One Battle After Another scritto, diretto e co-prodotto da Paul Thomas Anderson, che ne ha curato anche la fotografia, è stato già salutato da molti come il “film dell’anno”, se non addirittura del secolo (o almeno di questo primo quarto…). Di sicuro non è un film da cui si possa uscire senza avvertire un senso di vertigine, di sovrabbondanza, se non di spreco. Scartato misteriosamente dalla mostra di Venezia (c’è chi dice per uno sgarbo subito in passato dalla Warner e mai perdonato) e fatto uscire a inizio stagione quando maggiore è la concorrenza, il film di Anderson prende come spunto un libro di Thomas Pynchon, Vineland, spostandone gli eventi dagli anni Novanta ad oggi; e già con questa scelta si infila in un bel guaio, essendo notoriamente molto complicato seguire le trame pynchoniane e ancora più difficile trasformarle in una narrativa cinematograficamente sensata.
Abbiamo però già da un pezzo capito (parlo di noi spettatori evoluti, riflessivi, concentrati) che la locuzione che ho appena utilizzato (“narrativa cinematograficamente sensata”) ha perso lei per prima “senso”, ha in sé qualcosa di nostalgico nei confronti di un’epoca di linearità e chiarezza espositiva che non ritornerà mai più, almeno non nel cinema cosiddetto “d’autore”.
È però altrettanto evidente che nessun regista, nemmeno il più affermato e “difficile” (forse con la parziale eccezione di Christopher Nolan, almeno quello di Tenet) può permettersi di ignorare completamente le regole della costruzione drammaturgica e quindi una “trama” qui c’è ed è basata su un gruppo di attivisti di sinistra denominato French 75 impegnato a difendere gli immigrati clandestini dagli abusi e dalle violenze che l’esercito e il governo infliggono loro.


Sono dei rivoluzionari a metà tra il velleitario e il romantico, delle cui azioni, a parte un generico ribellismo giovanile, non si capiscono bene le motivazioni. E nemmeno ad Anderson importa troppo di spiegarcele, essendo più interessato ai rapporti tra i personaggi che a costruire ovvie analogie con l’America di Trump (che comunque tutti vedono senza bisogno di tante spiegazioni). E allora, dimenticata la coerenza narrativa che pure a suo modo non manca, non si può che lasciarsi andare e godersi il film con la stessa disposizione d’animo che si ha entrando in un fantasmagorico centro commerciale dove i temi e i personaggi sono allineati negli scaffali come fossero le eccellenze, i prodotti di punta dell’industria culturale e noi consumatori-cinefili ne guardiamo ammirati le lussuose confezioni, ne riconosciamo gli ingredienti e ne pregustiamo i sapori.

Un godimento che passa davvero per sentieri inusuali: ad esempio, nel riconoscere ammirati il vecchio Sean Penn, da sempre attore simbolo di impegno civile e quindi ideale per colorare di grottesco e di ridicolo la figura del colonnello razzista, nel cogliere il delirio citazionistico in cui vengono snocciolati i nostri miti giovanili, da Bluto a Peter Parker, nel riconoscere nella palandrana indossata da Di Caprio le familiari movenze lebowskiane, nella tardiva ma cruciale apparizione di Benicio Del Toro che da solo evoca quel multiculturalismo e quell’ibridazione di razze, lingue e culture che tanto atterrisce i WASP (White Anglo-Saxon Protestant). Ma soprattutto nel restare ammirati fino alla commozione nello straordinario finale ambientato nel deserto che omaggia i film della “nuova Hollywood”, di quel cinema degli anni Settanta e di quei registi (Sarafian, Pollack, Pakula…), che un grande critico come Franco La Polla (sempre sia lodato) ci ha insegnato a guardare con occhi nuovi e che rappresentano di sicuro l’ideale pantheon del regista californiano.
IL FILM
Pat “Ghetto Pat” Calhoun e Perfidia “Beverly Hills”, militanti del gruppo rivoluzionario French 75, combattono contro il sistema americano con attentati e sabotaggi. Durante una missione, il capitano Lockjaw si ossessiona di Perfidia, che lo manipola e finisce per tradire i compagni. Pat fugge con la figlia Charlene, mentre Perfidia entra nel programma di protezione e trova rifugio in Messico.
Sedici anni dopo, Pat vive sotto falsa identità come Bob Ferguson, distrutto dalla droga e dalla paura. Lockjaw, ora colonnello e membro di una setta suprematista, scopre l’esistenza di Willa, figlia di Perfidia e forse sua. Lancia una caccia spietata per catturarla, scatenando violenti scontri a Baktan Cross. Bob tenta di salvarla con l’aiuto di vecchi compagni, ma viene catturato; Willa scopre la verità sulla madre. I Pionieri del Natale ordinano di eliminare Lockjaw, mentre questi conferma di essere padre della ragazza. Willa fugge, affronta e uccide il sicario mandato contro di lei, ritrovando infine il padre adottivo. Lockjaw, sfigurato, viene infine ucciso dai suoi stessi alleati, mentre Willa raccoglie l’eredità dei genitori unendosi alla lotta.
Una battaglia dopo l’altra, regia di Paul Thomas Anderson, 2025. Trailer ufficiale italiano



