Continua il percorso di avvicinamento al nostro quinto anniversario che cadrà ad aprile. Mediante il dialogo tra Giovanna Gammarota e Francesca Loprieno, che man mano diviene sempre più intenso, vogliamo condurre il lettore al cuore del nostro progetto culturale nel quale continuiamo a credere con lo stesso entusiasmo di quando abbiamo iniziato. L’avanzare di questa riflessione “a due” mostra infatti in nuce quella che poi sarà la struttura della rivista: una discussione sui linguaggi artistici contemporanei tra loro intersecati, attraverso cui passa il pensiero per approdare, ci auguriamo, ad una maggiore consapevolezza critica.
Lo scambio, nato per confrontarsi sui reciproci lavori, è illustrato dalle immagini di Francesca per il testo di Giovanna e viceversa.
LA LIBERTÀ DI GUARDARE – #3
Giovanna Gammarota

Tu paragoni l’immaginazione ad una stanza tutta per te. Potrei dire la stessa cosa per ciò che riguarda il significato della memoria nel mio lavoro senonché la memoria, come del resto anche l’immaginazione, non possiede una valenza unicamente personale, essa è molto spesso un elemento che accomuna svariate persone in relazione a un vissuto storico il quale, di riflesso, incide con precisione chirurgica ogni singolo individuo in maniera differente. Dunque per me la memoria è equiparabile a un cammino, non è statica ma si modella attraverso l’esperienza, assume fattezze e significati diversi con il progredire di essa. Come ho spesso avuto modo di raccontare, il significato di memoria e esperienza si è palesato in me con chiarezza illuminante a partire dalla scomparsa di mio padre avvenuta nel 2002. In precedenza questi due elementi formavano un groviglio di sensazioni indescrivibile che cercava una propria strada per potersi esprimere al di fuori di me.

Per lungo tempo ho pensato che la scrittura potesse essere una di queste strade, e lo penso tutt’ora, tuttavia è stato nel momento “casuale” in cui ho avuto per la prima volta tra le mani un dispositivo fotografico che mi sono resa conto di avere un’altra possibilità. Ho quindi cominciato a riprendere lo spazio attorno a me con la precisa sensazione di cercare qualcosa che non c’era – il paese in cui mio padre era nato non poteva più essere attraversato da lui, è da lì che ho iniziato – al contempo però mi rendevo conto che anche le immagini scattate prima di questo evento erano un po’ come alla ricerca di una collocazione: mancava qualcosa che desse loro il senso della direzione in cui andare.
È per questo che il tuo lavoro sul paesaggio mi ha attratta particolarmente, per reazione all’assenza di memoria di cui viceversa il mio è pregno. I luoghi da te ritratti appartengono al tuo tempo, sono testimoni del presente prima ancora di rappresentare un “esistito”. Si sono come adeguati all’indifferenza umana che li attraversa configurandosi in una modalità di anonimato tale quale quella che l’essere umano è chiamato a vivere oggi. I territori si mostrano completamente privi di storia e al contempo sembrano volersi adattare alla storia personale di chi li attraversa. La presenza umana sembra voler ridare loro una connotazione più precisa ma ciò non avviene: l’umano è come inglobato nel luogo divenendo uno degli elementi del paesaggio. Questo è particolarmente evidenziato in “Passaggi nel nulla” dove il territorio non è più un luogo ma diviene una sorta di contenitore del niente che non rappresenta solo il nulla fisico: quel nulla è l’invasione del non essere.

Appare molto difficile recuperare un’identità nelle tue immagini. Essa è automaticamente negata sia alle presenze umane sia ai luoghi che attraversi. È il mal di vivere del contemporaneo che non attribuisce alcun senso, che appiattisce ogni cosa annullando quello spessore che la Storia ci ha consegnato. Viceversa io lavoro con la Storia, con quella memoria che cerca di assistermi nel mio girovagare per i luoghi laddove questi subiscono il quotidiano martirio che li immola alla realtà che vuole ogni cosa omologata. Cerco le tracce che non trovo più, e dunque immagino – ancora questa parola. Mi chiedo cosa resterà della tua Storia, così inespressiva, se già di quella che ritraggo io non rimane molto. Cerco un motivo per capire se questi tuoi luoghi continueranno la loro esistenza, fino a quando, e cosa saranno quando verranno ricordati.

Nonostante ciò non tutto è così privo di senso: se si osservano il cielo e il mare rappresentati nelle tue immagini della serie Stati migranti si scopre invece che una percezione è ancora possibile. Alzare lo sguardo verso il cielo appare come una sorta di “salvezza” del guardare, le contaminazioni qui sono più piccole e discrete, tutto è più libero. È questa libertà che cerchiamo? La libertà di guardare? Cosa occorre per “liberare” lo sguardo? È emblematico che ciò avvenga in quello che definisci stato “migrante”. Per ristabilire quell’equilibrio naturale e personale completamente perduto occorre “far migrare” lo sguardo, imprimere ad esso una sorta di pulizia che lo ricondurrà a provare nuovamente la capacità di relazionarsi con il mondo che ci circonda. I nostri saranno occhi nuovi.
Dunque la domanda che mi sono posta e che ti pongo è: ora che hai fotografato il cielo come farai a fotografare altro?
TRA IL POSSIBILE E L’IMPOSSIBILE – #4
Francesca Loprieno

Ripercorrere i passi, rivivere la storia, ritrovare tuo padre. Non so! Direi che è come se tu fossi partita dall’anima di qualcosa, in fondo le fotografie sullo stesso lavoro lo dimostrano abbastanza. Non vi è la minima presenza di un passaggio. Le immagini sono cariche di un silenzio metafisico, sono contemplative, mi sembra che siano prossime alla conservazione di uno stato di grazia. Un’altra vita? Un altro mondo possibile?
Può la fotografia essere così pregna di evocazione? È proprio questa la domanda che mi sono posta dinanzi al lavoro fotografico su tuo padre. Tra le fotografie che osservo trovo il vuoto e l’anonimato, le presenze sono lievissime. Le immagini si lasciano osservare nel loro silenzio e sembra quasi che un qualsiasi rumore esterno possa distogliere l’attenzione da quell’illusoria attesa di un possibile avvenimento. Un percorso emozionale direi tutto pregno di ricordi. È come se tu avessi ricercato in quei passi qualcosa da fermare o il ritorno di qualcuno.
Il lavoro su tuo padre è anche un lavoro sulla contemplazione del paesaggio, sulle attese, e quindi sulla memoria, è evocazione. Un lavoro che mi ha fatto avvertire un enorme senso di silenzio, un lavoro che si lascia osservare con rispetto, come se non fosse possibile invadere la velatura di protezione che tu stessa hai messo dinanzi alle immagini. Un rispetto nei confronti della storia, mi sono chiesta, un rispetto non solo intimo e personale ma anche sociale e forse politico.

Penso che tu ricerchi (in tutta la tua produzione) in maniera molto evocativa, un qualcosa che non esiste più. Questo credo sia una caratteristica che ci accomuna. Per fare ciò devi attendere che ci sia l’assenza di qualcosa o qualcuno. Io svolgo la mia ricerca nell’attuale mondo della rappresentazione e tu forse a partire dallo stesso mondo attuale cerchi di ricostruire il passato. Questo mi fa pensare che entrambe partiamo da ciò che di più comune e intimo ci appartiene, potrebbe essere l’esperienza del vuoto? Il senso di smarrimento? tu cerchi di ritrovare qualcosa mentre io cerco di liberarmene.
Se dovessi creare una relazione tra i nostri lavori mi viene in mente: COSTRUZIONE / RICOSTRUZIONE (il confronto potrebbe essere senza alcun dubbio generazionale). Una percezione è ancora possibile? Mi chiedi quando osservi il mio lavoro Stati migranti. Io ti risponderei di sì.

Ho cominciato a guardare il cielo quando mi sono resa conto di non poter guardare il mare. Ho seguito il mio flusso migratorio senza farmi troppo trasportare dalla logica. Il mio è un bisogno di libertà, un bisogno di potersi riconoscere in ogni luogo. Questo mi ha sempre portata a guardare l’orizzonte, un orizzonte che spesso comprendeva solo case, industrie, polvere: quei luoghi non erano la mia terra, non il mio mare. Nell’impossibilità di volgere gli occhi lontano, li ho alzati al cielo.
La condizione di continua migrazione (comune alla maggior parte dell’umanità), mi ha spinta a raccogliere in maniera quasi ossessiva piccoli frammenti di cielo e di mare a seconda delle città che ho attraversato e che ancora attraverserò. Piccoli formati d’immagini, lievi presenze di architetture che connotano lo spazio ma nello stesso tempo lo annullano. Ho tracciato un profilo (il profilo del mio sguardo) ponendo una distanza tra me e le cose, e mi sono resa conto che quelle stesse cose mi appartengono. Gli alberi, gli scogli, i rami, il sole che tenta di esplodere attraverso le foglie sono lievi presenze, sfumature evocative e suggestive della mia visione e del mio stato di essere “migrante”, io stessa, in tutto ciò che mi appartiene.

Ognuno di noi ha bisogno del proprio possibile per non soffocare, io guardo il cielo per ampliare il mio sguardo e penso che solo così esso possa nutrirsi immensamente. È un esercizio dell’anima. Adesso non so cosa fotograferò, ma posso dirti che sono pronta a nuove ed immense sfide.
Ti chiedo: e tu, hai trovato il tuo possibile?
Per chi volesse “ascoltare” la lettura di questo secondo capitolo lo si trova sul canale YouTube di Red Lab Gallery.



