Westwards
Un ricordo di Giovanni Chiaramonte

Westwards, © Giovanni Chiaramonte

Chiaramonte, curioso quanto i suoi predecessori, sembra dirci: «Questa terra straordinaria e avvincente eccita il mio occhio e la mia mente, però qui è rimasto poco che riesca ad accendere ancora la speranza». Potrebbe aver ragione e per questo mi fa piangere.

Joel Meyerowitz

«Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna». E quanto è grande? Come lo schermo del cinematografo, così grande che se non stai attento ci cadi dentro. E quanto è grande il sogno californiano fatto di spiagge, oceano, cielo sconfinato? Di fronte a tanta vastità di paesaggio può essere difficile osservare le minuzie, assistere a quei piccoli eventi del quotidiano: il paesaggio diventa protagonista dell’immaginario imponendo la sua presenza all’uomo. Tutto questo dovrebbe far riflettere, molto, sulla “natura” della relazione tra uomo e natura. Su quanto siamo stupidi nel voler cercare di sottometterla.
Un motociclista osserva il panorama, novello Cristo tentato dalle parole pronunciate in quelle antiche scritture: «tutto questo sarà tuo se mi adorerai». Per un attimo egli è forte e potente, come quello stesso paesaggio che lo avvolge e lo richiama a sé. Per un attimo il senso dell’infinito torna puro, al suo stato primordiale. L’uomo trasforma il luogo in cui si trova a vivere, sempre, ha questa capacità. L’osservazione contemplativa della bellezza del cielo, la limpidezza accecante da sola non basta, non ce la fa, a contrastare quell’immenso nulla che si srotola ai suoi piedi. A riparare l’equilibrio.

Westwards. Immagini americane, © Giovanni Chiaramonte
Westwards, © Giovanni Chiaramonte

Giovanni Chiaramonte ci ha lasciati. Siamo sempre più soli. Questa redazione vuole ricordarlo attraverso uno dei suoi lavori a nostro avviso più importanti e significativi del percorso artistico di questo autore: Westwards. Nel viaggio ‘verso un Occidente’ sempre più contaminato e snaturato, la ricerca di Chiaramonte rimane saldamente ancorata alla luce come veicolo di fede e ricerca della verità. E la luce ha sempre svolto un ruolo fondamentale nelle sue immagini, così come lo era per il cineasta russo Andrej Tarkovskij di cui non a caso Chiaramonte curò il meraviglioso libro Luce istantanea. La luce interiore, spirituale, che diventa ponte verso il mondo là fuori.
Chiaramonte nei primi anni Novanta fotografa l’America che si è perduta. Le strade gialle d’aria mista a sabbia, pulviscolo che si deposita sui copertoni delle rare automobili che le attraversano e quando si annulla al suolo i particolari emergono, si evidenziano segni, estemporanei, come le croci anonime piantate nel terreno lungo il ciglio del nastro d’asfalto, o gli aquiloni della festa sospinti dal vento. Anonimo è il luogo stesso, ormai solo rappresentazione cinematografica dell’estrema frontiera, ultimo confine valicato di quel mondo nuovo del quale non c’è più nulla da scoprire se non che ci appartiene come il nostro indicibile senso di smarrimento.

Westwards, © Giovanni Chiaramonte
Westwards, © Giovanni Chiaramonte

I luoghi americani di Chiaramonte possono a buon credito rappresentare i luoghi vuoti della mente, come le case ordinate con davanti il prato raso, l’omologazione tranquilla ove rifugiarsi. Eppure, l’immensità è un concetto vivo. Le luci industriali della sera riportano lo sguardo verso qualcosa di più conosciuto e meno effimero – impianti che emergono come stele luminose nel deserto – che non rischia di confonderci con il suo fascino ammiccante dal sapore maledetto. Non stiamo guardando un film questa è la realtà, ma l’uomo non la abita, lotta contro di essa per stabilire una convivenza con ciò che ha costruito e con la natura stessa. Quand’anche la presenza umana si manifesta appare anonima tanto quanto il luogo, integrata nel meccanismo che li vuole entrambi perfettamente aderenti all’immaginario che essi stessi hanno generato per rimanere tra i vivi, dunque luoghi che paradossalmente assumono un atteggiamento umano e uomini che si innestano tra gli interstizi del paesaggio come piante spinose insensibili all’acqua. L’autore vaga alla ricerca di qualcosa cui aggrapparsi, e di segni è cosparso il territorio, simboli che pilotano la memoria in un posto che non è reale ma che si trova a fare i conti con la realtà vera – su questo tema possiamo innestare oggi le quinte del regista Wes Anderson con il suo nuovo film Asteroid City, racconto di finzione estrema ma anche di estrema realtà –. Persino il grande fiume Mississippi appare come un mare insofferente e abbandonato, lontano dai significati biblici, lontano dalla vita. Colpisce il vuoto di queste immagini che non è assenza dell’umano, bensì presenza umana immersa nella solitudine. Questa commistione di mare, cielo, umanità si amalgama nell’architettura del paesaggio, possiede un’anima desolata che nemmeno gli eventi naturali più catastrofici riescono ormai a smuovere.

Westwards, © Giovanni Chiaramonte
Westwards, © Giovanni Chiaramonte
Westwards, © Giovanni Chiaramonte

Quello che Giovanni Chiaramonte compie è una sorta di tour nel sud degli Stati Uniti: nel Texas, in Florida, nella California, in cerca del mito: ma cosa è diventato qui il mito? In queste fotografie non compare; non vi è traccia della dorata collinetta degli dei. Le reminiscenze di quella gioiosa terra cantata negli anni Sessanta con tanto di danze, fiori tra i capelli e “peace and love” si annullano nella desolazione che si è presa la fede, la speranza e ogni possibile idea di futuro, lasciando un vuoto indefinito. Il fotografo compie un viaggio che attraversa tradizioni cristiane forti continuamente rimarcate dalle numerose croci poste a simbolo di un territorio conquistato, per giungere fino al Memoriale dell’Olocausto di Miami, fardello pesante di tutto l’Occidente senza distinzione.

Westwards, © Giovanni Chiaramonte

Una vasta umanità si muove silenziosa lungo la linea dell’orizzonte, pellegrina, in quello che fu appellato come “il Nuovo Mondo”, le cui strade promettevano di luccicare come l’oro. Ma le strade non luccicano più e il popolo che le attraversa pare chiedersi cosa può attendersi da questi spazi che appaiono ancora sconfinati eppure così perfettamente conosciuti grazie alla profanazione cinematografica e alla narrazione letteraria. La bellezza da sola non può bastare, il mito della West Coast è caduto, il fascino ha lasciato il posto all’indifferenza e noi che lo osserviamo attraverso queste immagini non ci chiediamo nemmeno più perché.
Eppure, lo sguardo di Giovanni Chiaramonte vede una terra che è dentro il suo cuore, la riconosce uguale a quella che da bambino guardava rapito uscire dai primi televisori in bianco e nero, attraverso i telefilm che arrivavano dall’America. Nel suo primo viaggio ammette di «non capire nulla». Arriva a Los Angeles e torna indietro. Ci riprova, con lentezza. Riattraversa tutti gli stati del sud giungendo a Miami e finalmente trova la chiave: deve percorrere la strada al contrario. Il viaggio è da Occidente verso Oriente, «verso Miami dove il nuovo mondo incontra il vecchio mondo.» l’Occidente è la frontiera che si spinge sempre più verso un ovest ormai solo immaginario come è sempre più immaginario il futuro, sempre più intangibile. L’Oriente è la Storia, il luogo da cui tutto è partito, la memoria della vita umana.
L’essere umano non ha mai smesso di errare alla ricerca di quel che manca e, nell’Occidente più estremo, questo è un concetto che rimane vivo proprio perché il mito della frontiera è indistruttibile nonostante la realtà sia ormai altro. La frontiera e ciò che non c’è e che si vorrebbe ci fosse, l’immagine della speranza, di qualcosa ancora da scoprire, che possa salvarci. Ed è per questo che «la finitezza dell’uomo chiede all’uomo un cammino senza fine».

E noi, Giovanni, ti auguriamo buon viaggio.

Giovanni Chiaramonte (1948 – 2023) nasce a Varese. La sua opera ha come tema principale il rapporto tra luogo e destino nella civiltà occidentale ed è stata esposta al Gropius Bau di Berlino, al Deutsches Architekturmuseum di Francoforte, al Museo di Arte Moderna di Caracas, alla Biennale di Venia, alla Triennale di Milano, al CCA di Montréal, alla galleria del Hunter College di New York, all’Expo di Shangai. Tra le sue opere ricordiamo Giardini e paesaggi, 1983, Terra del ritorno, 1989, Penisola delle figure, 1993, Westwards, 1996, Milano. Cerchi della città di mezzo, 2000, In corso d’opera, 2000, Pellegrinaggi occidentali, 2000, Frammenti dalla Rocca, 2002, Abitare il mondo. EuropE, 2004, Berlin. Figure, 2004, Attraverso la pianura, 2005, Senza foce, 2005, Come un enigma_Venezia, 2006, Nascosto in prospettiva, 2007, In Berlin, 2009, L’altro_Nei volti nei luoghi, 2010-2011, E.I.A.E., 2012, Via Fausta, 2012. Interno perduto_L’immanenza del terremoto, 2012, Inscape_Piccola creazione, 2012. Ha fondato e diretto collane di Fotografia per Jaca Book, Federico Motta Editore, S.E.I., Edizioni della Meridiana, Ultreya/Itaca. Tra i suoi contributi critici: Luogo e identità nella Fotografia Europea Contemporanea e Nuova Fotografia Inglese 1983, Paolo Monti 1985, Ikko Narahara 1993, Luigi Ghirri 1997, Andrej Tarkovskij e Joel Meyerowitz 2002, Mario Carrieri 2004, Robert Adams 2008.