La mattina scrivo

La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, 2025, foto © Christine Tamalet

Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo,
e il successo non garantisce la ricchezza

I registi francesi (nel caso, donna) amano il loro cinema più di quanto lo facciano, a volte, gli italiani. Donzelli ama soprattutto Truffaut e Sautet, al punto di citarli a più riprese, per una volta, il termine è appropriato, in modo scoperto (le persone che camminano sul marciapiede, osservate dalle finestre di un ufficio situato sotto il livello della strada, come Truffaut in Finalmente domenica!, che a sua volta era un’autocitazione) o in modo sottile (i dialoghi impeccabili di cui Sautet era maestro, vedi Un cuore in inverno). Aggiungete un attore in gran forma, Bastien Bouillon (dopo i Canet, Duris, Magimel, che sono ormai sulla cinquantina, anche la generazione successiva – Garrel, Niney, lo stesso Bouillon – non mostra segni di stanchezza. Beati i francesi che non debbono barcamenarsi tra un Favino e un Accorsi, un Germano quando va bene), e ne viene fuori un’illuminante storia di resistenza e resa.

La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, 2025, foto © Christine Tamalet

Lo spunto narrativo è elementare: fotografo quarantenne lascia una profittevole carriera per dedicarsi alla sua vera vocazione, la scrittura, consegnandosi alle incongruenze della gig economy e passando da un certo benessere alla soglia della povertà. Su questo minimo canovaccio, Donzelli costruisce una parabola contemporanea riuscendo a mantenerne gli elementi in un delicato e miracoloso equilibrio. A partire da ciò che omette (di lui non viene detto granché, nemmeno si capisce bene perché abbia deciso di smettere una professione che, parole sue, gli fruttava «dai 3.000 agli 8.000 euro al mese» e di foto sue non se ne vede nemmeno una), la regista ha ben chiari quali sono i contenuti su cui vuole che concentriamo la nostra attenzione, sia quelli che riguardano il percorso individuale del protagonista che quelli che toccano temi di carattere più generale, sociologico. Su questi ultimi aspetti, e su come il mondo del lavoro sia sempre più caratterizzato dalla precarietà, dall’instabilità, dall’incertezza, il giudizio è spietato. Un sistema costruito sui famigerati algoritmi non necessita più di meccanismi di controllo o di gerarchie prestabilite, basato com’è sull’autoregolazione tra domanda e offerta, essendo la flessibilità un prerequisito che allinea democraticamente sia il datore di lavoro che il prestatore d’opera. Quest’ultimo diventa “carne venduta”, non molto diverso dal cervo che il protagonista investe con l’auto e che diventa cibo.

La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, 2025, foto © Christine Tamalet

Circondato dall’incomprensione di chi non si capacità di come si possa abbandonare una professione prestigiosa e remunerativa per inseguire un sogno, il protagonista si accorge ben presto che questa sua scelta ha conseguenze inattese e imprevedibili come per esempio al perdita dello “status” sociale, del prestigio e del riconoscimento, e lo scoprirsi non del tutto adatto e poco allenato a usare il proprio corpo, fatto di mani, braccia e muscoli, quando per una vita ci si è dedicati ad allenare soprattutto, se non solo, la mente. Interessante, da questo punto di vista, la riflessione sugli attrezzi che il nostro scopre quasi con meraviglia (come quando si trova a dover tagliare un prato con un paio di forbici), e che gli fanno capire come in ogni utensile costruito dall’uomo sia iscritta una sapienza millenaria.
Un altro punto di forza del film è costituito dall’aspetto fisico del protagonista, in cui il taglio di capelli ascetico, l’occhialino da intellettuale e il suo stesso volto, rimandano a un’idea di vita monacale, come di chi ha gli affetti lontani, e non possono che far venire alla mente un incrocio tra Brecht e Bonhoeffer (sempre a proposito di “resistenza e resa”).

La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, 2025, foto © Christine Tamalet

Il finale, con la presentazione del libro che il nostro eroe finalmente è riuscito a scrivere (e che si chiama come il film, almeno nell’originale) e con l’immancabile, famigerato, “firmacopie”, è solo apparentemente consolatorio. Il suo è un equilibrio destinato a essere messo continuamente in discussione, come di chi è “sceso agli inferi” e ne è risalito, ma averne acquisito la consapevolezza è comunque un buon risultato. La Donzelli, che per sé ritaglia la parte della moglie del protagonista trasferitasi con i figli in Canada, si conferma autrice intelligente e capace di uno stile di regia che fa della limpidezza il suo punto di forza.

La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, immagine © 2025 Pitchipoï Productions – France 2 cinéma

Alla base del film c’è un libro, À pied d’œuvre di Franck Courtès che i distributori italiani hanno modificato (forse perché la traduzione letterale, che sarebbe semplicemente “al lavoro”, non era abbastanza accattivante?) ma è bello pensare che tra la regista e il sempre bravo Gilles Marchand, sceneggiatore navigato e sensibile, si sia creata una proficua complicità e certi dialoghi di folgorante icasticità ce lo confermano. La frase sul rapporto illusorio tra povertà e semplicità (il falso ideale di chi vorrebbe vivere una vita “povera e semplice”; la povertà complica la vita, altro che semplificarla), per esempio, vale da sola il prezzo del biglietto.

Trailer ufficiale La mattina scrivo, regia di Valérie Donzelli, 2025

IL FILM

À pied d’œuvre (La mattina scrivo)
di Valérie Donzelli. Soggetto: tratto dal libro À pied d’œuvre di F. Courtés. Sceneggiatura: V. Donzelli, G. Marchand. Interpreti: B. Bouillon, V. Donzelli, V. Ledoyen. Origine: Francia, 2025 – durata 92’.
Paul ha quarant’anni e ha lasciato il suo lavoro per inseguire la vocazione di scrittore. Quando i risparmi finiscono, è costretto a iscriversi a una piattaforma di lavori occasionali, passando le giornate a svuotare cantine e falciare erba per pochi euro. Mentre lotta per trovare il tempo e la forza di scrivere, si scontra con i pregiudizi della società e della sua famiglia, che vede la sua scelta come un fallimento. Ma, tra sacrifici e rinunce, Paul riuscirà a trovare l’ispirazione e a scoprire il valore del proprio tempo.