà questa indignazione? Cosa accadrà nel concreto ora che molti più individui sono, o credono di essere, “consapevoli” del problema? In realtà basterebbe osservare la forma visiva con cui le informazioni sono rivolte al pubblico per comprendere quanto essa sia esplicitamente spettacolare, sensazionalistica, volta più a impressionare piuttosto che a informare, così che il suddetto uomo comune possa crogiolarsi nella propria scandalizzata impotenza senza sapere cosa fare se non costernarsi e, nel caso, accettare soluzioni che per anni ha rifiutato.
Ed ecco che, nel cercare in rete immagini della mini serie Chernobyl (le cui inquadrature, bisogna dirlo, sono straordinarie), passando da un link a un altro in una catena infinita di parentesi che si aprono e non si chiudono mai, sono approdata su uno dei social più frequentati al mondo: Instagram. Più precisamente su una serie di account che si riferiscono, nei loro post, a Pripyat: la Zona.

Immagine panoramica di Pripyat (2009). Creative Commons

Pripyat è una cittadina sorta all’inizio degli anni Settanta nelle vicinanze della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, principalmente per dare alloggio al personale in servizio nella centrale stessa. Si data la sua costruzione nel 1970: la sua vita è durata soltanto sedici anni. Ora è un luogo abbandonato in seguito a quell’evacuazione che doveva essere temporanea e che risale a qualche mese dopo l’esplosione del reattore n. 4. Nonostante la pericolosità radioattiva ancora presente sul territorio, Pripyat ha sviluppato in tempi recenti una forma quasi morbosa di turismo curioso di vedere il disastro in prima persona: quello per il quale è stata coniata l’espressione dark tourism. Si organizzano infatti vere e proprie escursioni con tanto di strumenti per la rilevazione delle radiazioni e si parla addirittura di “fan di Cernobyl”.
Una quantità sempre maggiore di questi turisti (si calcola che dopo la messa in onda della docu-fiction HBO le visite siano aumentate del 40%) vi si reca per rendersi conto di come era quel posto in cui, dice la serie televisiva, tranquilli cittadini vivevano la loro vita svolgendo un lavoro “normale”. La maggior parte dei visitatori è di nazionalità russa o comunque appartenente a paesi della ex Unione Sovietica, ma sono molti anche i visitatori europei che ugualmente rischiarono di essere travolti dalla mortifera nube tossica. L’atto del vedere come era, di essere in qualche modo testimone di una storia che ci appartiene e dalla quale discendiamo, sembra spingere spregiudicatamente il viaggiatore oltre il confine del rischio annunciato pur di vedere e testimoniare con un selfie l’esserci stato.

Turisti a Pripyat nella “Zona di esclusione”, sito della centrale nucleare di Chernobyl. (Fonte: Instagram)

Possiamo dire, nel caso di Chernobyl, che questa pratica porti a una valorizzazione della memoria? Può darsi. In realtà è possibile invece che l’immaginario si confonda – o meglio – si sovrapponga al visibile, viene quasi da dire “al reale”, se non sapessimo che ciò che abbiamo di fronte non è più reale in quanto “passato”. Il tempo presente vive in virtù del tempo passato, nulla saremmo senza di esso. Ma quindi, non è il presente una continua riattualizzazione del passato? Quanto, qui, la questione della memoria che come una sorta di archivio da consultare, da tenere vivo affinché il male non abbia più a ripetersi, viene realmente percepita? Il male continua a ripetersi all’infinito e per rendersene conto basta consultare un qualsiasi libro di storia.
Ma per tornare a una dimensione più attuale del problema ecologia-vita-immagine, prendiamo in esame quello che appare come il risultato della amplificazione del visivo.
Attraverso la forma di intrattenimento televisiva del reality la società si è sempre più spinta verso un protagonismo dell’accadere. L’essere “qui e ora” ha assunto, come sempre succede nel corso del tempo, un senso meno assoluto e più addomesticato alle personali esigenze di chi lo usa. Potremmo quindi azzardare che la pratica del selfie, nel momento in cui diviene testimonianza del presente sul passato, sia l’ultima frontiera del motto latino hic et nunc.

Immagini di turisti in visita a Chernobyl ritratti in posa davanti o all’interno dei “resti” della città di Pripyat, nella “Zona di esclusione” (Fonte: Instagram)

Proveremo ad affermare che fotografarsi all’interno di un sito che reca ancora i segni della morte invisibile appare come una irrinunciabile condizione esistenziale. Esserci “qui e ora” non è soltanto una testimonianza dell’essere presente in un momento storico passato, bensì diventa essere nella Storia, nel Tempo, trovando una identità propria che annulla la paura, sfidando la presenza di un’epoca precedente con un semplice scatto fotografico. A tale proposito è emblematico constatare come la quasi totalità delle immagini che si trovano in rete sui luoghi attorno a Chernobyl, mostrino individui che in qualche modo dominano la scena, come calatisi di forza dentro qualcosa che invece li ha “espulsi”. Così, attraverso dispositivi digitali, l’uomo torna a riconquistare il luogo perduto e a confermare una volta di più il suo dominio.

Immagini di turisti in visita a Chernobyl ritratti in posa davanti o all’interno dei “resti” della città di Pripyat, nella “Zona di esclusione”. (Fonte: Instagram)

Il filosofo coreano Byung-Chul Han, nel suo testo Nello sciame introduce il tema della visone nell’era del digitale attraverso la narrazione del significato di rispetto. «Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto»2. Ciò riguarda anche i luoghi e non soltanto l’essere umano. La nostra società invece confonde ormai il voyerismo spettacolare con la sensibilizzazione, viceversa il rispetto (respectare) implica una distanza, anche emotiva, dall’evento.
Dunque come possiamo definire questi scatti che mostrano l’esserci quando non ci si è stati “realmente” e sentirsi invece protagonisti? Ancora una volta viene da pensare a una sorta di mercificazione dell’evento che avviene in una forma sempre più sottile e subdola poiché l’individuo in qualche modo, si è evoluto proprio grazie alla marea delle informazioni visuali imposta dall’immediatezza dei social e della tecnologia digitale, ma allo stesso tempo si è reso succube del mezzo trasformandosi in merce attraverso l’esibizione di se stesso. Avviene sempre più ciò che Pier Paolo Pasolini denunciava negli anni Settanta: il continuo perseguire lo sviluppo senza un effettivo progresso che deve manifestarsi sì nei costumi, ma anche albergare nella mente. Proprio la pratica sempre più frequente del mostrare immagini spettacolari ci ha posti nella irreversibile condizione di non poter più verificare la reale portata di un evento o la veridicità storica di un luogo e allora quale altra possibilità si ha se non quella di mostrarsi all’interno dell’evento o del luogo stesso perché ciò che osserviamo diventi veramente vero?
Eppure il selfie non è un’azione di protagonismo individuale, come molti credono, piuttosto emargina l’individuo spingendolo in una condizione collettiva anonima, priva di personalità. Analizzando alcune di queste fotografie risulterà infatti subito evidente che ognuno espone se stesso in una modalità comune a molti, tutti omologati a un’idea di visivo divenuto irreale all’interno di una condizione anch’essa irreale in quanto esistita e non presente. Il risultato si potrebbe definire una sorta di collage.

Immagini di turisti in visita a Chernobyl ritratti in posa davanti o all’interno dei “resti” della città di Pripyat, nella “Zona di esclusione”. (Fonte: Instagram)

I volti dei visitatori che si ritraggono nella “Zona di esclusione” che delimita il territorio dell’incidente di Chernobyl sono per lo più quelli di giovani che all’epoca non erano ancora nati o erano molto piccoli, dunque persone che non conoscono la storia che lì si è consumata. La loro è una curiosità “televisiva”. Le loro espressioni sono quelle di chi visita un luogo intrigante del quale i media hanno parlato molto, quasi un parco divertimenti o il set di una nuova fiction, con l’aggiunta di una giusta dose di “pericolo” data dalle radiazioni ancora presenti. Ed ecco che torna l’idea di un contesto scenografico – da film di fantascienza appunto – dove il contatto con la realtà viaggia su un piano fuori della realtà.
Alla fine viene da chiedersi: Pripyat e Chernobyl sono luoghi reali? La Zona di esclusione è un luogo in cui si può apprendere, dopo averla attraversata, la distinzione tra l’essenziale e il transeunte? E cosa rivela la natura selvaggia tornata a riappropriarsi di ciò che le è stato tolto?
Il mistero che circonda queste domande è forse più grande del pensiero umano, non si può fare altro che affidarsi a esso e coltivare la propria dignità (come sottolinea Tarkovskij) provando a non spezzarsi.

NOTE
1 Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, nuova edizione rivista e corretta, a cura di Andrej A. Tarkovskij, trad. it. di Vittorio Nadai, p. 183, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015, Firenze.
2 Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, trad. it. di Federica Buongiorno, p. 11, Edizioni Nottetempo, 2015, Roma