Sátántangó o della speranza che è più della vita

Frame tratto da Sátántangó, diretto da Béla Tarr, 1994

«Il tango è un pensiero triste che si balla»
Enrique Santos Discépolo

Se, ontologicamente, la disperazione dell’essere-per-la-morte heideggeriano ci abita e ci fonda in attesa dell’Evento, dell’Occasione o della Teofania, il primo romanzo di László Krasznahorkai, Sátántangó (1985), autore quest’anno insignito del premio Nobel per la letteratura1 e reso celeberrimo da Béla Tarr con l’omonimo film (1994), rappresenta quella ferita d’esistenza dalla quale fluisce inesorabile la speranza della possibilità data dalla morte di Dio e dall’indifferenza del nulla eterno che, alla maniera del Sisifo di Camus2, ci accorda, se meditata, la scelta di un dolce naufragio nell’amor fati nietzschiano, fondato sull’angoscia del vivere autentico.
Sátántangó, com’è noto, è l’opera clap de fin dell’illusione della collettivizzazione dello spazio sociale e di produzione, di stampo socialista, qui rappresentata dal fallimento dell’esperienza del kolchoz di un villaggio ungherese. Tutto quello che rimane dell’utopia sovietica sono degli animali da vendere per stringere in mano quanto basta per immaginare il domani, una pioggia battente, fango, vento, bocche avide della pálinka3 che scorre nelle kocsma4, musiche decadenti, procaci forme di donne lascive lasciate allo sguardo lubrìco della collettività, prostitute sorelle e un ossessivo osservare l’altro per ri-fondare il proprio esistere. Invano.

Frame tratto da Sátántangó, diretto da Béla Tarr, 1994
In the Dance House, 1967, © Péter Korniss Fotografo ungherese nato a Cluj-Napoca nel 1937, il suo lavoro documentaristico si è particolarmente concentrato sulla scomparsa della vita contadina in Transilvania e Ungheria
Nella taverna (A kocsmában), litografia di Heinrich Zille, 1913.
Illustratore, fotografo e litografo tedesco (Radeburg,1858 – Berlino 1929)

Ma, tuttavia, in Krasznahorkai, come Emile Cioran e Giacomo Leopardi insegnano, anche se tutto è nulla, la speranza rimane più della vita e la trascendenza potrebbe essere l’ultimo rifugio dell’Io, anche se sotto forma di religione, in Sátántangó, più liturgica che spirituale5, o come aspettativa illusoria data dal ritorno inaspettato del divino, temuto e atteso allo stesso tempo. Quest’ultima idea si ritrova anche nel film ceco Drak sa vracia di Eduard Grečner (1967) con cui Sátántangó presenta notevoli e interessanti affinità.
Nel romanzo di Krasznahorkai, il divino assume le vesti del messia Irimiás, enigmatico e ambiguo, che rappresenta per questa comunità/gregge l’ultima speranza di redenzione e che per molti tratti è assimilabile al profeta ortodosso in Dostoevskij, lo starec, a metà strada tra il saggio e il folle di Dio, quel jurodivyj, di cui il Medioevo italiano fornisce una delle figure più rappresentative: Jacopone da Todi, diretta filiazione del follus dei di Paolo di Tarso.

Frame tratti da Sátántangó, diretto da Béla Tarr, 1994

Ma, in questo caso, anche la mistica si rivela illusoria. Irimiás altri non è che un oscuro personaggio, un burocrate kafkiano, inviato da un ordine superiore, ibrido tra il kosmos e l’ananke della filosofia greca, per illudere – svelare? – tramite la promessa di un luogo/non luogo dove finalmente i dannati della terra potranno creare una nuova azienda modello, un’isola dove l’assoggettamento cessa di esistere. Utopia che ricorda il celebre Castello di Kafka6, metafora della speranza di una rifondazione dell’Io che nella sua irraggiungibilità rivela il vano proprio dell’uomo e il non senso del volersi strutturare dell’essere come essere-in-e-per-sé, ma anche essere-per-gli-altri. I disperati dell’esistenza saranno illusi, umiliati e, definitivamente, dispersi biblicamente nel mondo in attesa di eventuali ordini a venire da parte di una imperscrutabile divinità. Centrale, come posizione nell’impaginazione del libro e per gli eventi, è il momento in cui Irimiás assume in toto le vesti del messia7: quando la comunità è sconvolta dall’assurdo. Estike, bambina che incarnava l’ingenua, ma necessaria, speranza si è data la morte dopo aver torturato il suo gatto. Questa tanatofania, apparizione dell’irrazionale, sarà resa immortale dal piano sequenza di Béla Tarr che il filosofo Jacques Rancière fa dialogare col parricidio e il suicidio di Edmund, in Germania anno zero di Roberto Rossellini8 e che noi possiamo, a nostra volta, accostare al suicidio dei gemelli Lucas/Klaus della trilogia La Città di K. (La terza menzogna) dell’Analfabeta e ungherese Agota Kristoff. Se la vita di un bambino, Estike/Edmund/Lucas/Klaus, è impossibile perché la violenza del vivere e l’assurdo sono l’essenza della vita stessa, l’inganno – addirittura in Sátántangó operato dal fratello di Estike per sottrarle denaro – diventa quella condanna irrevocabile [che] si sta lentamente compiendo. Ma nel momento estremo, dove il mistico, Irimiás, dovrebbe invocare la riconciliazione dell’essere con l’idea di futuro, sferzando e ridando fiducia ai peccatori:

Allora perché non avete il coraggio di fare qualcosa?

E ora non siamo più confusi, perché ora capiamo che la morte di Estike è stata una punizione e un avvertimento, un sacrificio per noi, un sacrificio per il vostro futuro più giusto

la Promessa della palingenesi necessaria per l’uomo basito dall’apparizione della morte come assurdo, idea centrale nel pensiero di Camus9, diventa occasione per la truffa finale, per prendere, oltre la dannazione dell’anima, anche quei pochi soldi che restano ai disperati perché

si tratta di soldi […] perché senza un soldo, capirete, la questione è morta.

Il suicidio, da elemento strutturante del senso della vita, come in Cioran, diventa quindi occasione di ultima perversione della trascendenza per fini burocratici, umani, materiali, per offendere, ancora una volta, per distruggere, per condannare all’erranza definitiva quell’Io nell’attesa del Vero, nell’attesa di una teleologia della Storia, dove quest’ultima, in Krasznahorkai, sempre sulla scia del pensiero di Cioran10, non è mai positiva, ma perennemente corrotta dal peccato originale dell’essere che è, e permane, gettato-nel-mondo. Essere, la cui unica possibilità di salvezza rimane la consapevolezza del beckettiano: Rien à faire11.

Village SchoolGirls, 1973, © Péter Korniss
Frame tratto da Sátántangó,
diretto da Béla Tarr, 1994

La vita è un Tango di Satana, corroso, corruttore, immorale, eterno. E il cerchio con cui si chiude il romanzo12, con l’eterno ritorno dell’uguale, è metafora del dover, ancora una volta, ricominciare la propria pena, come Sisifo.
Malgrado l’illusione data dall’iniziale suono di miracolose campane13, appiglio di lontana salvezza, che si rivela, alla fine, frutto dell’azione di un folle che grida: Arrivano i turchi!
Malgrado l’errore imperdonabile [di aver] confuso il Rintocco Sonoro dei Cieli con una campanella dei morti [di] uno sporco vagabondo.
Ma il Tango di Satana è anche speranza [che] è più della vita. È l’essenza della vita14 che porta l’uomo, malgrado il suo peso ontologico insostenibile, a sussurrarsi di nuovo e ancora:

Mi devo decidere/Non posso restare qui/perché […] sembrava che a quel punto potesse davvero succedere qualsiasi cosa.

E qualcosa succede sempre, in questa eterna
danza che è la nostra
Esistenza.

Sátántangó, diretto da Béla Tarr trailer ufficiale, 1994

 

 

NOTE
1 «For his compelling and visionary oeuvre that, in the midst of apocalyptic terror, reaffirms the power of art». Estratto dalla motivazione di Premio Nobel.
2 Albert Camus, Le Mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde, Paris, Gallimard, coll. «Folio Essais», 1985.
3 La pálinka è un distillato tradizionale presente in Ungheria, Romania e Serbia.
4 In Ungheria, luogo principalmente destinato al consumo – e abuso – d’alcool.
5 Interessante, a riguardo, il pensiero di Carmelo Bene sulla differenza tra cattolicesimo e cristianesimo.
6 Evocativa la citazione di Kafka in esergo al romanzo: «Allora preferisco non incontrarlo attendendo qui».
7 Esplicitamente suggerito dal titolo del capitolo: Irimiás tiene un discorso.
8 Jacques Rancière, Béla Tarr. Il tempo del dopo, Milano, Edizioni Bietti, 2022.
9 «Il n’y a qu’un problème philosophique vraiment sérieux: c’est le suicide. Juger que la vie vaut ou ne vaut pas la peine d’être vécue, c’est répondre à la question fondamentale de la philosophie». Albert Camus, Le Mythe de Sisyphe, cit.
10 «La storia ha qualcosa di inevitabile, demoniaco», Emil Cioran, La speranza è più della vita. Intervista con Paul Assall, a cura di Antonio Di Gennaro, tr. it. di Stefania Achella, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2020.
11 Samuel Beckett, En attendant Godot, Paris, Les Éditions de Minuit, 1952.
12 Il cerchio si chiude, titolo dell’ultimo capitolo del romanzo.
13 «Futaki venne svegliato dai rintocchi di una campana».
14 E. Cioran, La speranza è più della vita. Intervista con Paul Assall, cit.