«Chi ha in mano una macchina fotografica
ha un mezzo potente e meraviglioso per esistere,
per essere, per vivere, per incontrare il mondo.»1
L’opera di Letizia Battaglia (1935–2022) attraversa oltre quarant’anni di storia italiana senza mai ridursi a una semplice testimonianza del proprio tempo. Le sue fotografie raccontano Palermo e la Sicilia, ma parlano anche di relazioni di potere, desiderio, esclusione e giustizia che appartengono a ogni luogo vivo. Sono immagini che continuano a interrogare il presente perché non si limitano a registrare gli eventi: ne rendono visibili le condizioni, le contraddizioni e le conseguenze.
Per molto tempo il lavoro di Battaglia è stato letto quasi esclusivamente attraverso la lente della mafia. Una semplificazione alimentata dallo sguardo mediatico e nazionale, che ha trasformato il suo archivio in una sorta di repertorio della violenza. Una lettura parziale, alla quale la stessa fotografa si è sempre opposta.
Le sue immagini raccontano certamente il sangue che ha attraversato Palermo, ma raccontano soprattutto la vita che continua a esistere attorno a quel sangue. È proprio in questa tensione che si trova la forza del suo lavoro: nella capacità di restituire la complessità di una società senza ridurla a una sola narrazione.
Nelle fotografie di Battaglia la cronaca non viene superata dalla storia, piuttosto diventa il luogo in cui la storia si rende visibile.
Dietro ogni immagine affiorano strutture sociali, disuguaglianze, rapporti di forza e forme di resistenza. Come ha scritto Shoair Mavlian nell’introduzione al volume Letizia Battaglia pubblicato da Contrasto, il suo lavoro può essere considerato una forma di fotogiornalismo attivista: una ricerca costante capace di costruire una narrazione chiara e insieme complessa della realtà.
«Negli anni Settanta cominciai a fotografare Palermo nelle sue feroci contraddizioni: da
una parte lo sfarzo dell’impermeabile aristocrazia siciliana con i suoi ricevimenti nelle ville e dall’altra la povertà estrema e il sangue dei morti ammazzati.»
Queste contraddizioni attraversano l’intero archivio.
Nel ricevimento per la nobiltà a Palazzo Gangi Valguarnera, fotografato nel 1976, gli interni sontuosi, i lampadari e i rituali dell’aristocrazia palermitana restituiscono l’immagine di un mondo apparentemente distante da quello delle periferie e della violenza mafiosa. Eppure Battaglia non fotografa mondi separati: le sue immagini mostrano come privilegi, esclusioni e rapporti di forza appartengano alla stessa geografia sociale. La mafia non appare mai come un’anomalia, emerge piuttosto come una delle espressioni di un sistema più ampio di potere.
A quarant’anni, in una nuova e voluta condizione di indipendenza, Battaglia sceglie la fotografia come strumento di libertà e di conoscenza. In un ambiente professionale dominato dagli uomini costruisce una posizione radicalmente autonoma, senza accettare ruoli prestabiliti né gerarchie culturali.
«Quando iniziai, negli anni Settanta,
il mondo del giornalismo era dei maschi e io davo fastidio.»
La macchina fotografica diventa il mezzo attraverso cui prende parola.
Ma la radicalità del suo lavoro non risiede soltanto nei temi affrontati. Risiede anche nella posizione da cui guarda.
Battaglia non osserva Palermo dall’esterno. Non fotografa una realtà distante da descrivere o interpretare. Fotografa un luogo al quale appartiene. Le sue immagini nascono dalla prossimità, dalla relazione, dalla partecipazione. Lo sguardo non si colloca sopra le persone fotografate, ma accanto a loro. È una differenza decisiva.
Molta fotografia documentaria costruisce distanza: Battaglia costruisce presenza. Per questo le persone che abitano le sue fotografie non diventano mai oggetti di osservazione né simboli astratti di una condizione sociale. Restano individui, soggetti.
Questa attenzione attraversa tutta la sua ricerca. Bambine, ragazzi di strada, anziani, donne, lavoratori, innamorati: le persone ritratte da Battaglia non vengono mai ridotte a categorie. Mantengono sempre una propria irriducibile singolarità.
In Domenica di Pasqua (Ribera, 1984), un ragazzo viene lanciato in aria da un gruppo di coetanei durante una festa di paese. Per un istante il suo corpo sembra sospeso sopra la strada e sopra la folla che lo sostiene. È una fotografia attraversata dalla leggerezza e dalla fiducia collettiva. Non c’è alcuna idealizzazione. C’è piuttosto la capacità di riconoscere la vitalità che continua a esistere dentro una comunità.

© Archivio Letizia Battaglia
Lo stesso accade in Ferragosto a Mondello (Palermo, 1981). Una donna sorride sotto una doccia improvvisata sulla spiaggia. La sua presenza occupa l’immagine con una naturalezza disarmante. Battaglia fotografa corpi normalmente esclusi dalle rappresentazioni dominanti e li restituisce alla loro piena dignità, senza trasformarli in simboli o eccezioni.

© Archivio Letizia Battaglia
Anche quando fotografa il dolore evita la retorica.
Nel ritratto di Rosaria Schifani, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta uccisi nella strage di Capaci, l’immagine non costruisce un’icona del lutto. Lo sguardo rimane vicino alla persona prima che al simbolo. È una scelta che attraversa tutta la sua pratica: sottrarre gli eventi alla spettacolarizzazione per restituirli alla dimensione umana.

Accanto alla storia e alla politica, nel lavoro di Battaglia emerge continuamente il rapporto con il territorio. Non come semplice sfondo, ma come presenza attiva nella costruzione dell’immagine.
In Segesta (1987), due giovani riposano nell’erba davanti al tempio. Il paesaggio archeologico e la quotidianità convivono nello stesso spazio senza gerarchie. La monumentalità della storia non schiaccia le persone, ma si intreccia alle loro esistenze. La pietra, la vegetazione, la luce e i corpi sembrano appartenere allo stesso respiro.

È una fotografia che racconta il Mediterraneo e il Sud Italia anche come luoghi vissuti e attraversati. Non solo come cartoline o eccezioni.
Questa dimensione attraversa l’intero archivio di Letizia Battaglia. La Sicilia non appare mai come uno spazio periferico rispetto a un centro altrove. Al contrario, nelle sue immagini le contraddizioni del presente diventano particolarmente visibili. Le tensioni tra ricchezza e povertà, tra esclusione e appartenenza, tra violenza e desiderio, tra memoria e trasformazione non riguardano soltanto Palermo, attraversano ogni società. In questo senso la Sicilia non è semplicemente il soggetto delle fotografie di Battaglia, è il luogo da cui il mondo viene osservato.
Le sue immagini invitano a modificare il punto di vista. Non a guardare un margine da lontano, ma a riconoscere come alcuni territori, proprio per la loro posizione, rendano visibili processi che altrove tendono a rimanere nascosti.
Le isole sono spesso raccontate come spazi isolati, sospesi o marginali. Eppure è proprio nella loro apparente fragilità che emergono con particolare chiarezza i rapporti tra locale e globale, le trasformazioni del paesaggio, le forme dell’appartenenza e gli effetti concreti delle disuguaglianze e delle decisioni politiche.
Guardare la Sicilia attraverso le fotografie di Letizia Battaglia significa allora riconoscere che esistono luoghi capaci di produrre conoscenza e non soltanto di essere raccontati.
Da artista nata e cresciuta su un’altra isola del Mediterraneo, incontro oggi il lavoro di Letizia Battaglia soprattutto in questa dimensione: non soltanto come testimonianza civile o archivio storico, ma come esempio di una pratica fondata sulla prossimità e sull’ascolto.
Le sue immagini non sembrano nascere dall’urgenza di spiegare il mondo, ma dalla capacità di sostarvi. Più che affermare, accolgono la complessità dei luoghi e delle persone che incontrano. Lo sguardo non cerca di dominare la realtà, ma di abitarla.
Forse è anche per questo che continuo a riconoscere nel suo lavoro qualcosa di profondamente mediterraneo. Non tanto un tema o una geografia, quanto un modo di stare al mondo. Un modo fatto di attraversamenti, stratificazioni, appartenenze multiple e tempi lunghi. Una pratica che privilegia la relazione alla distanza e che trova nella prossimità una forma di conoscenza.
Guardando oggi il suo archivio, colpisce anche la sua natura sedimentaria. Le immagini non costituiscono un racconto lineare, sembrano piuttosto depositarsi nel tempo, modificarsi, ritornare. Come accade nei paesaggi vulcanici, ogni strato conserva tracce di ciò che lo precede senza cancellarlo. La memoria non procede in linea retta: si accumula, riaffiora, si trasforma. L’archivio di Battaglia non appartiene a un tempo concluso, ma continua a entrare in relazione con altri luoghi, altre domande, altri sguardi.
In un’epoca attraversata da un flusso incessante di immagini, il suo lavoro conserva una qualità sempre più rara: la capacità di rallentare lo sguardo.
Fotografare, per Battaglia, significava anche opporsi alla progressiva normalizzazione della violenza. Restituire singolarità a ciò che rischiava di diventare semplice cronaca, statistica o immagine consumata. Sottrarre persone e luoghi all’assuefazione e alla semplificazione.
Le fotografie di Letizia Battaglia possiedono una straordinaria qualità formale, sì, ma la loro forza più profonda risiede forse nella capacità di mantenere aperta una relazione che continua a chiedere tempo e attenzione.
Ho incontrato Letizia Battaglia durante una lettura portfolio nel 2014. Mi disse parole che custodisco ancora oggi con grande cura. Parole che hanno accompagnato la mia ricerca e il mio modo di immaginare la fotografia come pratica di conoscenza, di ascolto e di responsabilità.
Oggi mi ritrovo a lavorare sul suo archivio non come custode di una memoria conclusa, ma come interlocutrice di una materia viva, capace ancora di generare domande e produrre nuove relazioni.
Non posso sapere cosa penserebbe nel vedere il percorso che mi ha portata fin qui.
So però che la sua voce continua ad abitare queste fotografie.
«La rivoluzione amo viverla solo così: con una gentile
perseveranza e senza chiedere permesso.»

Cara Letizia,
spero tu stia facendo un bellissimo viaggio.
Io, qui, provo a fare del mio meglio.
NOTA
1 Le citazioni presenti nel testo sono tratte da Sabrina Pisu, Letizia Battaglia. Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra passione civile e bellezza, 2020, Einaudi.
LA MOSTRA
Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso
19/06 – 30/08 2026
a cura di Chiara Arturo
Villa La Colombaia di Luchino Visconti – Forio d’Ischia (NA)



