In origine è stato un carteggio. Capitolo 1

Francesca Loprieno | Giovanna Gammarota, Tutte Quelle Cose, 2021, courtesy le artiste e Red Lab Gallery

Tutte Quelle Cose_Cultura visiva contemporanea compie 5 anni. Vogliamo raccontare, a chi ci segue dall’inizio e a chi non ci conosce ancora, come è nato questo progetto culturale che continua a resiste, nonostante la bulimia di contenuti visuali presenti nel web. Lo faremo riproponendo la forma originale dal quale ha preso avvio: una corrispondenza a distanza (Milano – Parigi) tra la fotografa Giovanna Gammarota e l’artista Francesca Loprieno. Tutto nasce da un’informale chiacchierata improntata sui reciproci lavori fotografici che si è poi sviluppata in otto testi (quattro capitoli) in cui le autrici utilizzano come filo narrativo l’analisi personale che compiono sul percorso visuale di ognuna per giungere ad affrontare temi portanti e fondamentali del fotografare contemporaneo.
Grazie a un’intuizione di Lucia Pezzulla, gallerista scaltra e appassionata, tutto questo è diventato dapprima un’installazione di quattro video, pubblicati sul canale YouTube di Red Lab Gallery, una forma espositiva che a inizio 2021 era l’unica possibile a causa delle restrizioni dovute all’epidemia di covid-19, e successivamente la base sulla quale è stata fondata la rete di voci e di temi che in questi primi cinque anni ha dato vita al progetto di questa rivista.
Dunque, per festeggiare questo lustro di attività vogliamo tornare insieme a voi agli albori della nostra fondazione riproponendo a cadenza mensile, e fino a giungere ad aprile mese in cui, nel 2021, TQC ha preso avvio, gli scritti che l’hanno ispirata. Siamo certi che la lettura vi appassionerà e vi farà entrare in un mondo che non si avvale di ideologie spicciole e quasi mai di facili contenuti. Un percorso a nostro avviso lento, ma necessario per continuare a discutere e a resistere.

UNA QUESTIONE DI IMMAGINAZIONE – #1

Giovanna Gammarota

Francesca Loprieno, Identi-Kit, courtesy l’artista

Parliamo di Identi-Kit, un lavoro in cui ritrai in dittico una serie di donne ispirandoti alla posa delle foto segnaletiche e coprendo i loro occhi con oggetti diversi. Osservandole mi sembra di cogliere una relazione tra tale oggetto e il soggetto ritratto, come se il senso di questo coprire fosse la testimonianza silenziosa della negazione di qualcosa. Lo sguardo è essenziale nel vivere, permette di  penetrare ciò che ci circonda e attraverso l’elaborazione attuata dall’istinto, dalle nozioni, dalle raffigurazioni, fa sì che si possa formare un pensiero autonomo. Il messaggio più forte che leggo in questo progetto è dunque quello della negazione di tale opportunità, indipendentemente dal luogo di appartenenza (occidentale o orientale, cristiano o islamico, eccetera) che il soggetto fotografato può suggerire.
L’immagine della ragazza con gli occhi coperti dalla banconota da un dollaro, per esempio, pare avere le sembianze di una persona sudamericana, mi fa venire in mente la negazione dei luoghi ai quali questi individui aspirano, come i messicani che entrano negli Stati Uniti clandestinamente: non hanno il permesso di farlo, il loro sguardo non vale nemmeno un dollaro?

Francesca Loprieno, Identi-Kit, courtesy l’artista

Viceversa la ragazza con la calza di nylon sugli occhi sembra avere fattezze più orientali, potrebbe essere musulmana, la sua è una negazione ad avere la possibilità di mostrarsi come le donne occidentali (e potrebbe essere lei stessa a negarselo).
E ancora: la figura con gli occhi coperti da una candela vive come in una condizione di semi oscurità che necessita di una luce in grado di condurla allo scoperto, ma quella della candela è fioca, non illumina abbastanza, essa appare dunque in una dimensione che prospetta un percorso lungo per poter giungere ad un “visibile” che a sua volta si può leggere in diversi modi.

Francesca Loprieno, Identi-Kit, courtesy l’artista

La nudità delle donne ritratte suggerisce inoltre una sorta di stato primordiale al quale sembra si debba tornare per poter ristabilire un equilibrio perduto o addirittura mai posseduto. In effetti una delle letture possibili che vedo, collocando il tuo lavoro “qui e ora” è la rappresentazione di una sorta di processo involutivo del genere femminile il quale non ha mai conquistato una sua indipendenza/autonomia bensì, pur partendo da una ipotetica situazione di parità con il genere maschile – dettata dalla nudità, appunto – non si salva dalla negazione di una prospettiva che di paritetico non possiede nulla ma che al contrario viene relegata in una condizione del tutto asservita. In pratica è come se attraverso la negazione dello sguardo al genere femminile venisse negata la vita e quindi l’agire per sé. Tutto questo poi si tramuta in stereotipi talmente radicati da non riuscire più a distinguersi dalla realtà vera.

Francesca Loprieno, Identi-Kit, courtesy l’artista

Mi pare di capire che questo tuo lavoro riveli da subito la vocazione verso una ricerca personale e intima che intende orientarsi su cosa e dove guardare ma al tempo stesso racchiude un’idea di liberazione che mette in questa posizione delle donne, posizione che potrebbe però essere ugualmente assunta da degli uomini, o più in generale dal genere umano, in quanto lo sguardo non è per sua natura di genere se non nell’accezione imposta dai media, dalla società, dalla cultura convenzionale.
Allora la parola che mi viene spontanea alla mente è “immaginazione”, occorre immaginare perché lo sguardo ci viene negato. Ti chiedo: quando fotografi ti lasci trasportare dall’immaginazione e se sì cosa significa questo per te?

LA MEMORIA E L’ESPERIENZA DEL DOLORE – #2

Francesca Loprieno

Giovanna Gammarota, A piccoli passi. Un treno per Auschwitz, courtesy l’artista

L’immaginazione è sempre stata il punto di partenza del mio lavoro di ricerca. Spesso, molto spesso le mie fotografie nascono dopo che le ho immaginate e direi anche desiderate (il desiderio di ricercare in quell’immagine la mia visione delle cose). Funziona così: si crea L’immaginazione è sempre stata il punto di partenza del mio lavoro di ricerca. Spesso, molto spesso le mie fotografie nascono dopo che le ho immaginate e direi anche desiderate (il desiderio di ricercare in quell’immagine la mia visione delle cose). Funziona così: si crea nella mia mente un’immagine che è il risultato di continui vagabondaggi in luoghi, persone, anime ed esperienze, poi cerco di mettere in scena le cose. A volte però è il luogo stesso a giocarmi brutti scherzi, succede che mentre giro alla ricerca di qualcosa, questo stesso qualcosa diventa un’immagine, un posto che posso animare, che posso far vivere. Un po’ come manipolare la realtà, no?
È una cosa che facevo anche da piccola. Ho sempre cercato angoli che potessero farmi vedere le cose da un punto di vista differente, ricordo che a casa dei miei genitori spesso mi nascondevo dietro una pianta e mi divertivo a vedere oltre, facendo giochi di messa a fuoco tra le foglie e l’ambiente circostante, a volte erano le foglie ad essere sfocate, a volte era la figura di mia madre che gironzolava per la casa. L’immaginazione è l’espediente quotidiano di cui mi piace alimentarmi, come se fosse una stanza, una stanza tutta per me.

Giovanna Gammarota, A piccoli passi. Un treno per Auschwitz, courtesy l’artista

Ed è esattamente quello che è successo quando ho visto per la prima volta il tuo libro A piccoli passi. Un treno per Auschwitz. Ho cominciato ad immaginare. Sono partita nell’osservare subito le foto mentre intorno a me il vocio della gente si faceva sempre più forte, sempre più fastidioso, sempre più invadente (ero in aereo). Ho letto le immagini così come mi si presentavano nel libro. Fotografie in bianco e nero di gente in viaggio in treno, molto probabilmente verso un luogo che ancora non avevo ben compreso, ma immaginavo. Subito dopo ho trovato delle sequenze di immagini tutte a colori. Ne restai colpita e mi chiesi, così senza troppi preamboli: come mai l’utilizzo del colore? Non mi soffermai più di tanto a pensare.
Continuai la lettura (solo delle immagini). A colpirmi fu l’immagine di pagina 33: La campagna morava vista dal treno durante il viaggio di andata. È da lì che ricevetti la prima lieve scossa di emozione. C’era qualcosa che da subito mi mise in relazione con le immagini da me prodotte nel progetto Passaggi nel nulla anche se mi resi conto che le motivazioni di partenza che mi portavano a vedere delle similitudini in questi progetti, erano ben diverse. Mi chiesi: è possibile poter parlare di cose differenti utilizzando uno sguardo simile? Pagina 35: Bosco di betulle ai margini della strada ferrata il paesaggio fotografato era suggestivo, vedevo gli alberi come piccoli filamenti luminosi (illuminati dal sole) che si innalzavano verso l’alto portando il mio sguardo non più in direzione del viaggio che sembrava proseguire invece verso la direzione Est.

Giovanna Gammarota, A piccoli passi. Un treno per Auschwitz, courtesy l’artista

A piccoli passi è un lavoro delicato, ma nello stesso tempo complesso, leggero, e pur greve. Un insolito viaggio, un diario intimo e personale su una tragedia collettiva. Le immagini citate sono solo alcune di quelle che mi hanno più colpito. Il racconto (se di ciò si può parlare) è quello di una tragedia, eppure nella tua ricerca, nulla è scontato, nulla è comune, non ci sono visioni di immagini di riferimento ad un immaginario collettivo. Non una goccia di sangue tipica di un assurdo e sfrenato fotogiornalismo contemporaneo, non una presenza umana sofferente (alcune ci sono, ma di passaggio, pura casualità, quindi) non una traccia di oggetti rotti, non un rumore, non un dolore, non un affetto, solo un passaggio capace di racchiudere l’unicità di tutto ciò che è stato e di aprire le porte ad altri possibili mondi e modi di rappresentazione.

Giovanna Gammarota, A piccoli passi. Un treno per Auschwitz, courtesy l’artista

Capisco allora che solo “a piccoli passi” è possibile vivere l’esperienza profonda di ogni cosa. Considero, quindi, il tuo lavoro su Auschwitz un esempio lucido e concreto di come dovrebbe essere vissuta la vita in generale, vivendo in pieno l’esperienza e trasformandosi con essa.
Partendo da questo lavoro ho poi visionato tutti gli altri. Ti chiedo: a differenza dei miei progetti i quali, anche a tuo parere, tendono a rappresentare spesso e volentieri il nulla durante il processo di esistenza, a me sembra invece che tu attraverso lo stesso nulla cerchi costantemente di ritrovare o riproporre frammenti di storia, una storia che non esiste più e che può essere rappresentata solo attraverso delle testimonianze (nell’immaginario comune) più concrete. Le tue immagini invece sono prive di ogni riferimento che conduca all’esperienza del dolore (almeno apparentemente) e tendono a riproporlo in maniera lucida e rispettosa per certi versi anche in modo molto delicato direi, quasi materno, come se ci fosse un senso di protezione nei confronti di esso. Il tuo lavoro è “memoria” e invita lo spettatore a non scontrarsi contro l’ovvio ma ad immaginare una storia alternativa alla storia stessa.

La domanda è: tu come vivi questa esperienza?

Per chi volesse “ascoltare” la lettura di questo primo capitolo lo si trova sul canale YouTube di Red Lab Gallery.