“Niente è come sembra. Questo è il concetto dal quale parto ogni volta che ho l’urgenza di raccontare una storia che trovo perfettamente aderente ai tempi che corrono. Viviamo in un’epoca dove l’apparenza conta più della sostanza, dove in ogni aspetto della nostra vita, lo slogan roboante fa più presa della verità dei fatti. Ci si informa attraverso i titoli, molto spesso fuorvianti, non si approfondisce, non si riesce a scindere le fake news create ad arte per manipolare le coscienze dalle vere notizie, non si va alla profondità delle cose, ci si ferma alla superficie. Questo modus operandi riguarda ogni aspetto della nostra vita quotidiana dalla politica che ne è protagonista assoluta, alla vita sociale, dal consumo fino alla fotografia.
Si, la fotografia.
Tutti i giorni veniamo sommersi da immagini di ogni tipo, molto spesso ripetitive, che seguono la moda del momento, sottoposte ai trattamenti estetizzanti proposti dagli innumerevoli filtri presenti sui dispositivi con cui scattiamo e altre diavolerie varie che rendono ogni individuo bello, magro, sano. È scomparsa la bellezza dell’imperfezione che mostrava la straordinarietà del reale, unico e vitale. Siamo difronte a un mondo che rende la finzione verità. È da questo assioma che sono partito per raccontare i miei ultimi tre lavori fotografici. Da appassionato del cinema di Sergio Leone ho immaginato una trilogia: Dio Patria Famiglia, tre concetti che assieme formano uno slogan tanto antico quanto attuale, molto superficiale, come chi lo pronuncia.
Fotografare per me è stata sempre una necessità, un modo per esprimere ciò che mi sta a cuore e che sento vicino. Per questa ragione ho l’urgenza di accompagnare il mio lavoro commerciale con altri più autoriali e personali. Lo scopo è quello di far prendere loro una forma che possa essere fruita: mostra, libro o installazione che sia.
Nel perseguire questo obiettivo mi sono spesso trovato in difficoltà sia logistiche sia di tempo, poiché non ho la possibilità di spostarmi dove, quando e come vorrei, ma l’esigenza di realizzare questi progetti è stata ed è talmente forte da prevalere su ogni ostacolo. Questo mi ha spinto a stimolare l’utilizzo di una capacità che ogni essere umano possiede: l’immaginazione.
Questi tre progetti nascono infatti a “chilometro zero”, in genere l’idea viene sviscerata, sviluppata e realizzata nel paese in cui vivo – Tuoro sul Trasimeno, in provincia di Perugia – o in quelli immediatamente limitrofi, a dimostrazione che non si deve per forza arrivare in India per raccontare una storia.

Il primo capitolo di questa trilogia, Patria, riguarda un concetto tornato molto in auge grazie al vento di sovranismo che soffia un po’ ovunque in Europa e non solo, che ha stimolato in me molte riflessioni. Una di queste parte da un presupposto che si perde nella notte dei tempi, ovverossia: se ci pensiamo bene molto del male del mondo origina da un concetto che “fisicamente” non esiste, ma che gli uomini si sono inventati: il confine.
Si fanno guerre per allargare il confine, se ne dichiarano altre per difenderlo, si evocano blocchi navali, si richiamano identità, si fanno gare testosteroniche per prevalere sul vicino, si affrontano sfide commerciali. Tutto per un concetto che gli uomini hanno sentito il bisogno di inventare perché la realtà vera è invece quella raccontata da Jurij Gagarin durante il suo storico viaggio nello spazio del 12 aprile 1961: «Da quassù la Terra è bellissima senza frontiere né confini» affermò l’astronauta russo. Quando ho quindi scoperto la storia della Repubblica di Cospaia ho sentito che era venuto il momento di studiare a fondo questo tema in un luogo che è stato, a mio parere, la rappresentazione perfetta di tale affermazione.

In Protocollo K. si narra la storia della Repubblica di Cospaia, un microstato posto tra le attuali Umbria e Toscana, realmente esistito tra il 1441 e il 1826, il cui sostentamento derivava principalmente dalla coltivazione di tabacco e dal suo contrabbando. Nata per un errore cartografico tra lo Stato Pontificio e la Repubblica Fiorentina, Cospaia resta nella storia un caso unico di repubblica anarchica, senza leggi se non quella della suprema “Perpetua et Firma libertas”. Un luogo che oggi nel quotidiano appare anonimo e scontato ma che è intriso di una storia che lo rende speciale e idealizzato. Per raccontare questa esperienza durata oltre quattrocento anni e conclusasi da quasi duecento, ho immaginato che la stagione di Cospaia non fosse terminata nel 1826 ma fosse continuata fino al 1930 in piena era fascista, perfetta antitesi del modello Cospaia ovvero il concetto di uomo forte al potere di una nazione, contro un microstato in cui viceversa vige la libera e pacifica convivenza tra le famiglie senza capo alcuno.

Indosso perciò i panni dell’agente “Mosca” dell’O.V.R.A. inviato presso la Repubblica di Cospaia per raccogliere quante più informazioni, documenti e fotografie al fine di compilare un protocollo che suggerisca ai suoi superiori il da farsi. Una true fiction per riscoprire un luogo e una storia dimenticati in cerca di ideali perduti e utopie possibili, realizzata riscoprendo un vecchio sogno nel cassetto: viaggiare nel tempo come un Marty McFly dei nostri giorni.
Famiglia è il secondo capitolo di questa trilogia, strettamente legato al primo. Un’altra parola troppo spesso usata dalle istituzioni, dalla politica e dai media come slogan vuoto piuttosto che pieno della sostanza di cui è realmente costituita. Cosa è famiglia? Secondo me ogni luogo dove esistono due o più esseri che assieme decidono di condividere un progetto. Ciò su cui si fonda la famiglia è il legame affettivo, ed è proprio da questo legame che nasce Chère Maman, il diario del viaggio di Aboubacar Diallo, Buba per gli amici in Italia, partito da solo dalla Costa d’Avorio e arrivato dopo due anni proprio a Tuoro sul Trasimeno.

In questo progetto confluisce in modo immaginifico il racconto poetico che il ragazzo fa del viaggio, delle fatiche, dei sacrifici e delle emozioni alla madre che nulla ha potuto vedere di questa odissea. Una versione fotografica de La vita è bella realizzata eliminando il facile sensazionalismo da tragedia e trasformandolo in una straordinaria avventura.

Partito a soli quindici anni, senza avvisare la famiglia, in cerca di un futuro migliore per sé e per questa, il ragazzo ha attraversato confini, trovato lavori disparati per pagarsi il viaggio e percorso migliaia di chilometri su cinque diversi mezzi di trasporto, rischiando ogni volta la vita. Nella ricostruzione del percorso tutti gli scatti sono stati ambientati a Tuoro sul Trasimeno, la sua nuova casa, con l’intento di mostrare alla madre il posto in cui ora vive.

Buba si fa così parte attiva nel racconto dei propri ricordi i quali, sepolti e dispersi, riaffiorano grazie alla parola e alle fotografie del suo archivio personale che è riuscito a salvare. Attraverso una intenzionale contaminazione di stili e linguaggi (foto tessera, foto d’archivio, ritratti, still life, reportage e staged photography) narro la storia di Buba come una grande avventura, con l’intenzione di avvicinare l’osservatore al viaggiatore, andando oltre gli stereotipi e gli slogan diffusi, in una vicinanza empatica.

Attualmente sto lavorando al terzo e ultimo capitolo di questa trilogia ovvero Dio. Un tema difficile ma necessario, specialmente in un Paese come il nostro da sempre legato alle sue tradizioni cattoliche. Quanto c’è di sacro e spirituale oggi nel rapporto che i credenti hanno con Dio? E quanti falsi profeti strumentalizzano la religione per i propri scopi personali? A partire da quest’ultima domanda è iniziato un percorso del quale non voglio ancora svelare troppo, ma che si basa su vicende realmente accadute. Come sempre mi succede tutto è cominciato con l’inseguimento di una direzione immaginaria che poco per volta è diventata realtà perché come diceva Jean Baudrillard: «L’immagine è più importante della realtà. L’immagine è la realtà».
Nel mio lavoro gioco con l’ambiguità, l’ironia, la messinscena e il senso di realtà, opero con l’intento di mettere in crisi lo sguardo dello spettatore per condurlo, mi auguro, ai confini tra ciò che è vero e ciò che appare, provando a stimolare in chi guarda un processo intellettivo da traslare nella vita di ogni giorno.
Perché, niente è come sembra.
Il sito di Fabio Magara



