Ascoltare la foresta
Dialogo con Alessandro Chiolerio su Il codice del bosco di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

Tecnicamente dolce è il titolo di una sceneggiatura, mai divenuta film, che Michelangelo Antonioni scrisse negli anni Sessanta del Novecento, nella quale, attraverso il tema narrativo della lotta per la sopravvivenza di due uomini rimasti intrappolati in un ambiente a loro sconosciuto e ostile quale è la foresta amazzonica, il regista sviluppa per la prima e, in forma così radicale, unica volta il tema dell’uomo come essere biologico e del suo rapporto con la natura extraumana che lo circonda, una natura cui infine i suoi personaggi soccomberanno. «Era mia intenzione» egli scrisse «fare di questo pezzo di film una specie di resoconto molto crudo della lotta di due organismi umani con altri organismi, vegetali e animali. Ma anche di un’altra lotta ancora più spaventosa, quella delle piante tra loro alla ricerca del sole. E di quella degli animali tra loro alla ricerca del cibo.»1 La rappresentazione dunque di una biosfera in cui l’unica forma di relazione fra gli organismi viventi è la competizione e il rapporto con la quale, anche da parte dell’organismo uomo, si presenta in forme esclusivamente conflittuali.
Tecnicamente dolce è tutto pervaso da questa visione della vita come collidere di reciproche dissonanze, come «stato di equilibrio instabile», dice uno dei personaggi, che tende verso la stabilità con l’avanzare dell’esistenza fino a risolversi in uno stato di finale quiete, coincidente con la morte, col sovvenire cioè dell’inesistenza2. La foresta tropicale è una entità fisicamente presente in quanto tale, ma anche come compiuta incarnazione della natura profonda del fenomeno della vita; è un’entità molteplice, descritta come «a suo modo stupenda, e mostruosa insieme» ma dove il mostruoso è infine l’aspetto dominante: «Fiori sconosciuti. Fiori carnivori. Altri ripugnanti come ferite in suppurazione. Funghi parassiti. Liane intricatissime, foglie gigantesche, spesso fradicie. Rampicanti che si aggrappano agli alberi per andare su verso il sole. Spesso muoiono entrambi in questa lotta. (…) I soli rumori sono quelli delle piante: un ramo che si spezza, intere pareti di fogliame che crollano. Insomma, il rumore della lotta vegetale per la vita.»3 I due uomini vengono ben presto assorbiti da questo universo cui avevano dimenticato di appartenere, fino a divenirne due particelle, soggette alle stesse leggi di ogni altra sua componente: «Sporchi come sono, coi vestiti che hanno ormai preso il colore della vegetazione che li assedia, non sono che due organismi in lotta con altri organismi.»4
Su un piano diametralmente opposto, a metà strada fra gli anni Sessanta e il presente, si pose Ermanno Olmi, sulla scia di Buzzati, nel suo Il segreto del bosco vecchio, evocando l’immagine di una natura sede di un misterico e benigno immaginario in un’opera suggestiva, profonda ma che prescinde dal problema della realtà del mondo vivente con il quale egli non era interessato a confrontarsi. Se la foresta di Antonioni si prospettava come un incubo vissuto nella vita reale, quella di Olmi ha l’ispirazione del sogno in cui l’evocazione del favoloso assume lo spessore del reale divenendo apologo sotto le mentite spoglie della favola; un’opera che ci è utile citare perché consente di stabilire un ulteriore punto trigonometrico, ed anche una ulteriore distanza, nei confronti di ciò che sarà qui invece il nostro argomento.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

Oggi, sessanta anni dopo Antonioni e trenta dopo Olmi, due registi torinesi si immergono in un bosco sulle tracce di due scienziati, un cibernetico e una botanica, che vi stanno conducendo una ricerca sul campo nel tentativo di rilevare l’esistenza di una qualche forma di comunicazione fra le piante. Ne è nato il film Il codice del bosco in cui gli autori, ma soprattutto i protagonisti Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano, che vi interpretano se stessi, ci pongono di fronte a un’immagine della natura ben diversa sia da quella, sede di conflitti cruenti, di cui si fece portatore Antonioni, sia da quella, mite e fiabesca, di cui favoleggiò Olmi. Un’immagine diversa, perché Il codice del bosco occupa il terzo vertice di questa ideale triangolazione, in cui l’approccio umano alla biosfera, e in particolare al mondo vegetale, né macelleria a cielo aperto, né favola impregnata di simbolica irrealtà, è piuttosto quello che si ha nei confronti di un interlocutore, di una entità davanti alla quale porsi in ascolto.
Il film è girato secondo le modalità delle opere di fiction ma, per quanto detto, non è tale. La prima cosa da comprendere infatti è che non si tratta di un film di fantaecologia ma è la narrazione di una ricerca sperimentale effettivamente realizzata nel 2021 dai due protagonisti5. È noto, a questo proposito, che da tempo esiste una disciplina quale è la neurobiologia vegetale, che ha come obiettivo lo studio di un equivalente nelle piante di ciò che in noi organismi animali è l’attività neuronale; una disciplina inseribile in un territorio di frontiera della scienza ufficiale, dunque ancora fluido e in un certo senso controverso, come è normale che sia ogni volta che ci troviamo di fronte a una nuova linea di pensiero, una disciplina tuttavia non priva di una coerente base sperimentale di cui la ricerca che ha dato il soggetto a Il codice del bosco è un esempio.
Il lavoro compiuto dai due protagonisti si pone all’interno di questo ambito, ma è anche guidato da un substrato concettuale, potremmo dire filosofico, costituito da una visione dell’evoluzione piuttosto nuova rispetto al convenzionale modo di intenderla che Antonioni fece suo. È la visione espressa dal micologo Andrea Daprà nelle fasi iniziali del film: un’idea di ecosistema come rete di relazioni collaborative in cui, dice, «è l’insieme delle combinazioni, delle doti complessive di un gruppo che fa l’evoluzione», consistendo l’elemento determinante del successo evolutivo non nell’individuo che ha sviluppato le doti più idonee a districarsi nel ginepraio di un ambiente ostile, ma nel sistema che ha sviluppato il più efficace insieme di interazioni coordinate fra le sue componenti. Un sistema o meglio, secondo l’ipotesi di lavoro che guida i due ricercatori, una coscienza collettiva in cui, come dice Monica Gagliano nel suo monologo finale, «non c’è nulla di magico e c’è tutto di magico.»
La scelta formale operata dai due registi nel trattare filmicamente questa materia narrativa è stata quella, in sé legittima e in questo caso forse anche opportuna, di un piano di descrittivismo, mal sorretta però sul versante visivo da una fotografia decisamente inespressiva che interpreta secondo le modalità della desolazione il malessere del bosco ferito prima da una tempesta, poi da una invasione di insetti xilofagi, quando invece avrebbe dovuto porsi il compito di tradurre in suggestione visiva quella coesistenza di «magia» e realtà nella comunità vivente che così invece rimane confinata nel mondo delle parole, come nel cinema mai dovrebbe accadere. Il film tuttavia è opera di non trascurabile interesse grazie alla coraggiosa originalità del suo soggetto, dunque al suo spingere lo sguardo al di là dello spasmodico antropocentrismo che tuttora rappresenta l’immagine dominante del mondo nonostante tutto ciò che ci è razionalmente noto parli della sua improponibilità.
Di queste tematiche ho discusso con Alessandro Chiolerio, con il quale percorreremo le tappe concettuali della ricerca cui ha preso parte e, allo stesso tempo, del film.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

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Filippo Schillaci – Direi di cominciare narrando come è nato questo vostro lavoro, come è nata l’interazione fra te e Monica, quale è stato il vostro rispettivo ruolo in questa ricerca.

Alessandro Chiolerio – Tutto è cominciato attraverso l’interazione con una società di produzione cinematografica, la Zenit Arti Audiovisive. Queste persone mi hanno contattato per lo sviluppo del portale di comunicazione che in origine, nella più rosea delle ipotesi, avrebbe dovuto essere un portale bidirezionale, perché l’obiettivo, estremamente ambizioso, che ci si poneva era quello di iniziare a comunicare con l’ecosistema. Io accettai questa proposta perché mi sembrava affascinante e cominciai a formare un gruppo di persone, di colleghi scienziati che si occupano di tematiche molto differenti, un gruppo quindi transdisciplinare che potesse approcciare la complessità di questo obiettivo in maniera il più possibile completa. Nella prima fase mi sono occupato di sviluppare insieme ai colleghi di una società, una start-up sarda che si chiama Open Azienda, un sistema elettronico che fosse in grado di collezionare, registrare, trasmettere le informazioni dei potenziali bioelettrici delle piante. Quindi noi ci siamo limitati all’ascolto delle piante. Il luogo specifico che era stato individuato dalla società di produzione è la val di Fiemme dove abbiamo fatto un sopralluogo nel 2021, quindi a tre anni di distanza da quell’evento devastante che fu la tempesta Vaia. È una zona a vocazione monocolturale dove da almeno 1100 anni viene coltivato, per scopi commerciali, l’abete rosso. Questa caratteristica di monocolturalità semplificava da un lato l’esperimento perché abbiamo sviluppato metodologie specifiche per un albero d’alto fusto con determinate caratteristiche, dall’altro limitava un po’ lo studio rivolgendolo a una specie unica, mentre sappiamo che per poter comprendere veramente la complessità di un ecosistema occorre analizzare tutte le specie che lo compongono, che sono in numero enorme. E, come diceva Andrea Daprà parlando di quella visione collaborativa dell’evoluzione che tu hai citato, sicuramente i funghi fanno parte di questo; noi sappiamo che i funghi compongono il terreno e la maggior parte di essi non è nemmeno visibile all’occhio umano perché si tratta di specie simbionti che vivono nel sottosuolo e non emergono mai. Facendo analisi genetiche del terreno abbiamo osservato che c’erano ben 300 specie circa di funghi, il che è sorprendente considerando che ci trovavamo a 1900 metri di quota in una zona relativamente povera con un suolo sottile di circa mezzo metro, stratificato sopra una matrice di alabastro perfettamente liscia, un suolo aereo, composto di aghi di pino in decomposizione. Le risposte bioelettriche dei funghi non sono state, ahimè, analizzate nei dati se non in forma indiretta, perché raccogliere segnali elettrici generati dalle piante a volte comporta che almeno parte di questi segnali siano veicolati anche dalle ife dei funghi. Le ife sono estremamente difficili da caratterizzare, specialmente in un ambiente naturale: si formano e si dissolvono rapidamente, cambiano topografia e posizione, sono sempre presenti eppure labili. Quindi diciamo che noi abbiamo fatto una misura collettiva di quello che è stato osservato.
La caratteristica specifica del nostro esperimento era quella di avere più sistemi collocati simultaneamente su alberi distanti fino a 15 metri l’uno dall’altro, coprendo una superficie di circa 8000 mq, quindi piuttosto ampia. L’aspetto innovativo dello studio è stato in primo luogo il fatto che fosse in un ambiente naturale, quindi non in laboratorio dove le condizioni possono essere controllate; in secondo luogo il fatto che potessimo confrontare tra di loro delle serie temporali di potenziali elettrici, cioè di segnali a tutti gli effetti, che venivano prodotti nella natura in simultanea. Abbiamo potuto ricostruire così quello che succedeva all’interno di quella zona del bosco e abbiamo osservato che in determinate situazioni questi segnali sono sincroni, in armonia tra di loro e in altre perdono invece completamente l’armonia. L’ idea che abbiamo sviluppato insieme a Monica è che, immaginando la foresta come una selva di antenne, queste antenne siano anche capaci di comunicare tra di loro. Naturalmente so che nell’ambito accademico questa concezione non è accettata, che si ritiene che le piante siano delle antenne tutte esposte allo stesso stimolo ambientale, ma che tra di loro non comunichino. Io penso che non sia così, e ne ho anche delle prove. Abbiamo fatto numerose misure, abbiamo effettuato dei tentativi di ricostruire tomograficamente la distribuzione delle connessioni delle radici, invisibile all’occhio, e abbiamo visto che c’erano dei canali di comunicazione preferenziali, come in una rete casuale, quindi è logico immaginarsi che ci siano dei canali più importanti lungo i quali le informazioni scorrono molto rapidamente e altri legami che invece sono indiretti; legami tra punti distanti o tra punti che sono separati da altre piante o da formazioni rocciose nel sottosuolo che rendono difficili i contatti tra le radici. Questa armonia a tutti gli effetti può essere visualizzata in analogia con una orchestra. Quando per le piante c’è grande disponibilità energetica perché il sole è alto e fa caldo, allora si sincronizzano, e le loro vibrazioni elettriche sono come un’orchestra appunto che suona l’armonia con il corretto tempismo, mentre in situazioni come la notte, quando la temperatura scende e le risorse energetiche scarseggiano oppure non ci sono del tutto, ciascuna pianta diventa come uno strumento che suona in assolo per cui nell’insieme si perde l’armonia.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – Nel corso delle vostre misurazioni si è verificata un’eclisse, durante la quale avete constatato innanzi tutto una risposta individuale delle piante, cioè un mutamento dell’attività bioelettrica in ciascuna pianta e poi anche una risposta collettiva, quindi non solo una simultaneità di risposta ma anche una sincronizzazione. Come interpretate queste variazioni individuali che poi sfociano in quelle che voi avete definito «dinamiche collettive»?

A.C. – Una delle cose che abbiamo osservato insieme a Monica è stata una profonda perturbazione nell’armonia fra le piante verificatasi nell’ottobre 2022 durante un’eclisse parziale di sole. O comunque crediamo che fosse questa la causa; ovviamente in qualsiasi esperimento ci sono dei limiti. Noi abbiamo misurato determinati parametri: la temperatura, la velocità del vento, la quantità di piogge, la quantità di radiazione solare, l’umidità relativa, ma non abbiamo potuto monitorarle tutte in maniera sufficientemente sistematica. Quindi non si può a priori escludere che il motivo principale per cui si è verificato questo fenomeno di armonia e disarmonia durante l’eclissi fosse dato da altri tipi di stimoli, per esempio i fulmini, per esempio forze gravitazionali che non abbiamo potuto misurare. Noi sappiamo che la Luna per tutti gli esseri viventi, soprattutto le piante, ha un ruolo fondamentale, che le forze mareali prodotte dalla Luna modificano tantissimo il comportamento delle piante, lo determinano perché riescono ad agire in qualche misura sulla quantità di liquidi presente nei loro tessuti. Questo è uno degli effetti che sicuramente c’è stato e che noi non abbiamo potuto misurare con degli strumenti, tuttavia l’esito dello studio è stato veramente notevole.
Si aprono diverse opzioni anche nella interpretazione di ciò che abbiamo osservato. Per esempio, Monica ha sviluppato una teoria basata su ricerche precedentemente condotte da lei, che è quella della memoria collettiva. La memoria collettiva di un sistema complesso, per come noi siamo abituati a ragionare, deve essere collocata in qualche struttura, in qualche luogo. Ovviamente questo non lo abbiamo determinato, non è stato possibile farlo, e quindi a priori è un’ipotesi plausibile ma non verificata. Andrebbero fatti ulteriori studi. Sicuramente ci sono diverse possibilità per un sistema complesso di stabilire una memoria, una memoria che può anche essere basata sul comportamento, quindi una memoria di adattamento, qualcosa di diverso rispetto alla memoria di un computer. Questa teoria si basa sul fatto che alcune piante contattate durante l’esperimento avevano un’età di circa 70 anni e quindi questo, considerata la ciclicità dell’evento dell’eclisse che è di 18 anni6, lascia pensare che effettivamente avessero avuto traccia e memoria di ciò che hanno vissuto. Altre piante più giovani probabilmente invece non avevano avuto questo stesso tipo di esposizione alle condizioni ambientali per cui è plausibile che ci sia un meccanismo di comunicazione che prende piede tra di loro per potere gestire meglio una situazione di forte stress come quella dell’eclisse.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – Uno degli aspetti più sorprendenti a questo proposito è il fatto che voi avete registrato queste variazioni nell’attività bioelettrica delle piante a partire da 14 ore prima dell’inizio dell’eclisse: questo fatto come lo interpretate?

A.C. – Qui appunto ci sono le due possibilità. Questa del meccanismo di memoria, per cui la pianta vecchia ricorda di aver già vissuto l’evento e modifica il proprio comportamento per “avvisare” le piante giovani, è la più interessante, la più affascinante e andrebbe verificata. Un’altra possibilità è che ci sia invece un meccanismo o canale di particolare sensibilità da parte delle piante a qualcosa che noi ignoriamo, che non abbiamo ben capito, perché 14 ore prima la Luna è dalla parte opposta del pianeta quindi, a meno che non si tratti di fenomeni di natura elettromagnetica oppure gravitazionale, non c’è nessun motivo per cui una pianta debba reagire così tanto tempo prima dell’occultamento fisico, cioè del momento in cui io vedo che l’ombra della Luna comincia a eclissare il disco solare. C’è poi anche da dire che la copertura delle nuvole molto spesso si avvicina alle condizioni di una eclisse. Quel giorno effettivamente c’erano delle nuvole che durante la fase dell’eclisse si sono dissipate ma che contribuivano a creare una sorta di effetto ombra. Il giorno precedente il cielo è stato coperto ed è anche piovuto, quindi è ovvio che per poter essere certi di quale sia la dipendenza funzionale da una situazione del genere è necessario ripetere l’esperimento anche più di una volta e idealmente sarebbe necessario farlo con una condizione ottimale, cioè un’eclisse totale. Nel nostro caso l’occultamento del disco solare era arrivato a poco più del 20%, quindi stiamo parlando di qualcosa che a occhio non potevamo percepire. Solamente osservando con un filtro il Sole oppure utilizzando strumentazioni si poteva vedere l’effetto, ma una persona a occhio non se ne rendeva conto, quindi sarebbe necessario approfondire.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – In una delle prime fasi della ricerca, quando i risultati tardano ancora a venire, c’è un dialogo fra te e Monica in cui tu dici: «non c’è nulla che io abbia visto a occhio», cioè: tutto quello che io vedo sono risultati strumentali, dunque oggettivi, e Monica ti risponde: «questa è la scienza che già conosciamo, ma io mi interesso di una scienza che non conosciamo». Quindi c’è una certa distanza fra la tua impostazione, razionale, direi occidentale, e la sua che definirei invece intuitiva. Come vedi tu la sua impostazione, cioè qual è la tua posizione nei confronti di quella che lei definisce «la scienza che non conosciamo»?

A.C. – Curiosità. Perché si tratta in ogni caso di uno sviluppo, diciamo così, antropologico. Ci sono state nell’arco della storia moltissime civiltà che si sono avvicendate su questo pianeta, alcune delle quali tuttora esistono; per esempio ci sono delle popolazioni di nativi americani che vivono, per quanto ne sappia io, con concezioni molto diverse del tempo, per esempio non percepiscono, e quindi non considerano il tempo lineare come invece lo è per noi, ciò non di meno vivono, quindi esistono approcci alla vita per i quali l’impalcatura concettuale è radicalmente diversa; nulla di strano dunque che qualsiasi persona curiosa, come un ricercatore, possa considerare di esplorare anche quella frontiera. D’altro canto io ritengo che la nostra civiltà abbia prodotto tutta una serie di vantaggi per la vita umana, che l’abbia resa migliore attraverso la tecnologia, perché tutte le invenzioni come tali potenzialmente possono migliorarne la qualità, anche se è poi vero che la tecnologia può sempre avere un uso anche molto negativo, e se ne potrebbero fare migliaia di esempi. Quindi io ritengo che la tecnologia sia parte integrante della mia vita, della mia formazione e anche del mio lavoro; non la posso né voglio dunque denigrare.
Mi interessa invece utilizzare la tecnologia perché il processo di indagine e comprensione dell’universo si avvale positivamente dell’utilizzo di strumenti che ci consentono di andare oltre le nostre capacità di percezione e di vedere cose, come le fluttuazioni elettriche delle piante, che normalmente non possiamo vedere. Allo stesso modo ci si può avvalere in maniera positiva della tecnologia della comunicazione e dunque poter condividere e rendere noto e disponibile questo processo di comprensione a quante più persone possibile. Quindi io penso che l’impalcatura, l’impostazione di Monica sia molto interessante; non è la mia via.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – Nella vostra ricerca fate riferimento alla fisica quantistica e più esattamente, come tu mi hai precisato, alla teoria quantistica dei campi. Credo sia bene chiarire questo punto perché la fisica quantistica da un po’ di tempo viene tirata in ballo troppo spesso, soprattutto da certa sottocultura new age, in contesti in cui non c’entra niente. Mi sembra invece che voi qui ne abbiate, se ho capito bene, sfruttato il formalismo matematico in funzione della ricerca di una sorta di correlazione fra il livello microscopico e fenomeni al contrario macroscopici.

A.C. – Una delle cose più interessanti che abbiamo fatto è stata quella di misurare la dimensione frattale. La dimensione frattale è descritta da una formuletta che ti consente di trasformare in un solo numero un processo stocastico complesso, per esempio una forma d’onda quale è quella che descrive l’andamento della bioelettricità di una pianta nel tempo. Ogni forma d’onda è scomponibile in onde semplici, dette armoniche, ognuna delle quali è caratterizzata da una sua frequenza ben definita. Se io disegno l’intensità di ciascuna componente armonica su un grafico in funzione della frequenza, vedrò una nuvola di punti che si dispongono in maniera ordinata. Il parametro di ordine (si definisce così una variabile che misura il livello di ordine di un sistema) di questa nuvola di punti è esattamente la dimensione frattale.
Ora, facendo il calcolo della dimensione frattale sulle forme d’onda della bioelettricità delle piante che abbiamo preso in esame abbiamo visto che si ottiene un insieme di valori molto vicini fra loro. Quando io ho appunto nella dimensione frattale una certa concordanza di valori scopro, attraverso la teoria quantistica dei campi, che questa è l’indicazione chiarissima del fatto che c’è una potenziale correlazione di fase, come si dice in fisica, tra i processi responsabili di questo ordine, nel nostro caso le misure di bioelettricità. Correlazione di fase è un termine italiano che in inglese si potrebbe tradurre come entanglement. Se io ho quindi dei processi che hanno tutti quanti questa stessa distribuzione e sono stati generati da piante differenti è molto probabile che ci sia una forma di correlazione tra le piante.
Simultaneamente alle misure del potenziale elettrico abbiamo anche acquisito attraverso una termocamera la distribuzione della temperatura delle piante, dunque un parametro collegato al calore, e per di più di natura estensiva perché una termografia non è un singolo segnale ma è una collezione di punti, quindi una mappa bidimensionale. Ebbene, calcolando la dimensione frattale dell’andamento delle temperature abbiamo visto che anche in questo caso si verifica una condizione di entanglement fra le piante.
Inoltre, confrontando la dimensione frattale di questi due insiemi di misure fatte, come dicevo, in simultanea, sul potenziale elettrico e sulla distribuzione di temperatura, abbiamo visto che c’è anche tra queste due quantità così differenti una fortissima somiglianza e che pertanto anche fra questi due fenomeni vi è correlazione di fase. Siccome la prima, quella bioelettrica, deriva da processi molecolari, quindi da processi che avvengono nel piccolo, mentre la seconda, termodinamica, è legata a processi macroscopici, trovare la stessa dimensione frattale che fluttua nel tempo della giornata nella stessa maniera è stata per noi una fortissima emozione perché abbiamo proprio visto che c’è un legame fra le due cose e proprio la teoria quantistica dei campi è in grado di giustificare questo aspetto e di legare insieme la termodinamica con i processi microfisici, microchimici, micrometabolici che avvengono nella pianta e che sono responsabili dei potenziali elettrici7.
Lo stato di disarmonia che abbiamo rilevato in coincidenza con l’eclissi è consistito proprio nell’anomalo venir meno del fenomeno di correlazione di fase, che in condizioni normali si verifica tutti i giorni mentre in quel particolare giorno ci siamo trovati di fronte a una situazione di particolare disordine.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – C’è un momento nel film in cui udiamo un monologo di Monica che dice: «L’altro non esiste (…) tutto è un continuo». Ovvero che non c’è una linea di demarcazione netta fra noi e loro, fra io e l’altro ma c’è tutto un insieme di sfumature di diversità, una continuità appunto fra le varie forme viventi. E che il contatto con “l’altro” è solo un primo livello di percezione al di là del quale c’è una comprensione più profonda che conduce alla consapevolezza di questa continuità. Il che poi si ricollega a quella visione dell’evoluzione come cooperazione da cui il film prende avvio. Tu condividi questa visione?

A.C. – Sì, la condivido. E spero che un giorno si possa arrivare a una definizione oggettiva di questi concetti, per esempio attraverso la teoria quantistica dei campi, o comunque la fisica in generale e che si possa anche studiare nelle scuole perché ritengo che sia fondante. La natura ci rende in qualche modo connessi. I fenomeni di correlazione di fase che si possono misurare sulle piante (oltre tutto in maniera semplice perché in fondo è un esperimento che non richiede un grosso sforzo tecnologico) credo che ci portino a conclusioni che poi valgono anche per gli altri organismi, sia le piante sia i funghi sia gli animali e gli esseri umani, e quindi a poter affermare che queste forti correlazioni, che probabilmente noi abbiamo anche la capacità di indirizzare, di creare e sintonizzare, siano alla base della vita empatica. Ovviamente la questione è complessa e molto complicata dal fatto che abbiamo una nostra individualità, quindi tendenzialmente spostiamo il focus della nostra consapevolezza sull’essere individui. È molto difficile uscire da questo e potere veramente comprendere, essere consapevoli dell’unità, cioè del fatto che non esiste grado di separazione in realtà tra di noi.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

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Il discorso sulle tematiche più strettamente correlate al film potrebbe con ciò dirsi concluso, ma Alessandro ha voluto aggiungere qualcosa a proposito di ciò cui sta lavorando adesso, e che in qualche modo rimanda anche a esse poiché getta un ponte fra il mondo delle molecole inorganiche e la materia vivente.

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A.C. – La realizzazione del portale per lo studio della foresta della val di Fiemme è stata per me diciamo una attività collaterale, ma la mia principale attività è occuparmi di sistemi a stato solido. Qualche anno fa, nel 2021, mi è stato finanziato un progetto della Commissione europea per lo studio di sistemi cibernetici liquidi, un concetto sul quale lavoro ormai da quasi dieci anni, e in questi ultimi quattro anni abbiamo sviluppato moltissimo la comprensione dei sistemi liquidi complessi. In particolar modo, io, insieme al collega Giuseppe Vitiello, mi sono occupato di ferrofluidi. Il ferrofluido è una sospensione colloidale formata per il 30% da una fase solida, nanoparticelle di magnetite, che, come dice la parola stessa, è un materiale magnetico, ossido di ferro, e da un solvente che è acqua. Questo fluido risponde a stimoli come per esempio un campo magnetico, con delle proprietà collettive. Noi abbiamo studiato le caratteristiche di risposta ai campi elettrici: applicando un piccolo campo elettrico si riesce a modificare la distribuzione nello spazio di queste particelle. Poi, applicando un altro tipo di campo elettrico ad altissima frequenza, una microonda, si riesce a leggerne le caratteristiche senza perturbare la distribuzione. La scommessa che abbiamo fatto è stata quella di dire: è possibile realizzare una memoria liquida, o un sistema di calcolo liquido, che sia più vicino alle caratteristiche del cervello biologico, che è plastico per definizione, quindi ha delle reti di connessione che si modificano nel tempo, si intensificano o si diradano, essendo questo uno dei processi di comprensione, di learning, come si dice, che il nostro cervello mette in atto. La risposta a questa domanda è stata affermativa; quindi noi siamo riusciti a dimostrare per la prima volta che è possibile sviluppare memorie liquide. Si sa dai tempi di Brown e di Einstein che esiste una cosa che si chiama moto browniano, ovvero che qualsiasi liquido che contenga particelle a temperatura ambiente non è fermo, le particelle si spostano con una velocità che dipende dalla temperatura. Ma come fa questa roba ad avere una memoria? La risposta che ci siamo dati è che le configurazioni spaziali di queste particelle, per quanto dinamiche, abbiano delle proprietà statistiche collettive, che possono avere caratteristiche differenti. Si può tracciare un parallelismo con la società: una collezione di individui, di agenti che, pur avendo la loro individualità, le loro caratteristiche di movimento e di dinamismo, possono strutturare all’interno della società dei nuclei di informazione come una memoria. Qualche tempo fa osservammo un effetto molto interessante facendo un esperimento simile al condizionamento di Pavlov, scienziato sovietico, che fece un esperimento con un cane per studiare come le reti neurali apprendono. Pavlov riuscì a fare in modo che il cane associasse la presenza di cibo al suono di un campanello e osservò che egli poi reagiva al suono come davanti al cibo anche quando questo in realtà non c’era.
Noi abbiamo fatto lo stesso esperimento con i liquidi. Abbiamo preso due contenitori contenenti questo liquido particolare, il ferrofluido, totalmente isolati l’uno dall’altro e abbiamo sottoposto uno solo di essi a uno stimolo elettrico. Essendo i contenitori isolati l’uno dall’altro, non c’è nessun motivo fisico per cui condizionando A debba ottenere un condizionamento anche in B; invece noi abbiamo osservato questo condizionamento anche in B. Ci siamo allora posti il problema di capire quale ne fosse la sorgente, quindi abbiamo sviluppato dei contenitori per il liquido fatti con metallo spesso, perfettamente impermeabili alle onde elettromagnetiche, li abbiamo anche dotati di un rivestimento magnetico per essere sicuri che neanche il campo magnetico potesse passare da parte a parte; erano opachi e quindi neanche la luce poteva passare, abbiamo disaccoppiato il sistema di misura di uno e dell’altro utilizzando una batteria per alimentarlo, quindi non potevano neanche passare informazioni attraverso la rete elettrica che alimenta gli strumenti, per cui a parte la gravità non c’era più nessun canale che potesse collegarli. Ripetuti gli esperimenti, osservato il condizionamento. Ma questo condizionamento si verificava soltanto quando i due liquidi nei contenitori A e B provenivano dalla medesima sorgente ed erano stati insieme, in uno stesso contenitore, per un certo tempo, esposti agli stessi stimoli ambientali. Se io invece prendo liquidi provenienti da due sorgenti differenti questo effetto non si vede. Abbiamo sviluppato una serie di esperimenti molto provanti di verifiche e controverifiche, e anche una impalcatura teorica per andare a studiare con un modello questi effetti e siamo giunti alla conclusione che esiste una correlazione di fase, di natura totalmente quantistica perché non dipende dallo spazio, tra oggetti fisici che si può produrre a temperatura ambiente su oggetti macroscopici. Questo risultato è un effetto di natura quantistica che correla due oggetti fisicamente disgiunti. Nella nostra rappresentazione della realtà spaziotemporale due oggetti fisici separati non hanno nulla in comune ma in teoria quantistica dei campi si può affermare che questi oggetti sono delle manifestazioni di una struttura che esiste prima, a priori: il campo, e grazie al fatto che questa struttura è ubiqua, presente in tutti i luoghi e in tutti i tempi, si aprono delle prospettive estremamente interessanti.
L’aspetto che collega quello che ti sto dicendo con lo studio della foresta è che il solvente che abbiamo utilizzato per questi esperimenti, è acqua, la quale ha probabilmente reso possibile l’osservazione di questo fenomeno grazie al fatto che è una collezione di dipoli elettrici, cioè la molecola d’acqua ha la caratteristica di avere una carica parziale positiva e una carica parziale negativa quindi io la posso descrivere come un dipolo e il dipolo all’interno di un campo elettromagnetico si orienta. La particella di magnetite invece mi serve perché io utilizzo delle microonde per leggere queste caratteristiche e le microonde guarda caso stimolano le particelle di magnetite e producono in loro una risonanza elettromagnetica. La risonanza è un fenomeno collettivo, quando un sistema entra in risonanza si comporta come un tutt’uno. La sabbia può letteralmente liquefare (ovvero inizia a comportarsi come un liquido) se un terremoto la mette in vibrazione alla frequenza di risonanza. Quindi provochiamo un piccolo terremoto controllato nella struttura elettronica delle particelle, e sfruttiamo questa liquefazione per estrarre informazioni utili sull’effetto in questione. Siamo riusciti a vedere questo effetto grazie a una combinazione assolutamente fortuita di casi che sono stati legati sia alla scelta del materiale specifico che a quella della frequenza delle microonde che abbiamo utilizzato. Abbiamo però infine osservato un effetto che potrebbe essere presente – secondo me lo è sicuramente, però devo usare il condizionale perché non l’ho ancora verificato – in tutti gli organismi viventi, la cui composizione non dimentichiamo che è prevalentemente acqua; noi siamo fatti soprattutto di acqua così come tutti gli altri animali, le piante, i funghi. Quindi ovunque ci sia acqua c’è probabilmente questo effetto di natura quantistica.
Che allora mi offre una chiave ulteriore per comprendere fenomeni come l’empatia. Io tendenzialmente non sono una persona molto empatica con gli esseri umani; lo sono sicuramente molto di più con le piante, con i funghi e gli animali, però mi interessa comprendere come funziona l’empatia, e se è basata su un meccanismo di natura fisica allora riesco a comprendere più facilmente tanti aspetti come per esempio anche l’amore o l’odio tra le persone perché questo meccanismo che chiamiamo empatia in realtà è a tutti gli effetti l’azione a distanza che si descrive in quantistica, quella che Einstein denigrò e contro la quale si scagliò in quel famoso articolo Einstein-Podolsky-Rosen dicendo che Dio non gioca a dadi. Questa è la frase che tutti ricordano. In realtà quell’articolo poneva tutta una serie di questioni dicendo: la realtà è oggettiva. Punto. I fenomeni sono locali. Punto. Però, studiando un po’ la storia della scienza, si vede che tutti questi postulati, posti a fondamento di quell’articolo, sono caduti. Noi sappiamo che non è così. Sappiamo che la realtà è non locale. E questa cosa vale tanto per le particelle quanto per gli esseri umani e l’avere osservato questo effetto mi porta a concludere che sia assolutamente necessario secondo me fare un passo in avanti di comprensione e anche di consapevolezza avendo il coraggio di affrontare uno studio che poi male che vada non produrrà niente di nuovo, diventerà una strada chiusa, ma, aggiungo, per come penso e come sento potrebbe invece portare a enormi benefici perché se fosse chiaro che questo è il modo di funzionare del cosmo allora probabilmente uno si domanderebbe se ha senso magari fare una guerra, attaccare qualcuno quando poi comprendi che quello è un’altra emanazione di te stesso.

Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

F.S. – Nel dire che la realtà, descritta in termini di campo, è non locale, dobbiamo chiarire che esiste in questo senso una differenza fra il campo quantistico e la concezione classica del campo in cui una causa si propaga per successione di effetti locali.

A.C. – Infatti, quest’ultimo è un modo di vedere i campi legato all’elettromagnetismo di Maxwell, in cui il campo si propaga con un limite che è la velocità della luce. Il campo quantistico è invece qualcosa di diverso. Sono stati fatti a questo proposito sia in Europa che in Cina degli esperimenti di entanglement tra fotoni molto interessanti. Prendiamo due fotoni gemelli in laboratorio, poi li separiamo e li portiamo in due luoghi differenti. A quel punto quando io osservo il fotone A vedo che è rosso e nello stesso istante il fotone B diventa verde (sto usando una analogia che in realtà non è fisicamente corretta, ma rende il discorso molto semplice8) per un principio di complementarietà e questo accade istantaneamente. Ci si è interrogati a lungo su un tale paradosso perché consapevoli ovviamente del fatto che il limite della velocità della luce non è superabile in nessuna maniera, e dunque come è possibile che facendo le misurazioni veniva fuori che questa cosa era veramente simultanea? La soluzione risiede nel fatto che le particelle non sono distinte ma sono lo stesso oggetto, quindi anche se io le separo in realtà ho comunque sempre due componenti, due manifestazioni dello stesso oggetto. Ecco perché questo passaggio avviene istantaneamente. Questo è interessante anche da un punto di vista applicativo perché lo posso utilizzare per fare telecomunicazioni, cioè posso effettivamente portare a distanza queste particelle con il mio limite di spostamento che sarà comunque quello della velocità della luce e poi generare una sorta di trasferimento di informazioni istantaneo. Se vogliamo guardarlo dal punto di vista teorico la chiave di volta è comprendere che il campo è. Come diceva Monica, la consapevolezza o la coscienza è. Quindi Il campo è, ovunque e in ogni istante, prima ancora delle sue eccitazioni fondamentali o complesse. Le eccitazioni fondamentali o complesse del campo sono le manifestazioni, cioè le particelle, i fotoni, gli elettroni, i protoni, i nuclei, gli atomi, le molecole, gli oggetti di ordine superiore, ma prima di tutto ciò c’è il campo che è già ovunque.

F.S. – Infatti, è un concetto analogo a quello che, con altre parole, Monica enuncia quando dice: «la coscienza è una base line dalla quale emergono e spariscono varie forme e succede che in alcuni momenti le forme che emergono sono una foresta.»

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Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

Si conclude così il mio dialogo con Alessandro Chiolerio e, come il film da cui ha preso avvio, si conclude in maniera aperta. Perché quanto il concetto, strettamente fisico e connesso ai fenomeni microscopici, di campo quantistico possa esser messo in relazione con quello, strettamente psichico, per non dire filosofico, di coscienza, è un problema su cui ancora a lungo si potrà, e direi si dovrà discutere. Certamente il lavoro di Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano ci pone all’inizio di una strada ancora tutta da percorrere ma che, ovunque essa possa portare o non portare, merita d’esser percorsa. Il codice del bosco finisce lì dove comincia questa strada.

Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano in Il codice del bosco, regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, 2025

Trailer ufficiale Il codice del bosco

IL FILM

Il Codice del Bosco (2025)
Regia di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto
Produzione Zenit Arti Audiovisive
Con Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano
Fotografia Stefania Bona
Montaggio Lucio Viglierchio
Distribuzione italiana OpenDDB Distribuzioni dal Basso

NOTE

1 M. Antonioni, Tecnicamente dolce, Einaudi, Torino, 1976, p. XXXIV.
2 Ibid., p. XIX.
3 Ibid., p. 33-34.
4 Ibid., p. 51.
5 I cui risultati sono stati resi noti in varie pubblicazioni fra cui: A. Chiolerio, M. Gagliano et al., Bioelectrical synchronization of Picea abies during a solar eclipse, in Royal Society Open Science, 12: 241786.
6 Qui Alessandro fa riferimento al ciclo di Saros, che è appunto di 18 anni benché questa periodicità si manifesti in luoghi diversi della Terra, ma che ogni tre cicli, dunque ogni 54 anni, interessa lo stesso luogo.
7 Vedi: A. Chiolerio, G. Vitiello et al., Living Plants Ecosystem Sensing: A Quantum Bridge between Thermodynamics and Bioelectricity, in Biomimetics 2023, 8, 122.
8 Non è fisicamente corretta perché il colore di un fotone è la sua frequenza, ma non è la frequenza la variabile osservabile che viene monitorata negli esperimenti di entanglement fotonico. L’analogia è però utile a rendere il concetto più semplice.