Qualche tempo fa Giancarlo Carnieli mi ha detto di aver pensato a sua figlia mentre lavorava al suo nuovo progetto fotografico, di volerle trasmettere il senso della bellezza delle cose. Mi piace evidenziarlo perché oltre ad essere un pensiero positivo è anche molto coraggioso. È sempre piuttosto difficile per un padre essere equilibrato nel momento in cui passa qualcosa al proprio figlio, credo che inevitabilmente si pensi un po’ anche a se stessi, a come e a quando si è stati piccoli, ai bisogni a volte negati. Un insegnamento, esemplificato da immagini, come in questo caso, richiede la capacità di discernere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Bisogna conoscere molto bene se stessi per comprendere dove finisce l’ombra e dove inizia la luce, ed essere consapevoli che entrambe convivono dentro di noi, ma anche che occorre ammettere che tale dicotomia dell’essere umano non sempre risulta facile da gestire nel momento in cui il desiderio del genitore è quello di non esporre il bambino alle difficoltà della vita “prima del tempo”, ma di proteggerlo proprio dall’oscurità, senza rendersi conto che questa protezione lo esporrà maggiormente, forse, al “rischio” di avere delle difficoltà, di qualunque natura esse siano.

Dal Sogno all’Isola – titolo della mostra in corso presso lo spazio Santa Marta di Vimercate – di Giancarlo Carnieli affronta questa dualità che gli individui tendono a ignorare non permettendo così al proprio profondo di emergere. E in effetti ciò che immediatamente si manifesta nelle sue fotografie è proprio questo contrappunto: il peso dell’oscurità e quello della luce, a volte l’una predomina sull’altra, ma è una contrapposizione che non esclude bensì arricchisce perché sono complementari.
Non a caso questo lavoro prende forza e radice dal precedete Dreamlike in cui lo scavo si consuma all’interno dell’autore. E non a caso le parole “Sogno” e “Isola”, usate nel contesto dello spazio Santa Marta, risaltano non soltanto per testimoniare un passaggio che appare naturale, anche se non esattamente immediato, ma per sancire un percorso necessario a un altro passaggio, quello generazionale, che implica, appunto, l’insegnamento.

Quando questo percorso è iniziato non credo che Giancarlo Carnieli sapesse esattamente dove stesse andando, ma credo che una parte molto intima di lui inconsciamente volesse “mettere ordine” tra le cose che fino a quel momento aveva prodotto in una forma in parte caotica e in parte rispondente a una tendenza narrativa tipicamente realistico-documentaria alla quale la maggioranza dei fotografi si avvicina quando comincia a voler dare corpo alla propria voce. In alcuni però, successivamente, qualcosa cambia: il racconto attorno a determinati argomenti, siano essi sociali o personali, non può più restare confinato nella documentazione, deve sfociare in una narrazione che inevitabilmente comprende un pensiero preciso che l’autore è chiamato a manifestare: la sua voce, appunto. Qui comincia “lo scavo”. L’apparente caoticità rappresenta in realtà il desiderio di mostrare il Sé profondo, viscerale che include l’ombra, desiderio che a un certo punto si trasforma in necessità. È in questo istante che la fotografia si manifesta, quando diventa necessità.

Bisogna mettersi a nudo per ripartire. Quello che è avvenuto qui è stato il riesame di decine e decine, se non centinaia, di fotografie scattate nel corso del tempo alla ricerca di un filo luminoso che come per magia ne collegasse una parte, quella che usciva dal racconto recando su di sé la narrazione che l’autore da sempre avrebbe voluto esprimere.
Ogni cosa va la suo posto, prima o poi.
Il Sogno è la prima tappa di questo nuovo cammino. «Vorrei che chi guarda queste fotografie possa immaginare una sua narrazione, non la storia che io voglio raccontare», è uno dei pensieri che Giancarlo mi esprime timidamente, ma con forza. Questo è il momento in cui la luce si accende. La vediamo apparire dalla finestra di una piccola torre oscura, sembra quella luce della nostra camera quando, da piccoli, leggevamo racconti affascinanti. C’è anche, in nuce, il primo contatto con il figlio: ciò che sto per narrarti – sembra dire il padre – parte da lontano.
Il sogno, dicevamo, mette insieme pezzi di realtà apparentemente sconclusionati (ecco la caoticità) per mostrare al sognatore qualcosa di preciso, perlomeno così afferma la psicoanalisi junghiana. Dunque non parliamo qui del “sogno” inteso come brama di raggiungere qualcosa che desideriamo anche se, in fondo, questo è esattamente ciò che stiamo facendo: desideriamo conoscerci profondamente, capire chi siamo. Il succo di ogni desiderio è voler essere ciò che siamo. Il sogno, ad occhi aperti come ad occhi chiusi, ci permette di capirlo se siamo disposti ad ascoltare cosa ha da dirci. È l’altra faccia della nostra medaglia, per dirla in termini fotografici: il negativo della nostra immagine.

Nella contemporaneità l’immagine fotografica ormai non ha quasi più valore e verrebbe da dire che stia attraversando un momento di grande riposizionamento causato da una crisi identitaria che non le permette più di sopravvivere solo come strumento documentale. Non sono esenti dall’approccio documentale nemmeno quegli autori, o artisti che dir si voglia, che molto spesso in tempi recenti vengono denominati come “di ricerca”. Si tratta di un’altra etichetta che serve semplicemente a dare un senso, a volte molto ambiguo, ai lavori di chi in realtà deve ancora fare i conti con se stesso in modo molto serio per esprimere il suo pensiero su ciò che lo circonda. Spesso non ci si rende conto di essere manipolati o quanto meno di essere un po’ ‘confusi’.
Avere una propria opinione e mostrarla attraverso delle fotografie è perciò diventato un atto quasi anacronistico, così come il definirsi fotografo, ancor più nell’era dell’Intelligenza Artificiale, dove ciò che prevale è il senso di “sperimentazione” di un mezzo che pare offrire possibilità “creative” infinite. Ma, come diceva qualcuno, essere creativi non si traduce necessariamente (quasi mai per la verità) in fare arte. D’altro canto la cosiddetta ricerca dietro cui si celano molti fotografi/artisti, spesso altro non è se non una nuova documentazione (magari scientifica, così appare più seria, più certa e sicura), che si avvale della collaborazione con esimi scienziati piuttosto che con istituzioni scientifiche, laboratori e quant’altro possa accrescere la “serietà” di ciò di cui ci si sta occupando. L’arte è un’altra cosa.
Si parla quindi del cambiamento climatico, dei rapporti interpersonali (compreso quello padre/madre, figlio/figlia, naturalmente), della responsabilità di certuni Paesi nei conflitti come delle copiose migrazioni verso l’Occidente, un Occidente che sempre più non è in grado di “difendersi”, non tanto da improbabili guerre armate quanto da guerre interne tra chi sostiene che debba essere necessaria una certa posizione politica piuttosto che un’altra nei confronti di regimi totalitari o di chi ha invaso un’altra terra. Tutto questo è molto nobile, ma a mio parere non ha più l’efficacia che poteva avere quando la fotografia è diventata testimone dell’esistente attraverso il reportage. Oggi il “vero” reportage è troppo difficile da scoprire, troppe macchinazioni, troppe manipolazioni ci impediscono di capire dove stia la verità. Ciò che oggi si deve fare, a mio avviso ed è sempre più urgente, è mettersi davanti a uno specchio e dirsi molto chiaramente: chi sono, cosa voglio per me e per la mia famiglia, i miei cari e quindi per tutti gli uomini e tutte le donne. Ed ecco che il sogno ritorna a farsi avanti, a mostrare la strada, a farci scoprire che in fondo sono cose molto più semplici quelle che ci servono, come imboccare il percorso verso quell’Isola che c’è, e non serve andare tanto lontano per trovarla.

A supporto di quanto detto fin qui, voglio citare un grande fotografo del Novecento, Paul Strand, che verso la fine della sua carriera, fotografò ciò che letteralmente stava fuori dalla porta di casa sua. Il risultato fu una serie di fotografie di rara bellezza, raccolte poi in un libro, The Garden at Orgeval – edito da Aperture nel 2012 – che stupiscono per la meraviglia che mostrano. Questo lavoro di Strand, durato diversi anni, segna il passaggio da una fotografia di impegno sociale e di ritratto che questo autore ha sempre praticato, a una riflessione più intima sulla mortalità e sulla fragilità dell’esistenza. Ciò non significa che tutto quello che Strand ha fotografato in precedenza non abbia valore, ovviamente, ma è legittimo pensare che, in sostanza, abbia costituito una fase di “passaggio” verso qualcosa che è oltre. Lo stesso accade qui.

Dunque è nell’ombra che risiede la luce. Questo Giancarlo Carinieli ora lo sa molto bene e può incamminarsi verso l’Isola tenendo per mano la sua bambina che altri non è se non quel Sé stupito da sempre chiuso dentro, affacciatosi talvolta nelle sue fotografie e forse troppo spesso inascoltato, ma che adesso, come per gioco, appare, tanto incredibilmente quanto improvvisamente, in tutta la sua verità. E, badate bene, la verità e la realtà non sono la stessa cosa. La verità scaturisce da uno sguardo consapevole sulle contraddizioni che la vita di tutti i giorni ci costringe a guardare. Ora Giancarlo sa riconoscere le sue immagini con il necessario equilibrio che inevitabilmente sta nel mezzo, perché ha occhi nuovi.
Resta il sogno, quella strana manifestazione che si presenta quando non ce lo aspettiamo, sta a noi ascoltare e, nel caso di Giancarlo Carnieli, tradurlo in visoni dal profondo.
LA MOSTRA
Dal Sogno all’Isola
Fotografie di Giancarlo Carnieli
Fino al 22 marzo – Spazio Santa Marta
Vimercate



