Se scavo dentro ai miei ricordi, l’utilizzo della fotografia è stata una casualità, la conseguenza di eventi che non avevo pianificato.
Per caso, quando si è fatta intensa la necessità d’essere e di sentirsi, stavo guardando attraverso il mirino di una macchina fotografica e da allora quella cornice ha segnato l’esigenza di realizzare il mio bisogno di vita per mezzo dello sguardo.
Grazie alla fotografia ho potuto desiderare di stupirmi, meravigliarmi e incantarmi. Mi capita spesso di perdermi e sentirmi sopraffatta, ma realizzare immagini fotografiche è sempre stato un modo per alleggerire il peso dovuto allo smarrimento.
Rallentare, fermarmi, guardarmi intorno e farmi guidare da quello che mi affascina o non riesco a non fotografare per potere, ogni volta, riprendere coscienza di me e di quello che mi circonda. Le fotografie possono essere oggetti meravigliosi e la loro ricerca mi ha aiutata e mi aiuta a dispormi nei confronti del mondo.
In passato mi sono chiesta come potesse il semplice gesto del guardare e del fotografare consentire una coscienza di sé e dell’altro.
Soprattutto mi domandavo come potevano le immagini fotografiche, sempre identiche a se stesse, immobili e silenziose, essere in grado di dilatarsi oltre la propria superficie generando senso. Negli anni mi sono accostata a quelle che oggi definirei immagini poetiche, attraverso cui ho potuto riconoscere peculiarità (significative per me) di cui sono fatti il corpo dell’immagine e il gesto fotografico.
Forme altre, non propriamente fotografiche, attraverso cui ho tracciato le motivazioni per orientarmi all’interno della pratica fotografica che svolgo. Dalle mie prime considerazioni prende forma Del Giardino, una riflessione fotografica dove ho imparato dell’immagine e del fotografare attraverso la forma dell’isola e del giardino arabo, un’architettura rurale dell’isola di Pantelleria.

L’isola è una porzione di terra circondata dal mare.
È una conformazione che coniuga peculiarità opposte che si distinguono e definiscono l’una in rapporto all’esistenza dell’altra: forma chiusa e anche aperta, separata e insieme contigua al mare, finita e infinita.
In maniera simile all’isola, l’immagine fotografica, una porzione di spazio e di tempo circoscritta, è un punto separato dal resto del mondo, dal fuori campo fotografico vasto e possibile.
Ne L’atto fotografico Philip Dubois parla di una relazione che esiste nell’immagine fotografica tra il suo interno e il suo esterno: «Lo spazio fotografico, in quanto taglio […] vale a dire in quanto spazio sempre necessariamente “parziale” (in rapporto all’infinito dello spazio referenziale) indica dunque per costituzione un resto, un residuo, un “altro” […]».1
L’inquadratura, in quanto porzione estratta dalla realtà, attesta la presenza del fuori campo per un principio di contiguità: questo, non incluso nello spazio dell’immagine, anche se assente, lo si sa presente, accanto.
Scrive Tommaso Ariemma che persino pensando qualcosa la isoliamo e «la nostra “anima” diventa il mare che la circonda: pensare è isolare. Pertanto, per il fatto stesso di essere pensata, ogni cosa assume la forma di un’isola. Questo però vuol dire anche che ogni cosa in tal modo, non diventa solo se stessa ma viene accompagnata da un elemento separatore. Questo vuol dire isolare: legare qualcosa a un elemento separatore».2
L’immagine fotografica, l’inquadratura entro cui si inscrive l’oggetto rappresentato, evoca l’insularità e le peculiarità grazie alle quali la delimitazione/separazione può produrre relazione e trasformazione.


È forse possibile, grazie alla capacità di osservare e relazionarsi nei confronti di un paesaggio, rendere manifeste forme e funzioni derivate da questo.
Nel giardino arabo di Pantelleria ho riconosciuto una di queste forme.
Si tratta di un muro costruito in pietra a secco, alto dai tre ai quattro metri e di diametro variabile sino a dieci metri, generalmente di forma circolare.
Il giardino ha lo scopo di proteggere un albero d’agrume dal clima ventoso e arido. Le mura che dividono l’esterno dall’interno consentono di creare un microclima differente e la sommità, rivolta all’interno, convoglia l’umidità e la condensa della notte ai piedi dell’agrume, garantendo una costante presenza d’acqua anche nei mesi estivi.
Per la monumentalità che questo possiede, è forse difficile immaginare, per chi non ne è al corrente, che all’interno sia custodito un singolo albero d’agrume.

Come fa notare Giuseppe Barbera, erigere una struttura simile per un solo albero d’agrume non è giustificabile per la sola produzione dei frutti: «Coltivare gli alberi di agrume, erigere per loro un giardino, è fatica non giustificabile per i soli frutti ed è infatti quasi sempre sostenuta dalla necessità del piacere e della bellezza provati per la forma armoniosa e l’ombra fitta della chioma sempreverde, il fogliame lucido, la corteccia cuoiosa, il colore e il profumo dei fiori e dei frutti che si succedono ininterrottamente nel corso delle stagioni».3

I frutti degli agrumi hanno un’ottima resistenza ai trasporti e, data la vicinanza con l’isola, questi possono arrivare dalla Sicilia o dalla Tunisia.
Nel giardino pantesco, però, quello che vi è custodito non è solo un albero con i suoi frutti, ma l’esperienza stessa di questo. Il solo consumo di un’arancia giunta per mare, non lo può sostituire.
Ho riconosciuto in questo saggio di intenzioni e funzioni, sintetizzate nel giardino, un punto di riferimento prezioso attraverso cui cercare di realizzare la mia attitudine al gesto fotografico. Il muro circolare che fa da confine all’albero è un segno che evoca l’inquadratura e di questa, oltre che la possibilità di potersi porre direttamente nei confronti di un soggetto e quindi del mondo, anche una potenziale attitudine a proteggere e custodire qualcosa di importante e rilevante, un bene prezioso.

Mi sono più volte interrogata su cosa reputo prezioso.
Ci sono diverse cose che attraverso la fotografia vorrei preservare in quanto tali.
Tra queste ci sono eventi e cose che riguardano i luoghi del vissuto più personale.
La casa è un’unità fatta di spazi e oggetti che recano le molteplici memorie, abitudini e visioni di cui siamo fatti. Questa in quanto spazio che viviamo, è luogo confidenziale, superficie su cui può imprimersi il nostro riflesso e le cose che ci riguardano: passate, presenti e future.
Penso alla propria scrivania, superficie su cui manifestiamo le coordinate dei nostri pensieri, alla finestra in soggiorno, destinazione di un desiderio di alterità o all’armadio, custode delle versioni di noi che per Gaston Bachelard è anche spazio che non si «apre davanti a chiunque».4
Ci sono oggetti che hanno un significato particolare e altri che usiamo distrattamente, quelli che smarriamo e quelli che disponiamo con rigore. Tutte queste superfici e oggetti si intessono con le nostre scelte, con i nostri ricordi, con le nostre abitudini e con il nostro vissuto più quotidiano, ripetuto e forse per questo trascurabile.
Il luogo abitato è dunque spazio privilegiato per sperimentare il manifestarsi del nostro essere più intimo, «uno strumento di analisi per l’anima umana».5
C’è un’esperienza del guardare, legata a questa dimensione più intima e personale dell’abitare, che quando si manifesta, mi dà la sensazione di potere quasi toccare con lo sguardo l’oggetto che l’ha suscitata e di potere a mia volta esserne toccata.
Gli oggetti di cui parlo, a differenza di quelli propriamente collocati come una scrivania o il ricordo delle vacanze esibito sulla libreria, sono più effimeri. Più che oggetti li chiamerei “eventi passeggeri”, intrecciati anch’essi con il nostro vissuto quotidiano e personale. Piccoli eventi, non collocati ma transitori e in divenire, per cui sento l’esigenza di preservarne la traccia.

È proprio dall’esigenza di conservare questi momenti transitori dell’abitare che nasce percontatto una riflessione fotografica in corso, iniziata nel 2024.
Questa è strettamente connessa all’esecuzione di piccole stampe realizzate a contatto, ovvero facendo aderire la superficie del negativo a quella della carta. Il contatto a cui allude il titolo non è soltanto quello eseguito con la stampa, ma anche quello attuato dallo sguardo al momento dello scatto che testimonia l’esistenza di questi eventi passeggeri.
La pratica della stampa in camera oscura, attraverso cui realizzo questi piccoli oggetti, è uno strumento ideale per soffermare la visione, approfondire un unico punto di vista, perdersi e ritrovarsi in quell’unica immagine, più e più volte.
Data la natura casuale di questi eventi, ho deciso di lasciare sedimentare gli sguardi, non cercare forzatamente immagini fotografiche ma lasciare che queste si svelino lentamente e che si presentino da sole alla mia attenzione.
Intendo, anno dopo anno, raccogliere le osservazioni che dedico al contesto dell’abitare per sperimentare quanti di questi eventi lo spazio, limitato e circoscritto della casa, può custodire.

C’è a proposito del limite un’interpretazione che mi è rimasta cara, legata alla pratica della danza, nello specifico all’improvvisazione che ho avuto modo di sperimentare molti anni fa: il concetto per cui una limitazione non riduce le possibilità, ma al contrario, le può stimolare e suggerire.
Per poter rendere sincera ed efficace un’improvvisazione bisognava legarsi ad un vincolo. Stabilire un preciso ambito di azione, un movimento o una qualità specifica di questo, in maniera da poter scoprire nuove possibilità e nuove strade espressive.

Forse proprio dalla pratica dell’improvvisazione è nato in me un desiderio di ricerca e conoscenza che, a causa delle debolezze e delle sconfitte di cui sono anche fatta, non ho applicato al movimento. Il fascino per certi metodi, da cui in passato ho tratto coscienza e visioni, ha fatto si che, seppur impiegati in modalità differenti da quella del movimento, i principi dell’improvvisazione continuassero ad essermi d’ispirazione.
La riflessione fotografica che forse, prima di tutte, nasce dal desiderio di mantenere possibile questo approccio conoscitivo, anche per mezzo dello sguardo, è Variazioni sull’Etna, una ricerca in corso sul paesaggio etneo.

I soggetti protagonisti di questa riflessione sono i coni di scorie, manifestazioni dell’attività vulcanica dell’Etna e testimonianze visive di passate eruzioni, anche molto antiche, avvenute nel territorio. Formati dall’accumulo di frammenti vulcanici intorno a una bocca eruttiva, oggi, ormai inattivi, assumono l’aspetto di piccole colline.
Queste forme così peculiari, sono immagini di eventi che hanno avuto un notevole ruolo nel definire la storia e la morfologia del territorio etneo. Basti pensare all’eruzione storica del 1669 che, originatasi dai Monti Rossi, ha modificato la morfologia di buona parte della città di Catania. I coni di scorie sono immagini delle variazioni determinate dalla natura vulcanica di cui il territorio è il riflesso, forme sparse su tutta l’area etnea, attraverso cui sperimentare la visione paesaggistica entro cui si colloca il vulcano Etna e le varie sfaccettature che compongono la sua unità.

C’è uno spazio di osservazione, apparentemente meno vasto del territorio etneo, entro cui mi sono ritrovata smarrita. Un altro luogo abitato, ma dall’assenza di chi non c’è più.
Ho scoperto che il vuoto è uno spazio molto grande che lascia senza riferimenti, specie quando non c’è più modo di colmarlo.
Quando mia zia è morta, quasi due anni fa, ho sentito un grande dolore che non credevo di poter provare. Era una figura di riferimento, in cui mi rispecchiavo da bambina e da cui ho appreso molte cose, dal leggere e scrivere all’attitudine per l’arte e la creatività. Non avevo mai conosciuto la morte prima della sua perdita. Avevo solo provato ad immaginarla, ma sentirla sul mio cuore e non solo dentro la mia mente, ha provocato uno strappo e un dolore che nessuna immagine, ho scoperto, è in grado di imitare. Quando ho appreso della sua assenza, sono immediatamente emerse dentro di me le immagini che non avevo trattenuto e custodito: l’ultima chiamata mai fatta, gli abbracci non dati, i segreti mai rivelati, il ritratto di lei che ho continuamente rimandato. Quest’ultima è forse la cosa che nel mio cuore pesa più di tutte, perché ha significato perderla due volte.

Sto tentando di orientarmi all’intero dei vuoti che via via emergono. Non so di cosa si tratta, né se prenderà una qualsiasi forma. Ma se è vero che le superfici di una casa recano il riflesso di chi le abita, le immagini che sto realizzando sono forse l’occasione che mi sono data per fare il ritratto che ho sempre rimandato.
NOTE
1 Philippe Dubois, L’atto fotografico, tradotto da B. Valli, Quattrocento, (1996), p.167.
2 Tommaso Ariemma, Al mondo ci sono solo isole – Filosofia dell’intensità, Diogene Edizioni, (2016), p.12.
3 Giuseppe Barbera, Il giardino del mediterraneo, ilSaggiatore, (2021), p.145.
4 Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, (2015), p.106.
5 Ibidem, p. 28.
Ardesia Coco (Catania, 1990) ha studiato Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania e nel 2018 ha conseguito un Master in Fotografia per i Beni Culturali presso l’ISIA di Urbino. Durante i suoi studi ha frequentato workshop tenuti da fotografi e artisti come Mario Cresci, Jason Fulford e Stefano Graziani. Grazie alla sua formazione ha avuto l’opportunità di approfondire i temi legati all’estetica e alla percezione del paesaggio, interessandosi ad autori che hanno affrontato questi argomenti in diversi ambiti, come Luigi Ghirri, Rosario Assunto, John Berger. Nel 2019 si è specializzata nell’uso e nello sviluppo della pellicola e nella creazione di stampe dirette da negativi a colori e in bianco e nero, collaborando con un laboratorio di camera oscura vicino a Milano.
Il sito dell’artista.



