Laboratorio Immaginazione

Figura 1. Al mè bèl Canàl – elaborazione Mauro De Martini, 2023

Premetto una breve annotazione, non come captatio benevolentiae, ma perché vorrei evitare fraintendimenti su un tema riguardo al quale c’è un acceso dibattito e che rappresenta l’ennesima questione in cui il posizionamento, la polarizzazione, la scelta tra bene e male, giusto e ingiusto, sicuro o pericoloso, sembra obbligatoria.
Da quando sono state rese disponibili al grande pubblico le applicazioni di Artificial Intelligence in ambito grafico, la mia curiosità verso le possibilità offerte di queste soluzioni digitali mi ha spinto a tentare di capire un po’ meglio il tema, non tanto per ottenere belle immagini o produrre qualcosa di artistico – che per me sarebbe impossibile –, ma per cercare di individuare quali collegamenti ci potrebbero essere tra questo specifico modo di creare immagini e il nostro ‘immaginare’.
Le domande che mi pongo sono distanti da interrogativi che ritengo talora ingenui, in altri casi al di fuori del mio interesse o della mia portata, come, ad esempio: le immagini generate con l’ausilio dell’AI sono opere d’arte? Violano il copyright? Segnano la fine della fotografia?
Ciò che propongo riguarda, piuttosto, la relazione tra la raffigurazione e il suo modo di intendere l’oggetto raffigurato, ossia sono incuriosito dall’approfondire la dimensione intenzionale della raffigurazione prodotta attraverso un prompt di testo.
Gli esempi che porto non hanno alcuna velleità artistica, né li allego perché penso siano gradevoli – ho trovato sul web immagini tecnicamente strabilianti –. Questi sono solo manufatti nati nella bottega di un ‘artigiano di osservazioni minute’, neppure tanto bravo, più interessato al gesto ‘poietico’, che al risultato.
Ciò che ne deriva – quando rileggo ciò che ho scritto – mi appare come un insieme di frammenti, schegge, suggestioni, tracce e rimandi che mi piacerebbe indagare oltre.

MEMORIA

Pur non amando i riferimenti autobiografici, questo ‘filo di riflessione’, sottile e fragile come una seta di ragno, nasce da un episodio personale che ha innescato un’elaborazione non ancora strutturata, ma che forse merita una piccola parentesi di considerazione. Perciò ho deciso di raccontarlo brevemente.

Figura 2. Acqua di pescadù e di gerö – elaborazione Mauro De Martini, 2023

A luglio di quest’anno, approssimandosi la prima ricorrenza della perdita di mio padre e desiderando commemorarlo – con il coinvolgimento di mia madre e dei miei fratelli –, ho iniziato a rovistare tra vecchie fotografie abbandonate, stipate alla rinfusa nella tipica valigia dei ricordi che ogni famiglia tiene in soffitta. Con stupore, ho notato che le foto di mio padre erano veramente poche. Il motivo è presto spiegato. Generalmente era lui il fotografo di casa, quindi si trovava quasi sempre dall’altro lato dell’obiettivo. Sfogliando le poche immagini che sono riuscito a scovare, ho constatato, con delusione, che nemmeno una lo ritraeva a pesca, lo sport che amava e che praticava fin da bambino. Negli ultimi anni si era dedicato esclusivamente alla ‘mosca’ e non portava più a casa il pescato, ma liberava il pesce immediatamente dopo la cattura. Non gli interessava mostrare agli altri quanto fosse abile. Come alcune persone che hanno raggiunto una forma di saggezza con l’età, era più attratto dall’assaporare, quasi centellinare, la vita, piuttosto che ingoiarla d’un sol fiato. Lo osservavo per ore, seduto sulla riva sassosa del corso d’acqua. Oppure gli ‘tenevo la barca’, affascinato dalla luce che si rifletteva, ora argentata, ora dorata, sulle piccole onde disegnate dalla corrente, solcata dal remo. Serbo nella memoria migliaia di immagini di lui che, in mezzo al fiume, roteava con maestria la lunga coda di topo cui era annodata l’esca, spesso realizzata al momento, in base alla schiusa degli insetti di quel giorno. Quella miriade di ‘scatti’ è conservata solo nella mia memoria. Non ho catturato neppure uno di quei momenti con la macchina fotografica. Un poco frustrato e dandomi del tonto, ma non volendomi arrendere, mi sono registrato su un sito di generazione di immagini digitali e ho ‘cercato’ il prompt giusto, per rappresentare quello che ricordavo. Mi sono concentrato su due situazioni che riuscivo a visualizzare bene. Le ho descritte seguendo le indicazioni del manuale e, con una certa meraviglia, i risultati mi sono sembrati convincenti. Chiaramente, quelle immagini non sono fotografie e non ritraggono realmente mio padre. Nonostante ciò, anche in base ai commenti positivi dei miei famigliari, sono ‘riferibili’ a lui. Sono ‘quasi fotografie’ del papà e noi non riusciamo più a guardarle senza riconoscerlo in esse.
Così ho iniziato a domandarmi cosa accade in questo processo di ‘costruzione’ e ‘ricostruzione’ digitale delle immagini, partendo dalla memoria, ma anche prendendo ispirazione da ciò che immaginiamo.

IMMAGINAZIONE E RAFFIGURAZIONE
Figura 3. Le lavoratrici – elaborazione Mauro De Martini, 2023

Propongo un altro esempio per chiarire cosa intendo. Avendo pensato di pubblicare un’immagine sui social per il 1° maggio, ho fantasticato su un possibile dipinto di Giovanni Segantini. Ovviamente, chiedo ai lettori infinita indulgenza sul risultato. Il mio scopo non consisteva nell’imitare Segantini, né nell’ottenere un’immagine decorativa in stile ‘divisionista’, ma nell’immaginare e dare forma a un ‘nuovo’ quadro sul tema, partendo dalle nozioni che avevo della poetica del pittore. Perciò, ho cominciato a definire il prompt, basato sul punto di vista, sui valori e sulle immagini che ricordo di Segantini. Ciò che ho ottenuto – che l’app, mi ha restituito – esprime in misura abbastanza soddisfacente quello che volevo: la semplicità e l’immediatezza di un lavoro umile e faticoso, ma ancora integrato nel contesto naturale e rurale, svolto da due donne brianzole alle prese con l’attività di raccolta del foraggio. È un quadro di Segantini? Questa domanda mi sembra non porti da nessuna parte. È ovvio, non è un lavoro di Segantini! Ho copiato da Segantini? Anche questa domanda mi sembra povera di senso. L’applicazione mi ha consentito di generare un’immagine che per me raffigura un possibile simbolo del lavoro. Possiamo dire che questa raffigurazione, con un tale significato, abbia valore universale? Mi sentirei di escluderlo. Ossia, la mia intenzione non può essere necessariamente acquisita a partire dall’immagine. Tuttavia, l’allusione può essere colta, soprattutto se in relazione al contesto in cui è inserita: lo stile a cui l’ho riferita e la festa in cui l’ho pubblicata.
A questo punto, una volta compreso un po’ meglio il funzionamento di queste applicazioni, ho pensato che sarebbe stato stimolante cercare immagini per quello che mi frulla in mente quando leggo un romanzo, evitando di riportare il testo nel prompt, limitandomi alla descrizione delle immagini che il testo evocava in me.
Hyperion – il ciclo Sci-Fi di Dan Simmons – è stata la prima idea e il leggendario Shrike, un essere misterioso, terribile nell’aspetto, imponente, irto di lame taglienti, dotato di forza e velocità inimmaginabili. Hyperion è un pianeta il cui sole appare meno grande, ma più brillante rispetto a quello terrestre. Ha una luna più piccola della nostra. Durante la notte, è frequente osservare la caduta di meteoriti di piccole dimensioni. Su Hyperion s’incontra una vasta pianura, un enorme mare d’erba che ho sempre immaginato alla mattina, molto presto, sovrapponendone il ricordo al mare nelle prime ore del giorno. Su Hyperion s’incontrano le oscure Tombe del Tempo e le Foreste di Fuoco popolate dagli alberi-Tesla, che accumulano elettricità per poi rilasciarla con effetti devastanti.

Figura 4. Lo Shrike – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 5. Il mare d’erba – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 6. Le Tombe del Tempo – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 7. Alberi-Tesla – elaborazione Mauro De Martini, 2023

Nella sperimentazione successiva mi sono cimentato con una sfida altrettanto ambiziosa. Era irresistibile la tentazione di raffigurare ciò che immaginavo leggendo Le città invisibili di Calvino. Così sono comparse Diomira e Zenobia.

Figura 8. Diomira (01) – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 9. Diomira (02) – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 10. Zenobia (01) – elaborazione Mauro De Martini, 2023
Figura 11. Zenobia (02) – elaborazione Mauro De Martini, 2023

Dopo aver esaminato le foto, mi sono rivolto nuovamente al testo. Ho notato che non potevo più visualizzare unicamente l’immagine originale, serbata nel pensiero. Il prodotto dell’applicazione influenzava e completava quella iniziale, creando un impatto che, in qualche modo, interagiva o meglio ‘retroagiva’ con la prima, pur senza annullarla:

«Diomira, città con sessanta cupole d’argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d’oro che canta ogni mattina su una torre. Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s’accorciano e le lampade multicolori s’accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, viene da invidiare quelli che ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa e d’esser stati quella volta felici»1.

«Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru»2.

ALEA

A questo punto, si potrebbe sostenere che le considerazioni fatte fin qui potrebbero essere riferibili, in generale, a tutte le immagini e che le soluzioni ottenute con l’Artificial Intelligence svolgano solo una funzione compensativa rispetto alla mia mancanza di talento tecnico – in questo caso, grafico o fotografico –. Ciò potrebbe anche essere vero, se il nostro obiettivo fosse stabilire la dignità artistica dei risultati. Tuttavia, ponendoci in questa prospettiva, ci allontaneremmo dal tema, che riguarda invece lo sviluppo immaginativo il quale conduce alla produzione di raffigurazioni tramite questi strumenti.
Il ricorso ad applicazioni digitali comporta una peculiarità che non può essere liquidata come insignificante. Mi riferisco all’introduzione di una dose d’incertezza nel risultato. Tale elemento, che non può neppure essere considerato completamente casuale, poiché è riconducibile a legami intrinseci, esistenti nelle immagini, definiti dagli algoritmi, pertanto connessi a elementi iconografici preesistenti, che costituiscono una parte integrante dell’immagine, in un certo qual modo conferiscono alle immagini una ‘curvatura’ sorprendente.
Tornando ai casi citati, le immagini che mi venivano in mente leggendo un romanzo erano nebulose o, se vogliamo usare un paragone, come se le stessi osservando attraverso un paio di lenti opache. Una volta ottenuto il risultato con l’app, l’immagine mi è apparsa meglio definita, come se provenisse dalla mia immaginazione, ma sapendo ‘andare oltre’ e destando in me una sensazione di stupore.
La componente dell’incertezza mi sembra possa aprire uno spazio di novità, un terreno fertile di potenzialità ancora inespresse. Questo spazio, che si avvale del bagaglio di immagini a disposizione dell’algoritmo, offre all’immaginazione indeterminatezza, permettendole un accesso privilegiato a nuove modalità del ‘far apparire’, contribuendo a un punto di vista singolare sulla produzione di immagini come processo che oscilla tra ordine e caos, tra previsione e sorpresa, tra noto e inedito.
In tale flusso, l’immaginazione opera la sua funzione sintetica sui contenuti generati, non limitandosi ad associarli, ma trasfigurandoli, operando un’integrazione assimilante tra i contenuti stessi, generando così ‘nuovi’ oggetti carichi di valore, per cui l’immagine viene dotata di senso e provoca effetti su di noi, rievocando quanto scriveva Giovanni Piana in un noto saggio di filosofia fenomenologica:

«Così il sole potrebbe essere “associato” ad un occhio: essi hanno effettivamente qualcosa in comune. […]. Non basta dunque che il sole sia connesso associativamente ad un occhio: ma l’immagine comincia a vivere solo se, ad esempio, sentiamo il peso del suo sguardo, se ci sentiamo ovunque spiati da esso. Alla connessione associativa deve subentrare la sintesi pseudopredicativa dell’immaginazione: il sole è l’occhio del cielo. L’essere trapassa nel valore. E questo trapassare consiste in una vera e propria compenetrazione tra oggetti: il risultato della sintesi è un oggetto di genere interamente nuovo, un oggetto cangiante che è un altro da quello che è proprio perché è quello che è. Né sole né occhio – ma l’uno e l’altro insieme, e l’uno attraverso l’altro.
Tuttavia, dopo che si è sottolineata l’irriducibilità della funzione valorizzante dell’immaginazione è importante notare che essa poggia anzitutto su associazioni. Una pietra è effettivamente solida, dura, pesante. La pioggia viene proprio dal cielo, bagna la terra e senza di essa i semi non germinano. Il cielo è effettivamente alto, altissimo addirittura, e luminoso. Di qui, da fatti, si traggono immagini»3.

Figura 12. Sole Occhio – elaborazione Mauro De Martini, 2023

 

NOTE

1Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 1993, p. 7.
2Ivi, p. 34.
3 Giovanni Piana, Elementi di una dottrina dell’esperienza, Il Saggiatore, Milano, 1967, Edizione digitale, 1998, p. 190.