In origine è stato un carteggio. Capitolo 4

Francesca Loprieno | Giovanna Gammarota, Tutte Quelle Cose, 2021, courtesy le artiste e Red Lab Gallery

 

In questo quarto e ultimo capitolo di IN ORIGINE È STATO UN CARTEGGIO, la corrispondenza tra Giovanna Gammarota e Francesca Loprieno sul “fare arte” diventa più intima pur rimanendo evidente la “forza” collettiva di quanto detto: Tutte quelle cose (titolo dell’opera comune finale) lascia intendere come, se messe l’una accanto all’altra, queste ci permettono di capire chi siamo, come vogliamo essere, come vogliamo vivere in relazione all’arte, come vogliamo farla e come vogliamo fruirla. C’è bisogno di uno scavo profondo per arrivare a saperlo e forse non è ancora sufficiente. Lo spessore della superficie che ci blocca cresce sempre più, gli individui – artisti, critici, semplici spettatori – continuano ad accumulare ipotesi di senso senza che questo interagisca più di tanto con se stessi, rimanendo in uno spazio effimero, in cui ci si gioca la propria “visibilità” che ormai dura pochi secondi, il tempo di una storia su Instagram. Questo scambio alla pari, questa voglia di mettersi a nudo, di interrogarsi appare invece come uno sforzo di dialogo costruttivo, inconcepibile ai più. Siamo infatti convinti che questa sia l’unica strada percorribile per giungere alla vera consistenza del senso dell’arte.

Questo carteggio che vi abbiamo offerto, per volontà delle autrici, è stato messo a disposizione di voi lettori in occasione del quinto anniversario della nostra fondazione. Ci piace pensare che all’interno di questi scritti ciascuno trovi anche un solo particolare che lo faccia riflettere, che possa accendere la fiamma del dubbio.

Tutte Quelle Cose – Cultura visiva contemporanea nasce in questo giorno cinque anni orsono. L’augurio è di continuare con perseveranza e impegno per molto ancora. Buon compleanno a tutti noi!

NEL CERCHIO DEL TEMPO

Giovanna Gammarota

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Riparto da questa immagine che hai associato alla tua lista DELL’ESSERE. Lo faccio perché la tua ultima riflessione mi ha fatto ricercare un testo inedito che scrissi tre anni fa nel quale mi cimentai in una serie di meditazioni sulla forma del tempo e su quanto questa incidesse sul mio lavoro fotografico e in particolar modo su Mio padre, proprio il lavoro che tu citi.
Rileggendolo mi sono resa conto che forse può rispondere alla domanda che mi poni. Te lo propongo così come l’ho scrissi allora, perché lo trovo assolutamente pertinente.

«A volte è possibile osservare il passare del tempo, lo svolgersi degli eventi legati ad esso. La nostra vita scorre e nel suo scorrere modifica le cose. Si tratta di un processo infinito che non è possibile arrestare. Gli eventi si susseguono dandole forma. Il quotidiano a volte ci appare troppo banale, altre invece molto profondo. Spesso non lo capiamo perché non ci fermiamo ad ascoltare e dunque non ci rendiamo conto del cambiamento fino a quando esso non agisce per conto proprio, ed è solo allora che scopriamo quanto siamo diventati diversi. Cerchiamo di capire la fonte di questa diversità ma non siamo in grado di ricostruire il processo: è talmente minuscolo da non essere percettibile se non attraverso una pratica di ascolto meditativa che però ci è sconosciuta. Qualche tempo fa ho intrapreso una curiosa discussione con una persona riguardo la frenesia della città in cui vivo: Milano. Questa persona sosteneva che non avrebbe mai potuto abitare in un luogo così movimentata. I motivi addotti erano essenzialmente la certezza del proprio luogo di appartenenza e la supposta impossibilità a vivere in un posto troppo veloce e caotico. Un’altra persona di mia conoscenza sostiene che Milano sia poco accogliente, refrattaria alla solidarietà e che le persone “giuste” siano troppo nascoste, talmente disabituate alla vita collettiva che occorrerebbero anni di riabilitazione per ricondurle a una normale vita comunitaria. Ebbene può anche essere tutto vero, ma alla fine cosa conta veramente? Non è il luogo a fare la differenza ma chi lo abita. Non ha importanza dove viviamo. La qualità della vita, che per alcuni sembra essere fortemente legata ad un posto piuttosto che un altro, in realtà è generata esclusivamente dal nostro modo di viverla. Il luogo assume significato di conseguenza.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Sappiamo che l’uomo è un animale in grado di ambientarsi a qualsiasi latitudine e in qualsiasi condizione. Questo suggerisce esattamente l’idea che il luogo non è fondamentale, e in effetti l’uomo è l’essere più errante tra le specie viventi, l’essere che più di ogni altro emigra alla ricerca di condizioni esistenziali più favorevoli dettate non solo dall’esigenza di trovare cibo, sostentamento fisico, piuttosto dalla necessità di trovare un posto dove depositarsi in una sorta di anelato riposo. Un riposo mai vicino, sempre sfuggente.
Dunque se ci fermiamo a pensare scopriamo che esiste un “luogo di origine”, un posto dove tutto è noto e tutto ritorna (come l’heimat tedesco). Un posto dove ci appare naturale vivere ma che al tempo stesso è solo un’illusione. Quel posto ci appartiene in quanto lì risiedono i nostri punti di riferimento: la casa in cui siamo nati, le persone della nostra famiglia, i luoghi delle prime esperienze collettive come la scuola.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

In effetti, se ci si pensa, la vita di ognuno è spesso visitata da memorie di questo genere. Ognuno indistintamente ne possiede e ad ognuno ricordare provoca effetti diversi come affetto, piacere o malessere, insofferenza. Quindi il luogo di origine è presente in ciascuno di noi con prepotenza. Ne consegue che a seconda della propria esperienza, ogni individuo desideri rimanervi, ritornarvi o allontanarsi da esso. In ogni caso questo luogo farà sempre parte del nostro vissuto e lo incontreremo di nuovo a ogni latitudine perché rappresenta una sorta di marchio indelebile, necessario a catalogare l’umanità. Un punto di partenza certo.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Allora quale relazione possiamo stabilire tra tempo/cambiamento e luogo in cui si vive? Tutto dipende semplicemente dal proprio modo di porsi, dalle persone con le quali si entra in relazione, dagli eventi che intervengono con discreta casualità ma in grado tuttavia di radicarsi in noi grazie alla nostra capacità, o al nostro livello di sensibilità, nel coglierli. Possiamo rimanere tutta la vita nello stesso luogo o allontanarci da esso di pochissimo e vivere ugualmente un’esistenza molto intensa e appagante. Viceversa può accadere che qualcuno lasci il proprio luogo di origine per trasferirsi molto lontano ricostruendosi da un’altra parte.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Dove porta tutto questo? Cerchiamo ogni giorno di dare a tutti i costi un significato alla nostra esistenza, come se avessimo una missione, come se la nostra vita non potesse invece scorrere naturalmente. Questo ragionamento mi conduce a cercare di capire l’ultimo lavoro fotografico che ho realizzato e, proprio a dimostrare che il senso è sempre presente, l’approdo di tutto questo discorso sembra essere il tipo di fotografia che sto praticando in questa fase della mia vita.

Provo a spiegare cosa è successo. Ho immaginato che il tempo si manifesti in forma circolare: si parte da un determinato punto – forse anche un luogo – si percorre un certo cammino per poi essere ricondotti nello stesso punto da cui si è partiti. È un cerchio che si chiude ma non si tratta di una vera chiusura, perché subito si genera un nuovo punto di partenza. Come se ricominciassimo d’accapo senza ricominciare veramente. Siamo abituati a raffigurare il tempo come una linea orizzontale che scorre momento dopo momento. Immagino invece che il tempo si manifesti attraverso una serie di cerchi e che solo dopo che ciascun cerchio si è chiuso si possa procedere con quello successivo. La rappresentazione del tempo come una linea retta è legata esclusivamente allo svolgersi naturale dell’esistenza: si nasce, si vive, si muore.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Dunque il tempo non può che scorrere in linea retta. Tuttavia tale processo può parimenti assomigliare a un circolo. Un anello. Sono convinta che ciascuno di noi, se osserva attentamente la propria esistenza, può accorgersi che essa è costituita da una serie di anelli. Tutti partono da un determinato punto, e l’evoluzione della nostra vita deriva unicamente dalla chiusura di quell’anello il quale poi ne genera un altro. L’anello può essere costituito da una quantità di tempo X non identificabile a priori perché non concepibile linearmente. Una linea retta può essere scomposta in vari segmenti più o meno lunghi e questa logica è quella più utilizzata per rappresentare lo scorrere del tempo. Un anello, un cerchio, per quanto grande o piccolo possa essere, non possiede un inizio e una fine, non ha un punto di partenza e uno di arrivo. Si tratta di un’entità perfetta che vive nello spazio. Un microcosmo che associato ad altri, forma una catena, come le cellule che si uniscono nel ventre materno per dare la vita.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

Così ora il tempo prende forma nella mia mente: una serie di cellule che si uniscono tra loro e quando tutte si sono addensate il corpo è pronto a nascere (o a morire). Paradossalmente tale nascita può anche rappresentare la fine dell’esistenza terrena, il corpo neonato che si appresta a venire al mondo in realtà è pronto a vivere un altro tipo di vita.
Accettare questo percorso equivale a permettere che i cerchi si coagulino lasciando che si uniscano. Ogni cerchio diventa quindi uno spazio di tempo vissuto indispensabile a proseguire, ma anche a mantenere il contatto con ciò che è stato.
Quando il lavoro su mio padre ha cominciato a prendere forma non avevo assolutamente idea di cosa avrei fatto né di quanto tempo – nella sua concezione usuale – avrei impiegato per realizzarlo. L’unico spunto era rappresentato dal luogo in cui ho vissuto una buona parte della mia vita, quello in cui vive ancora la mia famiglia. Una domenica mattina ho cominciato a camminare, senza una meta precisa. I miei passi mi hanno condotta naturalmente nel luogo in cui egli è sepolto. I cerchi della sua vita si sono uniti e riprodotti dando forma a quell’entità che dieci anni fa è nata per passare a una diversa forma di vita. Casualmente (o forse no) per percepire tale trasformazione ho impiegato un lasso di tempo (sempre nella sua concezione tradizionale) pari a dieci anni. Solo dopo aver fotografato il territorio che circonda il luogo fisico dove è sepolto ho capito che uno dei miei cerchi si era chiuso, e che ne era cominciato uno nuovo.

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

All’interno di queste fotografie non vi sono ricordi tangibili di lui, né della casa dove ha vissuto o degli oggetti che gli sono appartenuti. La sua essenza è passata a “nutrire il luogo”: esso è pervaso della sua essenza come la mia esistenza è ora pervasa da questo luogo. Queste immagini si sono manifestate a me in maniera autonoma chiedendomi di entrare al loro interno. Mi sono sentita come in un abisso, richiamata da affascinanti voci di sirene che mi attiravano sempre più verso il fondo. Improvvisamente il luogo è trasfigurato, è diventato altro, il tempo si è sospeso e ho percepito, proprio lì, la presenza di tutte le cose. Appartenevo a esso, ero mescolata ai rami di quegli alberi, all’erba di quel prato, all’aria tutta intorno. Il luogo non era più connotato, non esisteva più il posto della sepoltura, le spoglie di mio padre sotto quella terra, la casa di mia madre poco distante. Esisteva solo quella connessione totale tra il mio essere e quel luogo, come se un’energia molto forte mi radicasse in esso.
Il tempo tradizionale mi ha d’un tratto risvegliata da quello stato di trance. Con un passo fisico verso la strada sono uscita. Il mio cerchio si è chiuso e il momento di tale chiusura è stato sublime. È accaduto in “sospensione di tempo”.
Il luogo che era stato vissuto con infinito dolore dieci anni prima, ora veniva vissuto con infinito amore. Potrei raccontare tutto ciò che in questo cerchio di tempo è accaduto nella mia vita ma non ha importanza, ciò che davvero importa è questo attimo di sospensione nel quale tutto si è compiuto dando origine a un nuovo cerchio.
Nonostante mi senta pervasa di una maggiore consapevolezza, noto uno strano senso di smarrimento. Ma forse è normale quando qualcosa si chiude e qualcos’altro comincia.»

Milano, 20 maggio 2012

© Francesca Loprieno, courtesy l’artista

 

Ecco, quella che ho qui raccontato può essere a buon credito definita l’esperienza di una “visione” che ha generato delle fotografie dando loro un senso che, all’apparenza, non è forse percepibile ma che mette l’uomo in comunicazione con qualcosa che è oltre la visione tradizionale, oltre la semplice registrazione di ciò che si ha di fronte.
Allora ti chiedo: ha senso ricercare il senso?

IL SENSO (FORSE) REMOTO DELLE COSE

Francesca Loprieno

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

«[…] Le carte geografiche sono astratte e nello stesso tempo concrete, e nonostante pretendono di essere oggettive, non offrono una riproduzione della realtà, bensì una sua ardita interpretazione».

(in Atlante delle isole remote – Judith Schalansky)

Ho passato anni a cercare sulla cartina geografica la città di Harnes (Francia), il luogo dove è nata mia madre e dove mio nonno è emigrato negli anni Cinquanta. Per anni le mie dita hanno viaggiato sulla carta dell’atlante alla ricerca di qualcosa che non ho mai trovato. Ha avuto un senso cercare?

Sono sempre stata convinta dell’inesistenza di quel luogo, esso viveva solo nella mia testa a seconda dei racconti che di tanto in tanto ricevevo e che io elaboravo a seconda della mia fantasia. Ci ritornavo. Molto spesso ritornavo, sempre lì, con le dita sull’atlante, ma nulla. Aveva un senso? Cercare, aveva un senso? E che senso avrebbe potuto avere per una bambina di sei anni scoprirlo?

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Penso che le immagini abbiano la fortuna di godere dello stesso valore di un atlante, sono un’interpretazione della realtà, e non la realtà. Ogni cosa viene da noi rappresentata a seconda del nostro vissuto e del modo in cui lo accogliamo. Mi ha colpito tantissimo, cara Giovanna, il tuo scritto per diversi motivi: primo, perché mi riguarda da vicino (il cambiamento, il ciclo vitale…), secondo perché tutto ciò mi porta come sempre a riflettere sul valore “personale” dell’immagine fotografica.
È da un po’ che penso appunto all’immagine come “valore personale”. Antonio Paraggi (in L’avventura di un fotografo – Italo Calvino) sosteneva che «il segreto stava altrove» ed è in questo altrove, a parer mio, che ognuno di noi trova il senso personale del valore dell’immagine di cui ti parlo. Per sottoporsi a tale avventura (come direbbe Calvino), bisognerebbe staccarsi completamente da tutto ciò che oggi circonda l’immagine (decodificandola, allontanandola da ogni tipo di filtro che invita alla lettura, da ogni condizionamento esterno). Questo distacco possiamo ottenerlo solo dopo aver raggiunto una maturazione (tutta personale) del rapporto che con gli anni ognuno di noi stabilisce con l’immagine stessa e, quindi, con la vita. Forse tutto ciò è possibile solo quando si raggiunge un livello di saturazione, che molto probabilmente è un senso di saturazione nei confronti della vita stessa. Allora cosa si fa? Si smette di cercare o si ricomincia? E da dove si ricomincia? O forse si comincia?

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Per ottenere questo ci vuole del tempo, c’è bisogno che accadano delle cose (nella nostra vita).
Sono consapevole, cara Giovanna, e credo che lo sarai anche tu che ognuno di noi “vede” nello stesso modo in cui vive ed è esattamente per questo che la fotografia diventa per me sempre più uno strumento di indagine personale e di riflessione sulla vita stessa, la mia.
É da un po’ che ho cominciato a cercare le immagini partendo dall’interno. Mi sono resa conto che per quanto duro possa essere l’esercizio, vale la pena continuare a cercare in questa direzione. Questa pratica di “consapevolezza” mi ha portata a riflettere profondamente sulle mie immagini passate e ad andare oltre quello che vedo o meglio che vedevo. Voglio navigare dentro l’immagine. Mi piacerebbe paragonare questa pratica al famosissimo taglio di Lucio Fontana: in fondo il suo messaggio fu talmente universale all’epoca che mi sembra un ottimo punto di partenza su cui cominciare a riflettere. Una riflessione che non rivolgo solo a me stessa ma, soprattutto agli esterni, ai cosiddetti “addetti ai lavori” che spesso si avvalgono del diritto di giudicare le immagini. Mi chiedo, esiste un giudice migliore di noi stessi? Ciò che condividiamo con le nostre immagini non è altro che il riflesso della nostra vita e di come la viviamo, solo noi siamo in grado di poterle guardare con lucidità e altrettanta trasformazione (a parer mio). Il valore aggiunto risiede in quello che gli altri vedono nelle nostre immagini e allora è lì che avviene davvero il miracolo, quando qualcosa che ci è appartenuto diventa di qualcun altro e si trasforma. C’è sempre un doppio valore nell’immagine, una dualità che scaturisce da molteplici incontri.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista
© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Non è semplice per me trattare questo argomento in questo momento della mia vita. Mi sembra di essere giunta alla fine di uno di quegli anelli di cui parlavi nel tuo precedente scritto e quindi adesso non so esattamente dove sono diretta, cosa e come comincerà il mio nuovo ciclo.
Ho fatto delle lunghe passeggiate, da quando sono qui. Sai è incredibile pensare che la bambina che cercava sull’atlante la città di Harnes (la petite ville, direbbero i francesi), oggi sia qui, in questo luogo. Non so descriverti esattamente cosa provo e come mi sento, ma sono certa di sentire qualcosa che si muove dentro di me e di avvertire in queste emozioni una serie di visioni e evocazioni che al momento non riesco a racchiudere in una semplice immagine. Sono giunta qui, ad Harnes, con la consapevolezza che molto probabilmente non avrei trovato nulla e invece ho trovato il silenzio, e ho capito che questo silenzio è parte di me, del mio modo di essere al mondo e di vivere la vita. E lo stesso silenzio lo ritrovo oggi in tutte o quasi le mie fotografie precedenti.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Anche Elisabeth la mia coinquilina attuale quando ha visto le mie fotografie mi ha detto: «J’ai aimé dans tes photos le silence» e in questo mi sono finalmente ritrovata. Questa caratteristica “silenziosa” è parte di molti aspetti della mia vita. Nello stesso silenzio ho ascoltato con orecchie e occhi di bambina i racconti di mio nonno, i quali erano spesso molto sintetici e di riferimento solo al suo lavoro e alla sua migrazione. Mi piacevano però. Mi piaceva la semplicità con la quale lui li raccontava e soprattutto mi colpiva la sua grande facoltà di comprendere e parlare il francese nonostante avesse grosse difficoltà a scrivere l’italiano, la sua lingua madre. Mio nonno era un carpentiere. Aveva vissuto la guerra e frequentato ai tempi solo la prima elementare. Ha lavorato fino all’età di 75 anni; la sua e quella di mia nonna è stata una vita semplice. Mio nonno è morto un anno fa, esattamente qualche mese dopo la scomparsa di mia nonna. Ho sempre pensato che lui fosse morto per davvero esattamente il giorno in cui è morta mia nonna. Questo avvenimento mi ha sconvolta profondamente, non per la morte in sé ma per il legame profondo che li ha tenuti uniti fino all’ultimo giorno della loro esistenza, e questo legame era inconsapevole.

«[…] Sai qual è l’unico modo per misurare quanto ami una persona? No. Perderla.»
(In La verità sul caso Harry Quebert, di Dicker Joel)

Ed è esattamente dalla sua scomparsa che io ho cominciato a pensare “al senso remoto delle cose” della vita; è come se molte di quelle immagini, di quelle emozioni, mi fossero appartenute da sempre, solo che io non potevo saperlo, perché non avevo ancora vissuto la perdita. È come se ad un tratto ci sia stato una specie di rewind: le immagini si sono susseguite velocemente dentro di me e hanno cominciato a raccontarmi delle storie, fino a riportarmi con le dita su quell’atlante e a pensare che adesso, Francesca, non ha più bisogno di cercare ma di trovare. Ho preso il treno e sono giunta ad Harnes. È il ciclo vitale di cui tu stessa mi parlavi.

© Giovanna Gammarota, courtesy l’artista

Adesso capisco, e lo capisco anche grazie alle tue precedenti riflessioni. Quale fotografia associare a questo evento? Potrei passare ore a descriverti i luoghi, le cose, le persone che ho incontrato e anche quelle che non ho incontrato, perché le stesse le ho sentite. Le ho sentite nei rumori delle foglie e degli alberi mentre camminavo, le ho sentite nei momenti di sosta e di silenzio profondo, di calma e di riflessione. In tutti questi momenti io mi sono emozionata. Ho camminato a lungo e senza meta, ho attraversato il canale, passeggiato nel bosco, ascoltato delle testimonianze, ho pensato a mia madre che è nata qui e che non ha mai avuto la curiosità di tornare in questo luogo, ho pensato ai miei nonni, ho pensato alla guerra e alla povertà che li ha costretti a partire, ho pensato al treno che li ha portati fino qui in Francia, dalla Puglia; un viaggio lungo e immenso e soprattutto pieno di speranza. Ho pensato a tutti i migranti del mondo e alla speranza insita nei loro cuori, e poi ho pensato anche a tutti i bambini che migrano e sono inconsapevoli dell’atto che compiono mentre qualcuno in quel momento sta decidendo per la loro vita presente e futura. E ho pensato a me che dalle dita sull’atlante sono giunta qui.

Mi ci sono voluti trent’anni per capire cosa è stata la prima fase della mia vita. Mi dispiace non poterti trasmettere gli odori, le sensazioni e i rumori che mi hanno riempito il cuore. Qui, oggi, in questo momento, non ho immagini fotografiche materiali da mostrarti, ma ne ho tante, davvero tante, dentro di me, ed è questo per me “il valore personale dell’immagine”, quello che io mi porto dentro. Sono giunta qui per cercare qualcosa e invece ho trovato me, ed è da qui che partirà il mio nuovo lavoro fotografico. Ho capito da vicino che cosa è il valore della memoria. Secondo te, ha avuto un senso cercare un senso?

Parigi/Harnes, 2015

Il carteggio si interrompe qui. Forse un giorno Giovanna e Francesca riprenderanno a scriversi lungo la direttrice Parigi/Milano. Se e quando accadrà, ve lo faremo sapere.

Per chi volesse “ascoltare” la lettura di questo quarto e ultimo capitolo, lo si trova sul canale YouTube di Red Lab Gallery.