Terre immerse

Penzo+Fiore, Silence, performance, con la collaborazione di Andrea Anaducci e Maria Ziosi, 2022.
Foto di Antonio Cuda

Il Salento è terra tra due mari, lonio e Adriatico. Due mari vicini eppure diversi per caratteristiche e vicende storiche. Il primo è un mare aperto e profondo, che infonde senza difficoltà le sue acque nel Mediterraneo, partecipando in toto alla sua storia, trait d’union tra Oriente e Occidente. Il secondo è un mare chiuso e poco profondo, a lungo denominato “Golfo di Venezia”, legato alla Serenissima da contiguità geografica e continuità politico-culturale, viatico fondamentale per gli scambi tra Mediterraneo orientale e Europa settentrionale. Affacciate su questo medesimo mare, Venezia e la Puglia sono connesse da decenni di storia comune. Nei secoli trascorsi quotidianamente galee veneziane solcavano l’Adriatico e sfociavano nello Ionio e poi nel Mediterraneo orientale, transitando nei porti pugliesi e alimentando traffici commerciali di notevole entità. Barletta, Trani, Polignano, Monopoli, Brindisi, Otranto, Gallipoli erano gli approdi privilegiati, luoghi di scambio dominati culturalmente e talvolta anche politicamente dalla Repubblica. Dalla Puglia giungevano copiosi olio e cereali che Venezia contraccambiava esportando oggetti di lusso. In questo ininterrotto flusso merceologico viaggiavano anche decine di opere d’arte, alcune delle quali giunte in regione, dal Gargano al Salento, molte scomparse, altre trasferite altrove, altre ancora sopravvissute in loco, testimonianze di quei valori di libertà e modernità costituitisi sul mare, in simbiosi con esso. Una storia antica che ha le sue tre parole chiave in Venezia, mare e relazione, le stesse con cui è oggi possibile spiegare la proposta espositiva di Penzo+Fiore, duo artistico veneziano nato nel 2009 e oggi approdato a una ricerca plurima, connotata dall’impiego di materiali differenti e eterogenei mezzi espressivi (scultura, installazioni, fotografia, video, performance). Se quelli intercorsi dal 2009 al 2016 sono considerati dal duo i “sette anni di sperimentazione”, quelli che vanno dal 2017 a oggi potremmo definirli gli anni della definizione, un momento in cui hanno trovato una strada comune, una sintesi ideale tra le loro diverse attitudini. Ultimo approdo in ordine di tempo nella loro indagine artistica è Mudma (Museo del Mare), progetto nomade e relazionale nato nel 2021, dedicato al mare, alla sua importanza per la nostra sopravvivenza, alla sua valenza economica e sociale e ancor di più al suo straordinario portato simbolico. Un progetto che chiama in causa tutti, aperto alla relazione con il pubblico e con altri artisti, che riflette sul mare come luogo d’incontro e di confronto.

Penzo+Fiore, Concrezione n. 4, emersioni marine con intervento in vetro di Murano, 2022 .
Foto di Francesco Piva

 

Spazio della mostra è Red Lab Gallery a Lecce, nel Salento, non solo località perfettamente inserita in quella storia di relazioni e scambi cui si accennava e a cui la stessa mostra evidentemente partecipa, rinnovandola nella contemporaneità, ma anche luogo d’adozione del duo, che ha una sua dimora a Presicce, un laboratorio, un luogo del pensiero che guarda a Venezia, in cui attuare non una nuova colonizzazione culturale, una venetizzazione imposta o indotta come poteva avvenire in passato, ma un autentico confronto e un reciproco arricchimento tra due terre bagnate dallo stesso mare.

Penzo+Fiore, Idrografia n. 2, intervento su mappa, 2021 Foto di Francesco Piva

Incipit del percorso e suo ideale manifesto è il ciclo Idrografie, carte geografiche in cui sono state ritagliate le terre, lasciando alla visione, come recita il titolo, le sole acque. Proposte per una geografia inversa, disposte in rigorosa sequenza, in una progressiva centralizzazione o decentralizzazione territoriale (Mondo, Europa, Italia, Salento) che, nel restringimento o ampliamento di campo, a seconda del senso di lettura, attua un coinvolgimento al tempo stesso totale e particolare. Protagonista è il mare non più la terra: i continenti sono annullati, “immersi” nella cancellazione visiva. Da qui il titolo della mostra “Terre immerse”, monito per un cambio di rotta e per una condotta più avveduta nella vita comune. Da terre emerse a terre immerse dunque, affinché queste non diventino sommerse in un futuro tutt’altro che roseo. Frutto di decostruzione, le immagini del ciclo adottano il valore normativo delle carte geografiche per invertirne la prospettiva e avanzare nuovi valori fino a oggi sottaciuti, tutti legati al mare e al suo fragile ecosistema; opere ottenute per sottrazione, in cui l’assenza è tanto vistosa quanto la presenza. Chi guarda cerca i consueti appigli, necessari alla conoscenza precostituita, e non trovandoli si abbandona alla riflessione su cosa sarebbe la nostra vita senza il mare, cosa la terra senza l’acqua. Un vuoto acuito dal vetro che racchiude in una teca l’immagine ritagliata, un materiale apparentemente secondario nell’economia dell’opera ma centrale nella riflessione e nella produzione di Penzo+Fiore. Il vetro, infatti, non solo rimanda a Venezia, più specificatamente a Murano, luogo prioritario di vita e lavoro del duo, ma nelle opere di quest’ultimo assume una sua specifica valenza esistenziale. Nella sua piena trasparenza – l’ossimoro è voluto – il vetro è perfetta metafora dell’essere umano, solido e fragile. Utilizzato per nobilitare gli objects trouvés che il mare offre, esso arricchisce l’opera con quella necessaria aggiunta concettuale che rinvia all’uomo e alla sua condizione di precarietà e transitorietà. Sovrapposizione che spesso si manifesta in forma testuale, associando alla potenza visiva dell’oggetto quella categorica, non fraintendibile, della parola.

Penzo+Fiore, Senza ma, innesti in vetro di Murano su legno, 2021. Foto di Francesco Piva
Penzo+Fiore, Dove non hanno freno gli irati venti, innesti in spine di riccio di mare su palma, 2022.
Foto di Francesco Piva

Penzo+Fiore, nel suo quotidiano operare, del mare recupera tutto: l’immagine (Idrografie), le costruzioni imprevedibili (Concrezioni), il colore e l’aspetto (Orizzonte), i residui naturali (Dove non hanno freno gli irati venti, Senza ma) e quelli antropici (Deep, Unexplored, Naufragi). Oggetti assunti per la loro forma o per la loro antica funzione, carichi di riferimenti alla loro genesi e alla loro vita passata, trasformati in altro, in reliquie di un rapporto atavico, da sempre necessario e problematico. Elementi adottati sic et simpliciter, senza troppe manipolazioni che rischierebbero di apportare sovrastrutture e concetti non previsti, finanche fuorvianti rispetto all’idea che hanno ispirato. Gli artisti attuano una riflessione metonimica, che prende una parte a metafora del tutto, sostanziata in una produzione plurima come molteplice è il porsi dinnanzi al mare, ma anche il suo essere davanti a noi, luminoso e oscuro, melanconico e brioso, placido e tempestoso, vitale e mortifero. Del mare avvertiamo il grido, il bisogno di aiuto, quando, sempre più spesso, lo scopriamo inquinato o lo vediamo offeso, immolato all’altare di un benessere a ogni costo, ma ne percepiamo anche la furia, a Cutro, Lesbo, Bodrum, località distanti accomunate dalla medesima tragedia, unica nel ricordarci il nostro posto nel mondo.

Penzo+Fiore, Unexplored , innesti in vetro di Murano su gavitello, 2022. Foto di Francesco Piva

Intrinsecamente connessi alla relazione e al mare sono anche i due interventi performativi presenti in mostra, uno individuale l’altro collettivo. Nel primo, Tides, realizzato a Londra nel 2012, una giovane donna si immerge in una vasca riempita con acqua calda. Con le mani si pettina i lunghi capelli. Alcuni le restano tra le dita. Li utilizza per comporre sulla parete la scritta I am so impure, leggibile finché, dissolta la condensa, i capelli non iniziano a cadere. L’atto ritrae un gesto catartico, simbolico eppure esplicito, un’autodenuncia, un rito di purificazione attraverso cui espiare le colpe dell’Antropocene. Il corpo nudo, disarmato e inoffensivo, è tanto potente quanto la parola. Ancora una volta testo e immagine si affiancano, si compenetrano nell’universalità del linguaggio dell’arte. Il secondo intervento, Silence, realizzato nel 2022 ad Altomonte, importante località dell’antica Calabria citeriore, rimanda alla geografia umana, all’appartenenza di un popolo a un territorio. Il duo è a capo di un corteo, di una processione laica tra le vie del paese; il suono della banda municipale ne accompagna fiero il passo; oggetto di ostentazione/venerazione è il tricolore. Quando nella piazza principale il corteo si blocca, alcuni performers iniziano a piegare la bandiera secondo la procedura tradizionale. Tuttavia, contrariamente a quanto richiesto dal cerimoniale, il colore lasciato a vista non è il verde ma il rosso, quello del sangue versato da quanti combattono in ogni dove, vicino e lontano. Popoli divisi da origine e storia, ma uniti nell’appartenenza all’unico genere umano dalle acque del mare. Ancora una volta l’ideografia supera la geografia, e se la terra, intesa come Stato o Nazione, divide, il mare unisce. Mobile e costantemente mutevole, i confini su di esso, come e ancor di più che sul suolo, sono convenzioni – per non dire finzioni – strutture immaginarie con cui l’uomo si illude di governare ciò che non può dominare, di conoscere l’infinitamente grande.

Penzo+Fiore, Silence, performance, con la collaborazione di Andrea Anaducci e Maria Ziosi, 2022.
Foto di Antonio Cuda

 

LA MOSTRA

Terre immerse, Penzo+Fiore
Red Lab Gallery – Lecce
Dal 13 aprile al 30 giugno 2023