«Non sono del tutto sicuro di poter distinguere il sentire dal vedere». Lo dice Oliver Sacks parlando de L’occhio della mente, cioè la capacità del cervello di costruire e visualizzare internamente immagini a volte più vive del reale, anche in casi di cecità o alterazioni della vista. Ciò è possibile grazie a tutta quella serie di informazioni derivanti da percezioni, ricordi e esperienze passate che vanno a formare un archivio personale, un vocabolario di definizioni per raccontare se stessi e il mondo.
È un po’ quello che succede anche a me quando lavoro a un’immagine: fotografo e inconsciamente creo una cartella di appunti e appendici che rimangono da qualche parte finché non si delinea l’occasione giusta per riprenderla in mano, e questo può accadere in molti modi.
Non sempre, ma a volte funziona che tutto d’un tratto mi sovviene il principio di un’idea, un’immagine frammentata che pian piano si rivela e si stabilisce da qualche parte.
Se dopo qualche giorno la trovo ancora lì allora capisco che è il caso di approfondire.
Capita che l’occhio che è nella mia mente lavori meglio di quelli che ho sul viso, ed è quello che sta succedendo in questi giorni, sono esattamente in quella fase.
Credo ci sia prima uno stimolo (qualcosa che è successo, qualcosa che ho visto, un collegamento che si è palesato…). Poi ci vuole quella condizione che si può definire “stato di grazia” in cui tutti i recettori sono attivi. Quelli rivolti all’esterno e quelli rivolti all’interno. Talvolta sono piccoli momenti isolati, magari il tempo di una canzone in perfetta sintonia con l’ambiente.
Una volta che quell’immagine iniziale, avvolta da nuove percezioni, si radica da qualche parte, so che posso tornarci quando voglio e pulirla, ordinarla o arricchirla.
Si crea come uno schedario in cui si conservano le informazioni in un qualche modo collegate a quel “nido” e mentre faccio altro stanno lì, come un brusio in sottofondo.
Ripeto, sono alla fase precedente, e ancora non so bene come evolverà, ma basandomi su come è andata con altri progetti in passato posso immaginare che comincerò a prendere appunti sul quaderno del momento o, se penso possa diventare qualcosa di grosso, su un quaderno dedicato. Qui riverserò parole, discorsi, schizzi, ephemera, che a volte troveranno posto nel lavoro finito e altre no.
Parallelamente continuerò a salvare informazioni in quel cassetto immaginario di cui parlavo prima e varie immagini si formeranno nella mia mente. Non tanto le immagini che andranno a comporre la serie, ma più suggestioni e dettagli concreti di realizzazione, di allestimento, di materiali che influenzeranno come l’opera sarà vista.
A quel punto, quando il cuore del discorso sarà definito comincerà una nuova fase: l’apertura dell’archivio.
Può capitare che decida di fare qualche fotografia ad hoc, ma generalmente la maggior parte del materiale visivo è qualcosa di già esistente, che ho già fotografato o disegnato.
Accedere a fotografie scattate mesi o anni prima costringe a fare una lettura delle immagini che è diversa dallo studiare una composizione nuova.
Si ritrovano momenti che avevamo perduto, si notano particolari che erano sfuggiti e, soprattutto perché l’esperienza è conclusa, si hanno sotto mano tutti gli elementi; avvicinarli, spostarne l’ordine, frammentarli… sono tutte azioni che approfondiscono la comprensione dell’oggetto della ricerca. A quel punto tutto ci parlerà nella stessa lingua e troveremo connessioni dove meno ce le aspettiamo, anche nel presente.
L’analisi dei dati esistenti è sempre stata uno dei mezzi che preferisco per comprendere le cose; Franco Farinelli, geografo, scrisse in un articolo dei tre punti della “poetica” di Alexander von Humboldt (naturalista, uomo di scienza e esploratore) ed è una delle cose lette che più ha risuonato in me. In pratica dopo una prima fase di stupore e meraviglia (eindruck) in cui si gode della bellezza di quello che abbiamo davanti, si passa alla scomposizione e all’analisi (scientifica) dello stesso e dei suoi singoli elementi (einsicht), per poi scoprire come ogni cosa sia collegata e si ricomponga un tutto unico (zusammenhang), composto dagli stessi ingredienti.
Tutto è contemporaneamente diverso e uguale a prima.


Tornando all’archivio, si può avere la fortuna di trovare il materiale che ci serve tutto nello stesso posto, oppure il divertimento di ricostruire un percorso che porti da A a B passando per C, H, L, E… Il bello è che non va sempre allo stesso modo e nessuno vieta di aprire una nuova strada che non c’era, parallela o perpendicolare all’originale. Anche perché adesso arriva la parte che forse preferisco, quella che costruisce la montatura delle lenti con cui osservare il corpo del lavoro: le fotografie che hanno passato la prima selezione vengono rielaborate.
Ma allora non si fa prima a costruirle e scattarle direttamente come le vogliamo?
Non siete stati attenti, rileggete sopra.
Quando stavo per finire le scuole superiori e pensavo a cosa avrei voluto fare dopo, di una cosa ero sicura: non avrei lavorato col computer ma avrei mantenuto tutto analogico. Per fortuna mi sono presa la libertà di cambiare idea: mai previsione fu più lontana dalla realtà.
Avevo studiato Arte della Moda e del Costume, era ovvio che privilegiassi il lavoro manuale, il disegno e il cucito. Nipote di una sarta ero sempre stata affascinata dalla magia della macchina per cucire, che dava vita a tridimensionalità prima solo progettate. Che una serie di pezzi di stoffa piatti, nel giusto ordine e col giusto taglio, potesse coprire e in un qualche modo decorare i volumi umani spostava le cose su un altro piano, avvalorandole nel tempo e nello spazio.
Il problema, per me, era l’ineluttabilità delle cose. Che una volta concluse fossero quello e basta.
Ricercavo allora la doppia funzione degli oggetti, la commistione di materiali, l’interazione dei ruoli.
Più tardi, studiando illustrazione credevo di garantire alla mia manualità la libertà di cui aveva bisogno, ma capii che il mio amore per le immagini illustrate non era tale da farne una professione secondo le aspettative che c’erano al tempo. Le mie faticavano a essere accettate come illustrazioni. O forse semplicemente non avevo le capacità necessarie (a cui sommare le poca costanza per coltivarle).
Quando per la tesi ho avuto la possibilità ho scelto di lavorare con un fotografo e presentare un progetto in cui mescolare le carte. Non ho mai sopportato la classificazione rigida e il destinare determinate esperienza solo a chi ha intrapreso determinati percorsi. Credo fermamente nella varietà, nella differenza, nel coltivare il gusto, piuttosto che raggiungere un’abilità tecnica che non lascia spazio a errori. A volte proprio l’errore risolve le cose.
Se devo progettare una copertina per un album, è probabile che cerchi ispirazione andando a visitare una mostra di mobili convertibili o sfogliando un catalogo di motivi decorativi neoclassici per tessuti.
Su tutto c’è sempre stato un punto: la rappresentazione non combaciava con la percezione e rimaneva per me un passo indietro.
Testare e ricercare in che modo potevo alterare e mescolare le cose mi ha avvicinata alla fotografia e all’editing digitale. Ho scoperto uno strumento non distruttivo, che assecondava i miei tempi e mi permetteva di aggiungere quello che secondo me mancava. Non si tratta di perfezionare le foto nel senso più usato del termine, ma sartorialmente aumentarne la profondità di lettura e le potenzialità comunicative.
Ovviamente saper fare una cosa spesso porta a utilizzare l’abilità per altri fini.
Per tanti anni ho lavorato sulle foto di altri; lo faccio ancora adesso. C’è meno creatività ma rimane la sensibilità del capire il peso di quell’intervento. In questo modo ho imparato a leggere le immagini sotto un altro aspetto e capire come possono cambiare. La fotografia di moda ha bisogno di post produzione e io mi sono prestata; non avevo studiato per quello, è stata più una di quelle cose che capitano e in cui rimani un po’ invischiato. Non nego di averlo un po’ sofferto; portavo avanti le mie cose ma non avevo mai tempo per dedicarmici come avrei dovuto. Ho provato a convincermi che mi andasse bene così, ma non ha funzionato. L’urgenza di dare più spazio al lato autoriale alla lunga è diventata ineludibile. Ripeto sempre che non sono una fotografa, ma uso la fotografia. Gli scatti sono miei ma sopra ci possono succedere talmente tante cose che a volte si scivola tra immagine fotografica e fotografia di un’immagine.
Non faccio foto in studio, scatto fotografie principalmente in viaggio. La natura e il paesaggio sono i miei soggetti preferiti – tornando a Humboldt: il paesaggio è uno strumento per conoscere il mondo, per me più della figura umana che è davvero poco presente nei miei lavori. Con rarissime eccezioni trovo più interessante raccontare emozioni umane attraverso soggetti esterni al genere umano, ma in cui il genere umano vive e si muove, con cui interagisce. Credo che abbia una valenza più universale.
Alterare i colori e soprattutto la superficie delle immagini rompe la pellicola che ci separa da loro e apre un nuovo canale comunicativo. O almeno quello è l’intento che c’è dietro.
Allora aggiungo, stratifico, copro, nascondo, impasto.
Anna Giuntini, Keilahn aio, ovvero: l’altro lato di ieri2– genesi di un’immagine, 2018-2024, courtesy l’artista
Uso altre fotografie e scansioni di materiali vari. Possono essere carte trovate in un mercatino, cartoni recuperati, il retro delle vecchie cornici… oppure possono essere campiture che creo apposta con inchiostri, acrilici, matite. O ancora macchie casuali che richiamano un mondo di oggetti usati e usurati, che le portano come una traccia della loro storia e del tempo che è passato.
Il tempo e il ricordo sono temi che affronto spesso, mi incuriosisce capire come funzionano, partire da uno spunto scientifico o neuroscientifico e romanzarlo, in modo che sia relazionabile all’esperienza individuale.
Il tempo ricorre nella naturale alterazione degli elementi che uso e nel rendere variabile la percezione che guida la scelta di usare un’immagine al posto di un’altra. Il tempo si manifesta anche nel trattamento applicato alle foto di uno stesso progetto a distanza di anni.




Il ricordo muove corde personali, il vissuto individuale che ci ha formati e influenza i nostri pensieri e le nostre azioni. Per esempio, nel progetto Keilahn aio, ovvero: l’altro lato di ieri mi soffermo proprio sui ricordi indelebili dei luoghi così come venivano percepiti durante l’infanzia e su come queste raccolte personali di memorie costituiscano il filtro attraverso il quale guardiamo il mondo.

Per rendere più comprensibile tutto questo ho condiviso i vari passi della ricerca con una newsletter, come se leggendola ci si sentisse visitatori del mio studio durante le lavorazioni.
In un invio ho cercato di sintetizzare il modo in cui all’atto pratico intervengo su una foto; suona così:
Carnet de voyage, dosi per 1 immagine:
– 1 luogo che si vuole raccontare
– 1 luogo del cuore
– almeno 1 ricordo
– percezioni coscienti q.b.
PREPARAZIONE: Prendere una situazione che si vuole raccontare e lasciar riposare.
Individuare un’area ricca di storie e dati importanti, sfocare e mescolare.
Raccogliere un campione di sensazione, analizzarlo e farlo depositare.
Una volta evaporati gli elementi secondari, applicare il campione ovunque. Non è necessario che la stesura sia uniforme.
Servire su un dispositivo e consumare nel giro di qualche giorno.
Ottimo freddo o riscaldato da una bella canzone. Suggerimento: se desiderate conservarlo più a lungo potete stamparlo e mantenerlo in un luogo asciutto. Buon appetito.
Questa ricetta è sostanzialmente quella di quasi tutte le mie immagini, cambiano gli elementi usati, e il grado di profondità degli interventi, ma non l’esecuzione. Magari può capitare che parto con un’intenzione che in corso d’opera si trasforma e porta a un risultato del tutto imprevisto. Oppure capita che debba interrompere e ripartire da capo più volte, per trovare la chiave giusta, il linguaggio migliore.

Anche quando poi intervengo sulle stampe, il processo è lo stesso.

Anche quando l’opera finale non è “solo” una stampa.

Perché è vero che lavoro molto in digitale, ma la parte della stampa per me è molto importante, forse proprio perché si parte da un file, il quale ha caratteristiche intrinseche poco concrete.
La corrispondenza cromatica, la carta usata, il formato… sono tutti pezzettini dello stesso modellino e in quanto tali possono supportare o alterare il racconto, tanto quanto la selezione finale dei pezzi che compongono una serie o della sequenza delle pagine di un libro.
Perché è vero che lavoro molto in digitale, ma la parte della stampa per me è molto importante, forse proprio perché si parte da un file, il quale ha caratteristiche intrinseche poco concrete.
La corrispondenza cromatica, la carta usata, il formato… sono tutti pezzettini dello stesso modellino e in quanto tali possono supportare o alterare il racconto, tanto quanto la selezione finale dei pezzi che compongono una serie o della sequenza delle pagine di un libro.

Un po’ come la scelta dei pezzi per un collage, che altro non è se non la trasposizione analogica della stratificazione che opero in digitale. In questo caso si che i pezzi possono avere un’unica faccia, ma la ricchezza della loro materialità rimane inalterata se non rafforzata.
Modi diversi per raccontare la stessa storia, perché un linguaggio solo non è mai abbastanza, o come dicono gli scozzesi: Ane leid is nivver eneuch.
Un po’ come la scelta dei pezzi per un collage, che altro non è se non la trasposizione analogica della stratificazione che opero in digitale. In questo caso si che i pezzi possono avere un’unica faccia, ma la ricchezza della loro materialità rimane inalterata se non rafforzata.

NOTE SULLE OPERE
1 Zusammenhang, 2023
Collage con fotografie e carte varie. Dalle fotografie sono state eliminate manualmente le montagne. Al loro posto una serie di carte diverse sovrapposte riempie lo spazio e ne ricrea la sagoma. Libro d’artista con fotografie di montagna degli anni Trenta e carte varie da archivio personale. Le montagne sono state utilizzate per creare degli scenari nuovi e inserite in una serie di fascicoli rilegati a ricordare una catena montuosa.
2 Keilahn aio, ovvero l’altro lato di ieri, 2018-2024
Fotografia e postproduzione digitale, scansioni di carte da archivio personale; stampa fine art su carta Epson Matte Fibre 200g e autoproduzione editoriale. Il progetto è stato esposto in momenti diversi del suo svolgimento in due mostre personali, presso il Museo della Fraternita dei Laici di Arezzo nel 2023 (a cura di Elisa Testi) e presso il laboratorio della stampatrice Giorgia Oldano a Milano nel 2024 oltre che nella mostra collettiva What is the first image you remember? a Tokyo nel 2025 (a cura di Zerofeedback). Il libro è stato finalista nella sezione OFF LIBRIS del festival di fotografia OFF Bratislava nel 2025, ed è stato inoltre finalista al Dummy Award di Athens Photo Festival 2026. Fa parte dell’archivio di The Hub+ a Salonicco e di Volumes a Zurigo.
Luogo: Italia, Salutio e Namibia, luoghi vari.
3 Maldafrica, 2016-2026
Fotografia e postproduzione digitale, scansioni di carte varie da archivio personale; stampa fine art su carta Epson Matte Fibre 200g. Attraverso una rielaborazione digitale in momenti diversi negli ultimi anni, rappresento il tema della nostalgia e come cambia col passare del tempo. Nel 2020 è stata pubblicata un’autoproduzione editoriale, finalista nel 2024 a CDPZINE di Castelnuovo Fotografia. Nel 2022 alcune immagini sono state esposte nella personale Ane Leid Is Nivver Eneuch alla galleria Manifiesto Blanco di Milano, inserita nel programma della 17a edizione di Photofestival Milano. Durante il periodo espositivo si è svolta una residenza nella galleria: i visitatori potevano assistere mentre lavoravo e veder nascere delle nuove opere. Nel 2026 è stata pubblicata una nuova autoproduzione editoriale con l’ultima parte delle immagini e un libro d’artista che comprende tutto il progetto.
Luogo: Sudafrica, luoghi vari.
4 Avevamo tutto e non c’è rimasto niente, 2026
Fotografia e postproduzione digitale, cianotipia; stampa digitale su carta da tovagliette e su lucido. Opera a parete e libro d’artista. Alcune fotografie sono state rovinate con acqua, tinture e pressione, e successivamente inserite in un libro recuperato e riadattato insieme alle altre immagini; le cianotipie sono state realizzate su varie carte e riassemblate in 3 composizioni uniche applicate a una tela di cotone. Il progetto è una riflessione sui tentativi passati dell’uomo di comunicare con entità extraterrestri inviando immagini, suoni, formule e informazioni su come raggiungerci, e su cosa realmente troverebbe una forma di vita aliena che arrivasse sulla Terra. Nel 2026 il progetto è stato esposto nella mostra collettiva Destinatario sconosciuto a cura di Silvia Franceschi presso Spazio Blue Train e The Kitchen Art Gallery.
Luogo: Italia, Irlanda, Grecia, Giordania, luoghi vari.
5 Goldenice, 2015-2018
Fotografia e post produzione digitale, scansioni di foglia oro, vernice e inchiostro oro; stampe fine art su carta Hahnemühle Photo Rag white 305g e libro d’artista; inchiostro Ecoline oro N. 801 applicato a mano sulla stampa. Progetto dedicato a ghiacciai e iceberg. Luogo: Jökulsárlón Islanda. Progetto esposto nella personale omonima presso l’associazione Carmilla di Milano e pubblicato sul n. 6 di Eki Magazine.
6 Silverfish, 2025-2026
Cianotipia, fotografie recuperate da rullino ritrovato nel 2025; stampa fine art su carta Epson Matte Fibre 200g; teca in plexyglass con fondo a specchio. Il rullino a prima vista sembrava non contenere immagini, ma dopo la scansione e la postproduzione sono riuscita a recuperare 10 fotografie scattate alla casa di campagna dopo una pesante nevicata dal mio babbo; non so quando con esattezza, so solo che sono antecedenti al 2011, perché da allora lui non c’è più. Le foto sono visibili solo riflesse nello specchio, ma per farlo ci si deve spostare dalla posizione frontale perché una cianotipia ne impedisce il riflesso. Le cianotipie sono realizzate con ghiaccio che si scioglie al sole, quintessenza del “passare” del tempo. Progetto esposto nella mostra collettiva Declinazioni temporali a cura di Laura Davì al Tecnopolo di Reggio Emilia, inserita nel circuito OFF di Fotografia Europea 2026.
Luogo: Salutio, Italia.
7 Displays and Powerlines, 2020
Fotografia e postproduzione digitale, collage con carte trovate e da archivio personale, ricamo con filo oro, stampa fine art su carta Epson Matte Fibre 200g e libro d’artista in copia unica. Questo corpo di lavoro vuole sottolineare la difficoltà della comunicazione tra persone e invitare a maggiore cura sia nell’invio che nell’ascolto del messaggio. Nelle fotografie, dove figurano tralicci e scheletri di maxi affissioni, i fili elettrici sono tolti in post produzione e riapplicati a ricamo, ma poi pendono inerti a rappresentare una trasmissione non funzionante. Sia i collage che il libro d’artista sono stati esposti nella personale Ane Leid Is Nivver Eneuch alla galleria Manifiesto Blanco di Milano, inserita nel programma della 17a edizione di Photofestival Milano, Una selezione di opere dal progetto hanno fatto parte della mostra collettiva Pagine in-definite alla galleria Villa Contemporanea di Monza nel 2025 (a cura di Monica Villa e Andrea Meregalli) e della biennale di libri d’artista “Oggetto Libro” a Milano e in Puglia (2023 e 2024).
Luogo: luoghi vari.
BREVE BIOGRAFIA
Sono un’artista visiva, mamma orgogliosa, musica-dipendente e collezionista di ricordi. Mi occupo di post produzione fotografica e graphic design; ho insegnato e fatto consulenze di ritocco interpretativo; vengo da Salutio, un minuscolo paese in provincia di Arezzo, e vivo a Milano dal 1998.
Creo immagini, libri d’artista e piccole edizioni autoprodotte, tirature di stampe e pezzi unici; partecipo a mostre collettive in Italia e all’estero e ho all’attivo alcune mostre personali.
La mia ricerca indaga il ricordo, il viaggio, la percezione sensoriale e il rapporto dell’uomo con l’ambiente, e lo fa attraverso il paesaggio, la natura, il colore e i materiali, “parole” secondo me di un linguaggio universale.
©Anna Giuntini | www.annagiuntini.com | IG: @annagiuntini




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